Fuga da Mariupol, la storia di Alevtina: "La mia casa non esiste più"

Alevtina ricorda quel 24 febbraio, che doveva essere un giorno di festa per la sua famiglia, il compleanno del fratello: "Volevamo festeggiare, poi i russi hanno attaccato"

Fuga da Mariupol, la storia di Alevtina: "La mia casa non esiste più"
Mariupol
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22 Marzo 2022 - 18.47


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Alevtina Scevtsova abitava a Mariupol, città che ormai non esiste più, rasa al suolo dalle bombe russe. La casa dove viveva con la sua famiglia è andata distrutta, così come tutto il centro della città affacciata sul Mar Nero. Lo racconta la stessa Alevtina, che da Mariupol è riuscita a scappare per arrivare a Kryvyi Rig, non lontano da Dnipro, con la sua bambina di 8 anni. 

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“Non voglio andare all’estero e neanche all’ovest. Credo che la città di Mariupol rimanga nostra e potremo tornarci”, racconta. Intanto, si dice ”felice di essere in salvo, soprattutto perché stamattina abbiamo saputo che non c’è più la casa dove stavamo e che aveva un rifugio in cui c’erano circa 70 persone”. Semplici conoscenti, forse nemmeno quello, ma ”con molti di loro abbiamo creato legami in questi giorni” e ora ”tutti i miei pensieri vanno a Mariupol e alle persone che si trovano lì”.

Alevtina ricorda quel 24 febbraio, che doveva essere un giorno di festa per la sua famiglia, il compleanno del fratello: ”Volevamo festeggiare”, racconta, ma ”mi ha chiamato mio marito che lavora nell’acciaieria Asovstal dicendo che la Russia aveva attaccato. Noi eravamo pronti perché Mariupol difende i suoi confini dal 2015”. 

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Nessuno, comunque, ”si aspettava che sarebbe andata così”. Per cui ”abbiamo deciso di rimanere lì” e ”siamo andati nel quartiere ovest a casa dei miei genitori per festeggiare”. Dopo la festa, il pensiero per i suoceri che vivevano nel quartiere orientale che nel 2015 era stato attaccato. ”Li abbiamo portati in centro. Ora quel quartiere non esiste più”, racconta. 

‘Fino all’8 marzo stavamo dai miei genitori. Avevamo delle scorte di cibo, ma avevamo paura di rimanere senza e non sapevamo come avremmo fatto dopo. Erano iniziati i saccheggi nei negozi e da quel giorno anche gli attacchi nella nostra zona. Gli ucraini ci difendevano, ma i russi colpivano e vedevamo razzi sopra il nostro palazzo. Sempre l’8 marzo sono saltate le finestre. Faceva molto freddo. Dormivamo nel corridoio, vestiti e sperando di proteggerci lì”, racconta. 

È stato quel giorno che Alevtina e la sua famiglia ha capito che non poteva restare nella zona occidentale di Mariupol. Uscendo di casa ”abbiamo visto una ragazza con le ferite alla gamba, era fasciata con qualche straccio plastificato e ci implorava di trovare un’auto per portarla in ospedale. Ma noi non potevamo fare nulla. Abbiamo visto anche il corpo di un uomo coperto con un telo”.

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Nel tragitto, insieme ai genitori, il marito e la figlia, Alevtina vede ”tante case distrutte” e cammina ”cercando di proteggerci durante gli spari”. Una volta andati in centro, ”abbiamo visto che la situazione era più calma e si poteva ancora dormire nell’appartamento e non nel rifugio, anche perché era pieno di gente.

Nel palazzo ci siamo organizzati molto bene. Abbiamo scelto persone che facevano la guardia, cucinavamo in strada sul fuoco, controllavamo che non si facessero saccheggi. Ma poi hanno iniziato a colpire il centro con l’artiglieria pesante: bombe, razzi, missili”. A quel punto non c’era altra scelta che lasciare Mariupol.

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