A Gaza il martello d'Israele non smette di picchiare.

Cambiano i primi ministri, ma non l’annientamento della Striscia e dei due milioni di palestinesi che in essa sopravvivono a stento.

Bombe israeliane a Gaza

Bombe israeliane a Gaza

Umberto De Giovannangeli 21 settembre 2021

Gaza, il martello d’Israele continua a picchiare. Cambiano i primi ministri, ma non l’annientamento della Striscia e dei due milioni di palestinesi che in essa sopravvivono a stento.

Il martello israeliano

A darne conto, su Haaretz, è Tania Hary,  direttore esecutivo di Gisha, Centro legale per la libertà di movimento.

Scrive Hary: “L'espressione che se tutto quello che hai è un martello, tutto inizia a sembrare un chiodo si applica al rapporto di Israele con Gaza con tragica precisione. I successivi governi israeliani continuano a fingere che se colpiscono Gaza più duramente, otterranno ciò che vogliono.

  Il discorso del ministro degli Esteri Yair Lapid all'Università Reichman di Herzliya domenica scorsa ha rivelato che l'attuale governo non fa eccezione. Israele, che spesso sostiene di aver "’asciato Gaza’ durante il disimpegno del 2005, ha in realtà imposto una rigida chiusura sul territorio e ha fatto piovere sulla Striscia quattro grandi campagne militari e centinaia di altri raid minori, per non parlare delle sortite quasi notturne di aerei e droni, e degli attacchi ai pescatori e agli agricoltori palestinesi.

A volte è tranquillo nei villaggi israeliani, nelle città e nei kibbutzim confinanti con Gaza, quando non vengono lanciati razzi illegali, ma non è mai tranquillo a Gaza dove la pressione sui civili è una caratteristica costante della vita quotidiana. Lapid ha annunciato la politica del suo governo nei confronti di Gaza come se non fosse solo un rimaneggiamento delle idee fallite dei governi precedenti. Egli ha detto: ‘È il momento di far sì che i residenti di Gaza facciano pressione su Hamas perché capiscano cosa si perdono a causa del terrorismo e capiscano quanto hanno da guadagnare se quel terrorismo si ferma... Presenteremo un piano per migliorare la vita a Gaza se Hamas smette di comportarsi come un'organizzazione terroristica radicale’.

 

L'ex primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha chiamato ‘tranquillità per la tranquillità’, mentre l'attuale primo ministro Naftali Bennett lo chiama ‘restringere il conflitto’. La premessa è la stessa: i civili palestinesi pagheranno il prezzo delle azioni della loro leadership de facto o dei militanti, sulle cui azioni non hanno alcun controllo. In altre parole, la punizione collettiva, un crimine di guerra, e la prospettiva di un suo peggioramento continuano ad essere la politica ufficiale del governo israeliano.

   

Per essere chiari, anche Hamas e altri miliziani commettono crimini di guerra quando lanciano razzi indiscriminatamente su centri di popolazione civile in Israele. Anche qui, si applicano le stesse regole e gli stessi principi: le azioni che hanno come obiettivo i civili sono proibite. Risolvere realmente il conflitto, invece di limitarsi a ‘ridurlo’, comporterebbe la rimozione dei rancori che lo perpetuano: Mettere fine alle violazioni dei diritti umani, riconoscere i torti del passato, imporre la responsabilità e avviare un processo di riconciliazione. Una prospettiva veramente nuova da parte di questo governo comporterebbe il riconoscimento che due milioni di civili, la metà dei quali bambini, vivono nella Striscia di Gaza e hanno gli stessi diritti e sogni degli esseri umani ovunque - essere liberi, essere al sicuro e provvedere alle generazioni future.

 

Un nuovo approccio significherebbe che Israele si assuma la responsabilità del suo controllo su Gaza e smetta di esercitarlo per infliggere pressione ai civili, minando la fragile economia di Gaza e le sue infrastrutture civili, separando le famiglie e impedendo alle organizzazioni locali e internazionali, impegnate in attività di aiuto e umanitarie, di aiutare.

Non si può distrarre la gente dalla sua sottomissione con qualche ora in più di elettricità, più cibo o anche più posti di lavoro. Per quanto queste cose siano fondamentali per Gaza, non sono sufficienti. Gli esseri umani lotteranno sempre per la libertà e la giustizia. Inoltre, il miglioramento della situazione umanitaria e il rispetto dei diritti umani fondamentali sono responsabilità di Israele, non ‘carote’ che gli si dovrebbe permettere di far penzolare, contro il bastone molto grosso della continua chiusura, persecuzione e fuoco militare.

 

Se Lapid e il suo governo vogliono avere il merito di fare le cose diversamente e in un modo che alla fine produrrà risultati per tutte le persone che vivono nella regione, dovrebbe mettere giù il martello e guidare il governo nel riconoscere i suoi obblighi verso i palestinesi, in particolare i civili di Gaza che soffrono da tempo.”, conclude l’analista israeliana.

L’agonia di Gaza

Gaza, una prigione che torna a fare notizia quando si fa la conta dei morti, quando torna ad essere un teatro di guerra. Allora i riflettori si riaccendono, i media ne tornano a parlare. Dimenticando che la vera, grande tragedia di Gaza e della sua gente, è la normalità.  Ed è nella ‘normalità’ che Gaza muore. Nel silenzio generale, nel disinteresse dei mass media, nella complicità della comunità internazionale, nella pratica disumana e illegale delle punizioni collettive perpetrate da Israele, nel cinico operare di Hamas, Gaza sta morendo. L'ultimo, documentato grido d'allarme, è stato lanciato da Oxfam. L'assedio sta privando una popolazione di 1,900milioni di abitanti, il 56% al di sotto dei 18 anni, del bene più vitale: l'acqua. A oltre quattro anni dal sanguinoso conflitto che nel 2014 distrusse buona parte del sistema idrico e fognario di Gaza, il sistema straordinario disegnato dalla comunità internazionale per la ricostruzione post-bellica (il cosiddetto Gaza Reconstruction Mechanism-Grm) non riesce ancora a rispondere ai bisogni dei quasi 2 milioni di abitanti della Striscia “intrappolati” in una delle zone più densamente popolate del mondo. Una situazione drammatica, rimarca il report di Oxfam, aggravata degli effetti del decennale blocco di Israele sulla Striscia, di cui le prime vittime sono oltre 1,9 milioni di persone che devono sopravvivere con uno scarsissimo accesso all’acqua e una situazione igienico-sanitaria in continuo peggioramento. Basti pensare che il 95% della popolazione – anche solo per bere e cucinare – dipende dall’acqua marina desalinizzata fornita dalle autocisterne private, semplicemente perché l’acqua fornita dalla rete idrica municipale (che presenta oltre 40% di perdite) non è potabile o perché oltre 40mila abitanti non sono allacciati alla rete. A questo si aggiunge un sistema fognario del tutto inadeguato con oltre un terzo delle famiglie che non è connesso al sistema delle acque reflue. Una situazione di carenza idrica di cui fanno le spese soprattutto donne e bambini, che in molti casi sono costretti a lavarsi, bere e cucinare con acqua contaminata e si trovano esposti così al rischio di diarrea, vomito e disidratazione. Gli effetti del blocco israeliano nella vita di tutti i giorni: commercio praticamente inesistente, famiglie divise e persone che non possono muoversi per curarsi, studiare o lavorare. Le Nazioni Unite annunciano che entro il 2020, tra nemmeno due anni, sarà praticamente impossibile vivere a Gaza per la mancanza di energia elettrica, il più alto tasso di disoccupazione al mondo e l’impossibilità per la popolazione di accedere anche a beni essenziali come cibo e, per l’appunto, acqua pulita. Siamo all’annientamento di una popolazione: oltre il 65% degli studenti delle scuole gestite dall’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi)  a Gaza non riescono a trovare lavoro a causa delle dure condizioni di vita, dell’aumento della povertà e dei tassi di disoccupazione. Save the Children considera Gaza invivibile già oggi: con le condizioni attuali i bambini non riescono più a nutrirsi adeguatamente, dormire, studiare o giocare. Le forniture di energia elettrica dall'Egitto si sono completamente interrotte e l’unica fonte resta Israele nonché l’impianto di generazione interno di Gaza, che funziona a regime ridotto dopo essere stato colpito nel 2009 e lo scorso aprile si è dovuto fermare per mancanza di combustibile e di fondi per i rifornimenti.   In un documentato report, Save the Children, chiede a Israele di interrompere subito il blocco di Gaza, dove quasi la metà della popolazione non ha lavoro e l’80% sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari, e chiede alle autorità palestinesi e israeliane di fornire i servizi di base indispensabili agli abitanti dell’area. I 10 anni di isolamento hanno ridotto progressivamente la disponibilità di energia elettrica per le case che ora si limita a due ore al giorno o è totalmente assente per troppe persone. La mancanza di energia elettrica sta penalizzando un’infrastruttura già paralizzata dal blocco e dal conflitto, costringendo a frequenti e lunghe sospensioni del trattamento delle acque reflue che hanno causato l’inquinamento e la contaminazione di più del 96% delle falde acquifere, non sono più utilizzabili dall’uomo, e del 60% del mare di fronte a Gaza. Ogni giorno si riversano infatti nel mare 108 milioni di litri di acque reflue non trattate, l’equivalente del contenuto di 40 piscine olimpioniche.  “I bambini di Gaza sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze. L’occupazione da parte di Israele e le divisioni nella leadership palestinese stanno rendendo la vita impossibile. Se hai 10 anni e vivi a Gaza hai già subito quattro terribili escalation del conflitto. I bambini di Gaza hanno già sofferto 10 anni di blocco e di minacce continue a causa del conflitto. Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie. Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività,” rimarca Jennifer Moorehead, Direttore di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati.    La mancanza di energia elettrica ha un grave impatto sulla vita dei bambini di Gaza, che non possono avere accesso ad acqua potabile sufficiente o nutrirsi di cibi freschi, essere assistiti dai servizi sanitari e di emergenza quando servono o mantenere un livello minimo di igiene per mancanza di acqua corrente. Non possono dormire sufficientemente durante la notte per il troppo caldo ed essere quindi riposati per studiare a scuola, o fare i compiti o giocare a causa dell’oscurità. “Qui è diverso dagli altri paesi che hanno l’energia elettrica per tutto il giorno, la nostra vita non è come la loro. Il mio sogno più grande è poter essere come gli altri bambini che vivono in pace, in sicurezza e hanno l’elettricità,” dice agli operatori di Save the Children Rania che ha 13 anni e vive a Gaza. Rania e i bambini di Gaza hanno conosciuto solo la guerra. E le sue conseguenze che segnano l’esistenza fin dalla più giovane età. Il primo dato emerso da uno studio dell’Unicef successivo alla guerra di Gaza dell’estate 2014, indica che il 97% dei minori interpellati aveva visto cadaveri o corpi feriti, e che il 47% di questi aveva assistito direttamente all'uccisione di persone. I sintomi rilevati durante lo studio includevano: continui incubi e flashback; paura di uscire in pubblico, di rimanere soli, o di dormire con le finestre chiuse, nonostante il freddo; più nello specifico, i disturbi fisici più frequenti erano disturbi del sonno, dolori corporei, digrigno dei denti, alterazioni dell’appetito, pianto continuo, stordimento e stati confusionali; quelli emotivi includevano rabbia, nervosismo eccessivo, difficoltà di concentrazione e affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, paura della morte, della solitudine e dei suoni forti. La conseguenza più diffusa era il Disturbo post-traumatico da stress (DPTS), ovvero l’insieme dei disagi psicologici che possono essere una possibile risposta dell’individuo a eventi traumatici o violenti. Si tratta di sintomi frequenti in qualunque territorio martoriato da una guerra ma, nel caso dei bambini di Gaza, la situazione diventa ancora più insostenibile, sia per l’alta percentuale di minorenni nella Striscia (circa la metà della popolazione, in un territorio tra i più popolati al mondo, con 4.365 persone per chilometro quadrato), sia perché Gaza è una striscia di terra, isolata e circondata da Israele e dal mare perennemente sorvegliato dalla marina dello Stato ebraico.  Questa è la vita a Gaza. E chi governa Israele come chi impone la sua legge nella Striscia, lo sanno bene. Come lo sa bene la comunità internazionale, capace solo di invitare alla moderazione o (l’Onu) a prospettare una commissione d’inchiesta, ripetendo una stanca litania che fa seguito all’esplosione della violenza. Tutti conoscono la realtà di Gaza, la tragedia umana che in essa si consuma.  Ma questa consapevolezza non porta alla ricerca di un accordo, di una pace giusta, duratura, tra pari. Non impone rinunce per ridare speranza. Costa meno combattere, perché, tanto, a chi vuoi che possa interessare la sorte di due milioni di persone ingabbiate nella prigione chiamata Gaza.