Viaggio nella tragedia dello Yemen dove muore anche l'istruzione

La guerra colpevolmente, volutamente “dimenticata” dalla comunità internazionale, dove le stragi di civili sono 'firmate' anche con bombe made in Italy vendute alla coalizione a guida Saudita. 

Una scuola in Yemen
Una scuola in Yemen
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Luglio 2021 - 14.53


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Yemen, dove a morire è anche l’istruzione. Yemen, l’apocalisse umanitaria entrata nel suo sesto anno. Yemen, la guerra colpevolmente, volutamente “dimenticata” dalla comunità internazionale. Yemen, dove le stragi di civili sono state condotte anche con bombe made in Italy vendute alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. 

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Così muore l’istruzione

Secondo un nuovo rapporto lanciato dall’Unicef oggi, a sei anni dall’inizio del devastante conflitto in Yemen, ancora in corso, l’istruzione dei bambini nel paese ne è diventata una delle maggiori vittime. Poco più di 2 milioni di ragazze e ragazzi in età scolare non stanno andando a scuola, a causa della povertà, del conflitto e della mancanza di opportunità che compromettono la loro istruzione. Questo numero è raddoppiato rispetto ai bambini che non frequentavano la scuola nel 2015, quando il conflitto è cominciato.

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Il rapporto, “Education Disrupted: Impact of the conflict on children’s education in Yemen”/Istruzione interrotta: l’impatto del conflitto sull’istruzione dei bambini in Yemen”, analizza i rischi e le sfide che i bambini affrontano quando non vanno a scuola, e le azioni urgenti necessarie a proteggerli.

“L’accesso a un’istruzione di qualità è un diritto basilare per ogni bambino, anche per le ragazze, i bambini sfollati e quelli con disabilità”, ha dichiarato Philippe Duamelle, Rappresentante dell’Unicef in Yemen. “Il conflitto ha un impatto sconcertante su ogni aspetto delle vite dei bambini, eppure l’accesso all’istruzione offre un senso di normalità per i bambini anche nei contesti più disperati e li protegge dalle diverse forme di sfruttamento. Tenere i bambini a scuola è fondamentale per il loro futuro e per quello dello Yemen”.

Il rapporto evidenzia che, quando i bambini non vanno a scuola, le conseguenze sono disastrose, sia per il loro presente che per il loro futuro.

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Le ragazze vengono costrette a matrimoni precoci, in cui rimangono intrappolate in un ciclo di povertà e potenziale inespresso. I ragazzi e le ragazze sono maggiormente vulnerabili al lavoro minorile o al reclutamento nei combattimenti. Oltre 3.600 bambini sono stati reclutati in Yemen negli ultimi sei anni.

A rendere le cose peggiori, due insegnanti su tre in Yemen – oltre 170.000 in totale – non ricevono uno stipendio regolare da oltre 4 anni a causa del conflitto e delle dispute geopolitiche. Ciò espone circa 4 milioni ulteriori bambini a rischio di istruzione interrotta o di abbandono, poiché gli insegnanti non retribuiti lasciano l’insegnamento per trovare altri modi di provvedere alle loro famiglie.

I bambini che non portano a termine la loro istruzione sono intrappolati in un ciclo di povertà che si perpetua da solo. Se i bambini che non vanno a scuola o quelli che hanno abbandonato recentemente non saranno supportati in modo adeguato, potrebbero non rientrarci mai. Gli effetti combinati del conflitto prolungato e degli ultimi attacchi all’istruzione, a causa della pandemia da Covid-19, avranno effetti devastanti e duraturi sull’istruzione e sul benessere mentale e fisico dei bambini e degli adolescenti in Yemen.

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Nel rapporto, l’Unicef chiede alle parti interessate in Yemen di sostenere il diritto dei bambini all’istruzione e di lavorare insieme per raggiungere una pace duratura e completa. Questo comprende: fermare gli attacchi sulle scuole – sono stati 231 da marzo 2015 – e assicurare che gli insegnanti ricevano uno stipendio regolare in modo che i bambini possano continuare ad apprendere e crescere. Chiede inoltre ai donatori internazionali di supportare i programmi per l’istruzione con donazioni a lungo termine.

I numeri della guerra nello Yemen

 Il segretario generale dell’Onu António Guterres più volte ha definito la situazione umanitaria yemenita come “la peggiore carestia che il mondo abbia visto da decenni“. La fame è pressoché onnipresente in tutto il Paese; oltre 16 milioni di persone si troveranno in una condizione di scarsità alimentare nel corso di quest’anno e i numeri sono ancora in crescita. 

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La malnutrizione acuta severa (MAS) – rimarca Intersos in un suo recente Rapporto – è costantemente aumentata nel corso del 2021 e ha raggiunto livelli record: circa 2,3 milioni di bambini sotto i cinque anni si trovano in uno stato di malnutrizione acuta, di cui 400.000 rischiano di perdere la vita per insufficiente nutrizione e carenza di cure urgenti. Sono poi 1.2 milioni le donne incinte e in allattamento in condizione di malnutrizione acuta e, quindi, impossibilitate ad offrire nutrimento adeguato per sé e per i propri figli.

 I prezzi del paniere hanno subito costanti rialzi nel corso degli anni, causati da una carenza di beni primari e conseguente impossibilità per la popolazione più povera di accedervi. I dati economici più recenti, monitorati dal Fondo Monetario Internazionale, evidenziano l’imponenza della crisi economica del Paese; al 2020 il Prodotto Interno Lordo è a quota a -5. 

 

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Un sistema sanitario distrutto dalla guerra

 Il crollo del sistema paese è causa di effetti devastanti, che prendono forma anche in ambito sanitario con metà delle strutture mediche inefficaci o totalmente distrutte a causa del conflitto in corso. In un territorio spesso focolaio di malattie come colera, febbre dengue, difterite e ora il Covid-19, le strutture mediche sono quasi del tutto inagibili. Si stima che 20.1 milioni di persone abbiano necessità di assistenza sanitaria, oltre la metà dei quali urgente. 

 Dalla fine del 2020 gli Houthi controllano la maggior parte dei governatorati situati a nord e centro del Paese, il Consiglio di transizione meridionale (STC) controlla invece parte dello Yemen del sud (principalmente la città di Aden e Socotra) e il governo centrale (GoY) detiene la gestione del resto dei governatorati meridionali e orientali. L’incessante conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali. 

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Si stima che per il 2021 saranno 20,7 milioni le persone (66% della popolazione) ad avere bisogno di assistenza umanitaria, 12,1 milioni dei quali urgente. Gli sfollati civili hanno superato i 4 milioni, molti dei quali hanno dovuto spostarsi più volte a causa dei movimenti del fronte. I più alti livelli di vulnerabilità sono concentrati proprio negli insediamenti informali di sfollati, dove i servizi sono quasi inesistenti. Gli spostamenti massicci di sfollati hanno inoltre messo a dura prova le già precedentemente limitate risorse e fragili infrastrutture nelle comunità ospitanti, che sono a loro volta vittime conflitto e richiedono anch’esse urgenti aiuti umanitari. 

 Intersos è presente in Yemen dal 2008 ed è una delle organizzazioni internazionali che non ha abbandonato il Paese dopo l’inizio del conflitto del 2015, espandendo costantemente le attività per rispondere ai crescenti bisogni umanitari. L’intervento dello staff sul campo integra l’assistenza medica e nutrizionale, sia attraverso cliniche mobili che il supporto alle strutture sanitarie e con servizi di protezione per i casi più marginalizzati e vulnerabili. 

 Le attività si svolgono nelle aree più remote del Paese, sia nel Nord che nel Sud dello Yemen, in particolare nei governatorati di Aden, Abyan, Hadramout, Hajja, Ibb, Sana’a, Shabwa, Taiz e Lahj.  É in quest’ultimo governatorato che si trova il campo sfollati di Al-Ribat, dove dal 2020 Intersos ha iniziato un intervento di assistenza medica e nutrizionale, che si è aggiunto alle già esistenti attività di protezione umanitaria. Sono oltre 3.500 persone le persone ospitate in questo insediamento che Intersos assiste costantemente con servizi integrati e gratuiti. 

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 “A fronte dell’entità del conflitto, delle sue conseguenze sui civili e di una popolazione allo stremo delle forze – rimarca ancora l’Ong –  l’aiuto umanitario in emergenza diviene priorità assoluta per poter avere accesso al maggior numero di persone. La comunità internazionale non può permettere che la guerra nello Yemen diventi una guerra dimenticata”.

Medici in prima linea

In uno degli ospedali di prima emergenza sul territorio nella località di al-Mokha sulla West Coast, proprio sulla linea del conflitto, Medici senza frontiere ha realizzato un Emergency Surgical Center dove fino a pochi giorni fa ha operato Federica Iezzi, giovane cardiochirurga pediatrica dell’ospedale regionale di Ancona, originaria del chietino. Di straordinario interesse è ciò che la dottoressa Iezzi testimonia nell’intervista concessa a Pierfrancesco Curzi del Fatto Quotidiano: “Non spettano a me le analisi geopolitiche e tanto meno militari. Posso soltanto raccontare il dramma dei civili, vittime principali di un conflitto che, come gli altri, sfugge all’umana comprensione. Nel centro chirurgico di Msf abbiamo curato tutti, senza distinzioni di etnia, religione e appartenenza. Ma sono le vittime innocenti quelle che lasciano senza parole… la maggior parte dei feriti, e purtroppo anche delle vittime, arrivava nel nostro ospedale per le conseguenze delle azioni militari. Ferite d’arma da fuoco, mine antiuomo, bombardamenti. Difficile restare freddi davanti a certe situazioni, specie per chi arriva da un Paese in pace come l’Italia”.

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Tra le tante storie vissute, l’operatrice di Msf ne racconta due: “ Una è capitata di domenica mentre stavo andando via dall’ospedale. Dal distretto di al-Durayhimi è arrivata un’ambulanza da dove è uscito un bimbo di 11 mesi. Tutti urlavano qasf, bombardamento. Si era appena affacciato al mondo e da quel giorno ha perso la gamba sinistra. C’erano schegge nella sua testa, alcune profonde. Al nonno del piccolo non ho potuto dire altro che ‘Abbiamo fatto il possibile, ma le condizioni rimangono molto gravi’. L’uomo aveva una lunga barba bianca e una disarmante dignità. Ce l’ho nella mia mente. Ha iniziato a piangere, seduto vicino a me e ho potuto sentire il suo dolore. Ce n’è anche un’altra molto dolorosa: un sabato in pronto soccorso ed in sala operatoria c’erano decine di pazienti, condizione che purtroppo si ripeteva quasi ogni giorno. Osservavo i loro volti quando in pronto soccorso è arrivato un uomo dal distretto di Dhubab, nel governatorato di Taiz, saltato su una mina antiuomo. Aveva perso una gamba mentre stava lavorando per rimettere in piedi la sua casa. Qualcuno che si trovava in strada, ha preparato per lui un tourniquet (laccio, bendaggio, ndr.) perfetto dal punto di vista tecnico, per fermare l’emorragia massiva. Ed uno dei miei pensieri, in quel momento, è stato che la gente normale non dovrebbe saper fare un tourniquet e invece in guerra sei costretto a impararlo”.

Yemen è anche questo: gli “angeli” della solidarietà che non abbandonano i loro simili. 

 

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