L'incubo di Zaki in Egitto continua. E il governo italiano abbozza di nuovo

Prolungata di altri 45 giorni la carcerazione dello studente egiziano dell’università di Bologna arrestato il 7 febbraio del 2020 con l’accusa di propaganda sovversiva su Internet.

Una raffigurazione per la liberazione di Patrick Zaki

Una raffigurazione per la liberazione di Patrick Zaki

Umberto De Giovannangeli 14 luglio 2021

L’ergastolo “amministrativo” continua. Con la inerte complicità dell’Italia. È stata prolungata di altri 45 giorni la custodia cautelare nel carcere di Tora, al Cairo, di Patrick Zaki, il 30enne studente egiziano dell’università di Bologna arrestato il 7 febbraio del 2020 con l’accusa di propaganda sovversiva su Internet. Lo ha riferito all’Ansa Lobna Darwish, portavoce dell’organizzazione non governativa egiziana Eipr (per la quale Patrick era ricercatore in studi di genere), annunciando l’esito dell’udienza tenuta lunedì: “"Purtroppo la custodia cautelare è stata rinnovata per ulteriori 45 giorni", ha scritto in un messaggio Darwish, senza aggiungere altri dettagli.

 Il precedente rinnovo risaliva al 1° giugno. Secondo Amnesty International, Zaki rischia fino a 25 anni di carcere. La legge egiziana prevede che la custodia cautelare possa durare fino a un massimo di due anni, ma anche essere prolungata se emergono nuove contestazioni.  “Il Governo italiano continuerà a invitare alla cautela e al silenzio, oppure prenderà qualche iniziativa. Ad esempio, convocando l’ambasciatore d’Egitto in Italia per esprimere il proprio scontento”, commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Ci sono volute 48 ore per conoscere un esito che purtroppo molti davamo per scontato, una sentenza ancora una volta crudele, che farà aumentare fino a oltre un anno e mezzo la detenzione senza processo e senza possibilità di difendersi”.

Crudeltà senza fine

Le accuse a carico dello studente sono basate su dieci post su Facebook – considerati falsi dai suoi legali – che secondo l’autorità giudiziaria del Cairo costituiscono diffusione di notizie false, istigazione alla violenza e a crimini terroristici. Martedì l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera Josep Borrell ha ricevuto il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry trattando “il tema dei diritti umani in Egitto” ed esprimendo “preoccupazione per la pena capitale”. Il caso di Patrick Zaki, riferisce il portavoce di Borrell, “è costantemente sollevato dall’Ue al livello appropriato”.

Patrick, attualmente detenuto nel braccio indagati del carcere cairota di Tora, dove dorme per terra, stava compiendo all’ateneo bolognese in un Master biennale in studi di genere (Gemma).

“Si tratta soprattutto di un’accusa politica di cui recentemente si è fatto abuso utilizzandola” anche contro “bambini, accusati di aver tentato di rovesciare il regime al potere”, ha detto l’avvocato Halim. Secondo un ex rettore della facoltà di Giurisprudenza dell’università del Cairo, Mahmoud Kobeish, in questi casi le indagini di polizia non sono l’unica prova per una condanna e “di solito” si “finisce con la scarcerazione dell’imputato”: “per condannarlo bisogna provare che c’è una persona che progetta e si mette d’accordo con altri per commettere atti di sabotaggio che puntano al sovvertimento dell’ordine costituzionale e al crollo del regime al potere”, ha ricordato il giurista.

Lettera dal carcere

Presidente Draghi, per conoscere ancor meglio la condizione di Zaki, sarebbe cosa buona e saggia leggere la lettera che il giovane “sequestrato” ha scritto il 12 dicembre scorso, tre mesi fa. 

“Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di forti antidolorifici e di qualcosa per dormire meglio”, racconta dal carcere di Tora in un messaggio rivolto ai genitori. “Il mio stato mentale non è un granché dall'ultima udienza”, scrive lo  studente, nella lettera che la famiglia ha ricevuto e gli attivisti hanno pubblicato sulla pagina Facebook “Patrick Libero” esprimendo la loro “grave preoccupazione per la salute mentale e fisica di Patrick”.

 

“Continuo a pensare all'Università, all'anno che ho perso senza che nessuno ne abbia capito la ragione. Voglio mandare il mio amore ai miei compagni di classe e agli amici a Bologna. Mi mancano molto la mia casa lì, le strade e l'università. Speravo di trascorrere le feste con la mia famiglia ma questo non accadrà per la seconda volta a causa della mia detenzione” continua nella lettera Zaki.

Quel carcere infernale

Se poi è interessato a saperne di più di dove sia recluso lo studente, ecco la descrizione che l’ottima collega Antonella Napoli ne fa in un documentato, angosciante articolo per Avvenire: “Una grande tomba di cemento, il simbolo del terrore del regime egiziano guidato dal presidente Abdel Fattah al–Sisi. Basta attraversare l’ingresso sorvegliato da blindati e uomini armati nelle torrette collocate lungo il perimetro del penitenziario di Tora, a soli venti miglia a sud dal Cairo, per capire che la definizione coniata dagli attivisti per i diritti umani rispecchia pienamente l’essenza della famigerata struttura carceraria. Questa immensa prigione divisa in quattro blocchi, tra cui la sezione di massima sicurezza conosciuta come “lo scorpione”, rappresenta per uomini e donne, che potrebbero non affrontare mai un processo, un campo di detenzione preventiva senza via di uscita. Ancor più oggi, con il rischio elevato di contrarre il Covid–19...”.

Ed ancora: “Le uniche aree ristrutturate sono quelle riservate agli uffici amministrativi, una piccola clinica medica e due edifici per il personale che includono la sala di riposo degli ufficiali, la biblioteca, la lavanderia e la cucina centrale. Le sezioni H1 e H2, che si trovano a destra dell’accesso principale, circondate da un muro con due porte realizzate con griglie e lamiere di ferro per bloccare la visione dal cortile esterno, e le sezioni H3 e H4, a sinistra, anch’esse circondate da pareti interne e due ingressi blindati, sono pressoché invivibili. Soprattutto d’estate quando le temperature raggiungono i 50 gradi e dalle acque del Nilo, poco distante, salgono nugoli di zanzare. Ogni sezione è composta da quattro aree di 20 celle di circa tre metri per tre metri e mezzo, dove vengono stipati fino a 15/20 detenuti. Ogni locale ha un piccolo bagno, un lavabo e piani di cemento per dormire. 

Un incubo. Ma è il blocco 4, quello di massima sicurezza, il luogo dove le condizioni di vita diventano insostenibili e si consuma il dramma, l’orrore, delle torture più atroci: cibo infestato da insetti e distribuito in contenitori sporchi, umiliazioni e sevizie continue. «I pochi prigionieri sopravvissuti ci hanno raccontato di metodi cruenti sistematici nel carcere di Tora, in particolare nella sezione ‘Scorpion’ – racconta Ahmed Alidaji, ricercatore di Amnesty International al Cairo fino al 2017 – Io stesso ho raccolto la denuncia di un giovane che insieme ad altri 19 compagni di prigionia è stato denudato e frustato con bastoni sulla schiena, sui piedi e sui glutei dopo che i soldati avevano trovato nella cella una radio tascabile e un orologio. Stessa sorte per un gruppo di 80 occupanti di un intero blocco quando uno di loro è stato scoperto in possesso di una penna. A chi si ribella viene riservato un trattamento anche peggiore. Gli agenti penitenziari, dopo avergli affibbiato nomi femminili, li violentano a turno come “punizione” per aver violato le regole della prigione’ conclude l’attivista.

Non sorprende che ai prigionieri della ‘Scorpion’ venga negato il permesso di vedere i familiari, anche se le autorità carcerarie affermano che sia una misura necessaria per impedire ai leader di gruppi terroristici di inviare istruzioni per attacchi contro turisti, stranieri e forze di sicurezza. Ma la gran parte dei detenuti accusati di terrorismo non ha mai commesso reati o azioni che giustifichino la grave incriminazione. Come Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna imprigionato nel carcere di Tora da otto mesi e ancora in attesa di giudizio”.

Più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all’apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l’Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni).   Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre  60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all’ombra delle Piramidi. 

Il silenzio è pavidità. Connivenza. Il silenzio è sudditanza al “Pinochet del Cairo”. Richiamare il nostro ambasciatore è il minimo sindacale per un Paese che ha la schiena diritta. Vero, presidente Draghi?