In Israele la candela di Herzog illumina lo spettro del fondamentalismo ebraico

“Il presidente Isaac Herzog ha deciso di dare il via alla celebrazione di Hanukkah accendendo la prima candela nella Tomba dei Patriarchi a Hebron. Ossia il luogo simbolo dell'occupazione

In Israele la candela di Herzog illumina lo spettro del fondamentalismo ebraico
Israele
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Novembre 2021 - 12.57


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Una scelta infelice. Una scelta simbolica. Che contraddice il suo passato e dice molto su ciò che è oggi Israele.

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La scelta di Herzog

Per comprenderne il significato, occorre partire da un editoriale di Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv.

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“Il presidente Isaac Herzog ha deciso di dare il via alla celebrazione di Hanukkah accendendo la prima candela nella Tomba dei Patriarchi a Hebron. Tra tutti i luoghi d’Israele, il presidente ha scelto Hebron, il simbolo per eccellenza della bruttezza e della brutalità dell’occupazione e della violenza e del dominio dei coloni. La visita del primo cittadino d’Israele in quel luogo – la maggior parte dei cui abitanti palestinesi sono stati costretti a fuggire per paura dei coloni e ad abbandonare le loro case e i loro negozi, trasformando il cuore di Hebron in una città fantasma – equivale a concedere la legittimità ufficiale alle spaventose ingiustizie che vi vengono perpetrate ogni giorno, sia prima che dopo che il dottor Baruch Goldstein ha massacrato 29 fedeli arabi nella moschea della Tomba dei Patriarchi. In nessun altro luogo della Cisgiordania l’apartheid israeliano è così terribilmente flagrante: strade segregate in cui ai palestinesi è proibito camminare; accesso ai veicoli vietato ai palestinesi che ancora vivono lì; posti di blocco ad ogni angolo – solo per i palestinesi, naturalmente. La violenza e l’umiliazione sono il pane quotidiano di ogni residente palestinese per mano dei coloni e dei loro figli, così come dell’esercito e del personale della Border Patrol che stazionano ad ogni angolo. È lì che Herzog crede di dover andare. La sua prevista visita a Hebron è un gesto di riconoscimento e solidarietà con i coloni più violenti e un’ulteriore prova che Hebron occupata è stata annessa a Israele, almeno de facto. Altrimenti, il presidente non ha motivo di andarci. Presumibilmente non sarebbe venuto in mente a Herzog di incontrare, durante la sua prevista visita a Hebron, le vittime dei coloni lì, riconoscendo così anche l’apartheid che si pratica nella città. Questa non sarà la prima visita di Herzog agli insediamenti in Cisgiordania in qualità di presidente – e non meno quelli più violenti ed estremi. Circa tre mesi fa, poco dopo essere entrato in carica, il presidente si è affrettato a visitare Har Bracha – un insediamento che, insieme ai suoi avamposti non autorizzati, terrorizza gli abitanti palestinesi della regione – e così facendo gli concede anche la legittimità. Se Herzog, che proviene dalla sinistra sionista, vuole accendere candele in luoghi che sono sacri agli ebrei, questo è naturalmente un suo diritto. Ma come presidente dello stato, un presidente che ha dichiarato di voler essere il presidente di tutti, dovrebbe astenersi dal visitare il luogo che è completamente contrario a questa visione. Non è ancora troppo tardi per cancellare questa visita inaccettabile”.

Così Haaretz

Lo “Stato” dei coloni in cifre

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Settecentocinquantamila abitanti. Centocinquanta insediamenti. Centodiciannove avamposti. Il 42 per cento della West Bank controllato. L’86 per cento di Gerusalemme Est “colonizzata”. Uno Stato nello Stato. Dominato da una destra militante, fortemente aggressiva, ideologicamente motivata dalla convinzione di essere espressione dei nuovi eroi di Eretz Israel, i pionieri della Grande Israele. Quella che si svela è una verità spiazzante: oggi in Terrasanta, due “Stati” esistono già: c’è lo Stato ufficiale, quello d’Israele, e lo “Stato di fatto”, consolidatosi in questi ultimi cinquant’anni: lo “Stato” dei coloni in Giudea e Samaria (i nomi biblici della West Bank).

A dar conto delle dimensioni di questo “Stato” sono i dati di un recente rapporto di B’tselem (l’ong pacifista israeliana che monitorizza la situazione nei Territori). Lo Stato “di fatto” ha le sue leggi, non scritte, ma che scandiscono la quotidianità di oltre 750mila coloni.

Lo “Stato di Giudea e Samaria” è armato e si difende e spesso si fa giustizia da sé contro i “terroristi palestinesi” che, in questa visione manichea, coincidono con l’intera popolazione della Cisgiordania. Molti attacchi contro i palestinesi sono stati registrati nelle aree di Ramallah e Nablus (Cisgiordania occupata). In particolare, nella zona vicina agli avamposti della Valle Shiloh e in quella in prossimità degli insediamenti israeliani di Yitzhar (Nablus) e Amona (Ramallah), quest’ultimo da poco evacuato dal governo israeliano. Nel villaggio di Yasuf (governatorato di Salfit), i residenti palestinesi si sono svegliati con i pneumatici di 24 auto bucati e alcune scritte razziste in ebraico (“Morte agli arabi” tra le più diffuse) lasciate sulle loro abitazioni. Sono i cosiddetti “price-tag” (tag mechir in ebraico) ovvero gli atti di ritorsione (il “prezzo da pagare”) compiuti dagli attivisti di destra e coloni israeliani contro i palestinesi in risposta ad un attacco da parte di quest’ultimi.

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Citando ufficiali della difesa,Haaretz scrive che gli attivisti di destra più estremisti sono “i giovani delle colline”, molti dei quali vivono negli avamposti illegali della Cisgiordania e il cui numero è stimato intorno alle trecento unità. Un dato interessante è che la maggior parte dei responsabili delle violenze è giovanissima (tra i quindici e i sedici anni). Nel 1997, a un anno dal primo mandato di Benjamin Netanyahu come primo ministro, c’erano circa 150.000 coloni in Cisgiordania. Due decenni dopo il numero dei coloni è vicino ai 600.000, esclusi i quartieri di Gerusalemme est oltre la Linea Verde. Questi dati non includono i coloni che vivevano negli avamposti illegali (complessivamente si superano i 750.000). 

Il 27 ottobre scorso, Israele ha annunciato un piano per la realizzazione di 3.144 nuove unità abitative nella fascia di territorio occupata dal 1967 e contesa coi palestinesi. 

La decisione di procedere con nuove edificazioni è stata duramente criticata dall’organizzazione Peace Now: “Un governo che viola gli impegni verso lo status quo e porta avanti lavori di costruzione dannosi negli insediamenti non è un governo del cambiamento ma un esecutivo pienamente di destra. I sostenitori della soluzione dei due Stati nel governo si sono addormentati in servizio”, ha ironizzato l’Ong. 

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La telefonata “difficile” tra Usa e Israele

Anche gli Usa si sono mossi per far pressione sul premier israeliano Naftali Bennet, che dallo scorso giugno guida un governo di coalizione. L’incaricato d’affari dell’ambasciata americana, Michael Ratney, ha telefonato al consigliere diplomatico Shmirt Meir per esprimere la preoccupazione di Washington, specie per il fatto che le nuove case sono situate al di fuori dei cosiddetti ‘blocchi di insediamento’. Si tratta di sei aree ristrette dove vive circa l’80% dei coloni.

“E’ stata una conversazione difficile”, ha riferito una fonte al Times of Israel.

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La denuncia di Lynk

Lo scorso 12 agosto, Michael Lynk,il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione del diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, si è rivolto alla comunità internazionale affinché riconosca gli insediamenti israeliani come crimini di guerra alla luce dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Quando lo Statuto venne adottato nel 1998, venne allo stesso modo riconosciuto che gli insediamenti israeliani violano il divieto assoluto per una potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile in un territorio occupato.
Il Relatore ha affermato che per Israele gli insediamenti hanno due funzioni principali: garantire che i territori occupati rimangano sotto il controllo costante e perpetuo di Israele ed assicurare che non vi sarà mai uno Stato palestinese. Ha inoltre aggiunto, rivolgendosi al Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, che gli insediamenti sono il motore dell’occupazione israeliana che dura ormai da 54 anni, la più lunga nel mondo moderno”. Ad oggi si contano circa 300 insediamenti a Gerusalemme Est occupata e in Cisgiordania, con più di 680.000 coloni israeliani.
Lynk ha descritto l’illegalità degli insediamenti israeliani come una delle questioni meno controverse nel diritto internazionale e nella diplomazia moderni. Tale illegalità è stata confermata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dall’Assemblea Generale, dal Consiglio dei Diritti Umani, dalla Corte Internazionale di Giustizia, dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, dalle Alte Parti Contraenti la Quarta Convenzione di Ginevra e da molte altre organizzazioni regionali e internazionali che si occupano di diritti umani.
Il Relatore ha parlato anche di tragico paradosso in relazione alla situazione in cui gli insediamenti israeliani sono chiaramente proibiti dal diritto internazionale ma la comunità internazionale è estremamente riluttante nel porre in essere le sue stesse leggi. Anche l’ex Segretario Generale Ban Ki-Moon è intervenuto dicendo che ciò che ha permesso a Israele di ignorare le risoluzioni Onu è stato, ed è tuttora, l’assenza di responsabilità giuridica internazionale.

Il “cuore” ideologico dello “Stato” dei coloni è a Hebron.

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Le categorie della politica non possono, da sole, spiegare perché ottocento coloni siano disposti a vivere blindati, e sfidare duecentomila palestinesi. Perché a spiegarlo è altro: è l’essere convinti che quella presenza ha una valenza messianica, perché qui, ti dicono, è stato incoronato Davide, perché questa è “Eretz Israel”, la Sacra Terra d’Israele, e abbandonare il campo significherebbe tradire Dio, la Torah, il popolo eletto. Hebron racconta di una bramosia di possesso assoluto che esclude l’altro da sé, ne cancella storia e identità, in nome di una “Fede” che non ammette compromessi. 

Hebron dove la fine ebbe inizio. Quel 25 febbraio 1994, quando un medico-colono, Baruch Goldstein, si sveglia di primo mattino, indossa la divisa di militare della riserva, esce dalla sua abitazione nell’insediamento di Kiryat Arba (l’antico nome di Hebron), entra nella Tomba dei Patriarchi, luogo di culto sia per ebrei che per i musulmani, irrompe nella moschea e senza dire una parola comincia a sparare con il mitra d’ordinanza contro i fedeli in preghiera: ne uccide 29, ne ferisce altri 300, prima di essere ucciso da una folla inferocita. Quella strage insanguina l’accidentato percorso della realizzazione degli Accordi di Washington, siglati neanche un anno prima (settembre 1993) da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat sul prato della Casa Bianca (presidente era Bill Clinton). Oggi, 28 anni e tre mesi dopo, la tomba di Goldstein, a Kiryat Arba, è meta di pellegrinaggio per l’estrema destra israeliana, che ha in questo insediamento una delle sue roccaforti: Yigal Amir, il giovane zelota che assassinò il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, da studente di giurisprudenza alla facoltà di Legge dell’Università Bar Ilan di Tel Aviv, organizzava visite guidate alla tomba di Baruch Goldtesin, “martire d’Israele”, c’è scritto sulla lapide. “”Baruch, re d’Israele”, recita un’altra scritta. Quella che incombe su Hebron. Hebron racconta di una bramosia di possesso assoluto che esclude l’altro da sé, ne cancella storia e identità, in nome di una “Fede” che non ammette compromessi. Il rispetto non alberga da queste parti. Il nemico non va solo combattuto, va spregiato. Non basta sbarrare le strade, militarizzare il territorio. L’odio cala anche dall’alto: dai rifiuti che i coloni scaricano dalle finestre delle loro abitazioni sulle strade del vecchio suq percorse dai palestinesi. Nel suq, israeliani e palestinesi vivono letteralmente gli uni sopra gli altri. Tutto il mercato è una serpentina di strane piene di mercanzia e ricoperte da una rete fitta e continua. Oltre la rete, basta alzare poco gli occhi, perché la rete è tanto bassa che i venditori ci appendono i vestiti in vendita, si intravedono finestre di palazzi costruiti su quelle stesse fondamenta. Sui balconi, bandiere israeliane e finestre chiusissime. Per far fronte alla “guerra dei rifiuti” sulle strade bersagliate sono state realizzate delle reti di (precaria) protezione. Alzando lo sguardo vedi vestiti vecchi, bottiglie, avanzi di cibo, scatole e anche di peggio, trattenuti dalla rete.

Vista dal vecchio suq, Hebron assomiglia ad una prigione a cielo aperto. A girare l’angolo, poi, ogni tanto, ci si ritrova la strada sbarrata dal muro e dal filo spinato. Un muro che, a differenza del resto della Cisgiordania, non circonda la città, ma sorge tra due case, o tra altri due palazzi, volto a isolare la parte della città dove abitano le comunità arabofone da quelle dove si sono insediati i coloni ebrei. E poi servono a chiudere Shuhada Street, la strada una volta cuore del mercato e del traffico cittadino, oggi completamente preclusa ai palestinesi. Al check-point, bisogna passare attraverso una porta girevole di pali di ferro e un metal detector. Subito dopo, un soldato armato di giubbotto antiproiettile, elmetto e fucile chiede i documenti da dentro un gabbiotto, mentre un altro decide chi entra e chi no.

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Ed è qui che il primo cittadino d’Israele ha deciso di accendere una candela. In una terra che si nutre di simboli, il gesto di Herzog è il trionfo di Eretz Israel, la Sacra terra d’Israele,  e dei suoi fanatici sostenitori. Quelli che hanno proclamato “Re” un assassino. 

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