Tassazione delle multinazionali: il G20 dei "don Abbondio"

L'insoddisfazione di Oxfam: "L’accordo-quadro sulle nuove regole di tassazione delle multinazionali, raggiunto all’Ocse pochi giorni fa e avallato ieri politicamente dal G20 Finanze, manca di ambizione"

Il g20 a Venezia

Il g20 a Venezia

Umberto De Giovannangeli 11 luglio 2021

“L’accordo-quadro sulle nuove regole di tassazione delle multinazionali, raggiunto all’Ocse pochi giorni fa e avallato ieri politicamente dal G20 Finanze, manca di ambizione – afferma Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia sui dossier di giustizia economica -. Per quanto i principi ispiratori delle riforme siano nel complesso condivisibili e sono stati intrapresi piccoli passi nella giusta direzione, la portata delle misure è deludente e gli impatti redistributivi, soprattutto per i paesi più poveri, appaiono particolarmente modesti. I nodi negoziali ancora in sospeso verranno sciolti entro il summit dei capi dei leader del G20 in programma ad ottobre. E’ cruciale correggere la rotta, garantendo la redistribuzione alle giurisdizioni di mercato di una maggiore quota di profitti a bilancio delle multinazionali nei paesi di residenza, ammorbidendo le condizionalità senza minacciare ritorsioni, e convergendo su un livello di aliquota della tassazione minima effettiva nel range 21%-25%. Misura che anche in Italia consentirebbe di aumentare considerevolmente l’extra-gettito annuo, passando dai 2,3 miliardi di euro stimati con un’aliquota al 15%, fino a 7-11 miliardi con le due aliquote più elevate”.                    

Pilastro 1 – L’allocazione di nuovi diritti fiscali alle giurisdizioni-mercato delle multinazionali più grandi e redditizie.

 1. Lo status quo negoziale prevede che le nuove regole fiscali vengano applicate ad appena 78-100 multinazionali più grandi e redditizie. Gli utili soggetti a riallocazione - nell’ipotesi più restrittiva del 20% di utili eccedenti il margine del 10% - sono stimati intorno a 87 miliardi di dollari, appena il 3% del profitto complessivo a bilancio delle compagnie Fortune Global 500. Un ammontare che potrebbe raddoppiare se le nuove regole si applicassero anche al settore finanziario, attualmente escluso, e lievitare ulteriormente se si abbassassero le soglie di ricavi e profittabilità globali per multinazionali in scope e si redistribuisse una percentuale più marcata (almeno il 35%) degli utili in eccesso. 

2. L’allocazione di nuovi diritti fiscali alle giurisdizioni di mercato avviene a condizione che vengano soppresse (cessione di diritti fiscali esistenti) tutte le imposte sui servizi digitali (tra cui la web-tax italiana), nonché ogni altra misura con cui alcuni paesi hanno finora cercato unilateralmente di intercettare fiscalmente i proventi dell’attività economica “immateriale” delle multinazionali nei loro mercati. Una condizione che potrebbe causare ammanchi erariali netti e che ha verosimilmente inciso sulla decisione del Kenya (dotata di una web tax dal gettito non trascurabile) di non aderire finora all’accordo Ocse. Una recente simulazione di Tax Watch ha rilevato inoltre come le nuove regole, con la contestuale rimozione della web tax applicata nel Regno Unito, permetterebbero a Google, Ebay, Amazon (ad oggi esclusa dall’ambito applicativo della riforma) e Facebook di versare meno imposte in Gran Bretagna di quante ne corrispondano oggi. I paesi firmatari dell’accordo sarebbero inoltre obbligati a non introdurre analoghe misure in futuro.

3. Ai paesi che sottoscrivono le regole previste dal primo pilastro è richiesto di confermare, in modo vincolante, l’adesione a meccanismi di prevenzione di dispute tramite arbitrati internazionali. Condizionalità ritenuta eccessivamente forte, anche con deroghe, da molti paesi più poveri.

Pilastro 2 – La tassazione minima effettiva

1. Se l’aliquota minima non venisse incrementata, si rischierebbe di veder trasformata l’attuale corsa al ribasso in materia di fisco societario (che ha visto l’aliquota legale media sui redditi della società – l’Ires italiana – nell’area Ocse decrescere di 9 p.p nel periodo 2000-2020) in una corsa verso il nuovo minimo. Già all’indomani dell’annuncio del G7 non sono mancati i “primi suggerimenti” per un abbassamento delle aliquote legali dell’imposta sui redditi delle società fino al 15%, in paesi come la Danimarca o l’Australia. Sarebbe invece auspicabile un’aliquota minima tra il 21% e il 25%, in linea con il livello di tassazione effettiva media dei redditi d’impresa nell’area Ocse. Il 21% rappresenta tra l’altro l’aliquota a cui l’amministrazione Biden dichiara di voler portare, a prescindere dai risvolti negoziali, il proprio regime di tassazione minima per contribuire in modo più robusto al finanziamento dell’ambizioso piano di rilancio economico post-Covid. Un simile orientamento al rialzo è stato espresso anche dall’Argentina. Il Forum delle Amministrazioni Fiscali Africane (Ataf) ne chiede un incremento ad almeno il 20%. In termini di extra-gettito, di cui beneficerebbero in maggior misura i paesi di residenza delle grandi multinazionali, la scelta conservativa del 15% dovrebbe far riflettere il Governo italiano. Secondo le stime del neonato European Tax Observatory, diretto da Gabriel Zucman, l’aliquota minima effettiva del 15% porterebbe nelle casse dello Stato italiano introiti annui extra per 2,7 miliardi di euro. I corrispondenti valori con aliquote del 21% e del 25% salirebbero, rispettivamente, a 7,6 e oltre 11 miliardi di euro.

2. L’aliquota del 15% non rappresenta il livello di tassazione minima effettiva cui le multinazionali verrebbero di fatto assoggettate, grazie a una generosa serie di deduzioni, che riducono considerevolmente la base imponibile assoggettata a tassazione minima.  

Una lettera “rivoluzionaria”

Lettera al Presidente degli Stati Uniti Joe Biden firmata da José Antonio Ocampo, Joseph E. Stiglitz, Jayati Ghosh, Edmund Valpy Fitzgerald, Kim Jacinto-Henares, Eva Joly, Ricardo Martner, Suzanne Matale, Léonce Ndikumana, Irene Ovonji-Odida, Thomas Piketty, Magdalena Sepúlveda Carmona, Wayne Swan e Gabriel Zucman.

“Gentile Signor Presidente,

Il mondo ha accolto con favore la sua elezione e il suo impegno a rinforzare i rapporti con la comunità internazionale. Coinvolgendo i governi a creare le condizioni per una ripresa economica globale equa e sostenibile dal punto di vista ambientale, la sua leadership può favorire cambiamenti trasformativi.

Per troppo tempo le istituzioni internazionali non hanno affrontato uno degli aspetti più nocivi della globalizzazione: l’elusione e l’evasione fiscale da parte delle multinazionali. Una tassazione equa delle multinazionali è necessaria per creare il tipo di società a cui aspiriamo e deve essere una parte centrale di qualsiasi sistema fiscale progressivo volto a guidare la crescita economica e creare standard di vita elevati per tutti. Porre fine all’elusione dell’imposta sulle società è anche uno dei modi migliori per affrontare la dilagante disuguaglianza di ricchezza e reddito.

Spostando i loro profitti verso i paradisi fiscali, le grandi aziende privano i governi di tutto il mondo di almeno 240 miliardi di dollari all’anno di entrate fiscali. Questo deficit colpisce non solo gli Stati Uniti, dove ogni anno circa il 50% dei profitti all’estero realizzati dalle multinazionali statunitensi viene trasferito ai paradisi fiscali, ma anche il Sud del mondo, dove le fonti di reddito sono più limitate e quindi si fa affidamento sulle entrate fiscali delle società per finanziare il pubblico.

In qualità di membri della Commissione indipendente per la riforma della tassazione internazionale delle società (Icrict), vi esortiamo a mantenere la vostra promessa di “guidare gli sforzi a livello internazionale per portare trasparenza al sistema finanziario globale, perseguire paradisi fiscali illeciti e leader che rubano alla loro gente nascondendosi dietro società di facciata anonime, nonché sequestrare beni rubati”.

 Per fare ciò, la vostra amministrazione dovrebbe impegnarsi attivamente negli sforzi in corso per rivedere il sistema fiscale internazionale per garantire una tassazione equa delle multinazionali, che è attualmente in discussione nell’ambito del processo Ocse incaricato dal G20.

Purtroppo, questi negoziati non sono andati bene. I governi dei principali Stati membri (inclusa la precedente amministrazione statunitense) hanno negoziato partendo dal presupposto sbagliato che il loro interesse nazionale sia meglio servito proteggendo quelle multinazionali con sede all’interno dei loro confini. Le discussioni sulla riforma della fiscalità internazionale hanno così sacrificato l’ambizione comune al minimo comune denominatore.

Nel frattempo, le multinazionali continuano ad evitare le tasse che potrebbero aiutare a pagare la spesa pubblica per sostenere la ripresa post-pandemia. Il mondo non può permetterselo.

Il processo negoziale ha, tuttavia, raggiunto un accordo sul fatto che le multinazionali dovrebbero essere considerate imprese unitarie. Ciò significa che i loro profitti mondiali dovrebbero essere tassati in linea con le loro reali attività in ogni paese. Questo è un concetto familiare negli Stati Uniti, dove i profitti aziendali sono allocati a diversi stati in base a formule, in base ai fattori chiave che generano profitto: occupazione, vendite e attività. Ma l’attuale proposta applica questo criterio di allocazione solo a una piccola quota dei profitti globali di un’impresa, in particolare quelli delle multinazionali altamente digitalizzate, che hanno principalmente sede negli Stati Uniti.

L’e-commerce è cresciuto di quasi un terzo durante la pandemia ed è fondamentale che non solo le multinazionali digitali, ma tutte le operazioni di business digitale delle multinazionali paghino la loro giusta quota di tasse. Occorre pertanto adottare una riforma ambiziosa e globale per replicare il sistema statunitense a livello internazionale, senza distinzione tra imprese digitali e non digitali. Una norma del genere contribuirebbe a creare condizioni più eque, a ridurre le distorsioni, a limitare le opportunità di elusione fiscale e a fornire certezza alle multinazionali e agli investitori.

Questo sistema dovrebbe essere sostenuto da un’imposta minima globale sulle multinazionali, ponendo fine alla dannosa concorrenza fiscale tra i paesi e riducendo l’incentivo per le multinazionali a spostare i profitti verso i paradisi fiscali. Ma l’aliquota minima del 12,5% in discussione all’Ocse e altrove potrebbe diventare il tetto globale, nel qual caso la lodevole iniziativa di obbligare le multinazionali a sostenere la loro giusta quota di tasse finirebbe per fare il contrario.

La sua campagna ha promesso di aumentare la tassa minima statunitense sui guadagni esteri delle società statunitensi (nota come “Gilti”) al 21%. Questa misura non avrebbe solo il merito di aumentare le risorse fiscali del suo paese; fornirebbe anche il supporto politico ai responsabili politici di altri paesi per seguirne l’esempio.

Un’ambiziosa tassa minima globale potrebbe cambiare le carte in tavola nella lotta all’elusione fiscale. Se i paesi del G20 accettano di imporre una tassa minima del 25% delle imprese (come le Icrict sostengono  ) sul reddito globale delle loro imprese multinazionali, oltre il 90% degli utili a livello mondiale sarebbe automaticamente tassati al 25% o più. Naturalmente, è anche essenziale che tale tassa sia concepita per distribuire equamente i diritti di tassazione tra i paesi di origine delle imprese e quelli ospitanti.

Il segretario al Tesoro Janet Yellen ha detto durante la sua audizione di conferma che la sua amministrazione non vedeva l’ora di lavorare attivamente con altri paesi al fine dicercare di fermare quella che è stata una corsa distruttiva e globale al ribasso sulla tassazione delle società”. Non ci sono prove che la recente tendenza verso aliquote fiscali più basse abbia stimolato la crescita e gli investimenti produttivi.

La tassazione delle società è in effetti una tassa sui profitti puri, quindi abbassare l’aliquota ha scarso effetto sull’attività economica. In altre parole, le imposte sulle società sono essenzialmente una ritenuta alla fonte sui dividendi, e quindi un’imposta sul reddito dei ricchi, perché le partecipazioni (direttamente o indirettamente, ad esempio, attraverso i fondi pensione) sono distribuite in modo ancora più diseguale del reddito.

Vi chiediamo di assicurarvi che gli Stati Uniti guidino ancora una volta con il potere dell’esempio e cooperino con altri paesi disposti a realizzare una riforma globale che sia equa per gli Stati Uniti e il resto del mondo. Fino a quando non sarà adottata una riforma così equa, le sanzioni commerciali contro i paesi che hanno già deciso di tassare le imprese digitali – molti dei quali paesi in via di sviluppo alla disperata ricerca di entrate aggiuntive – saranno controproducenti.

Rimpegnarsi con il sistema multilaterale accettando un debole compromesso internazionale sulla tassazione delle multinazionali eroderà ulteriormente, non ripristinerà, la fiducia nel sistema. È pienamente in nostro potere costruire un mondo post-pandemia più sostenibile, cooperativo ed equo, in cui le multinazionali paghino le tasse che dovrebbero”.

Insoddisfazione

Ed è sulla base di queste valutazioni che la Commissione indipendente per la riforma internazionale della tassazione delle imprese considera questo accordo tutt’altro che un successo: l’evasione fiscale da parte delle multinazionali determina mancate entrate globali per circa 240 miliardi di dollari ogni anno. La Commissione ha invitato i Paesi del G7 a “mostrare una vera leadership e ad assumere un impegno molto più ambizioso”, perché “l’aliquota del 15% è vicina a quella dei paradisi fiscali come l’Irlanda e la Svizzera”. Un accordo veramente “storico” secondo la Commissione avrebbe comportato che “tutti i profitti mondiali delle multinazionali” venissero tassati in linea con le loro reali attività in ciascun Paese, con riferimento ai fattori chiave come occupazione e vendite. Per la Commissione indipendente l’ideale sarebbe una tassa minima globale del 25% sulle multinazionali, per eliminare la concorrenza fiscale tra i Paesi e ridurre l’incentivo per le multinazionali a spostarsi nei paradisi fiscali.

Più coraggio contro i colossi del web. I “Don Abbondio” non sono bene accetti.