Presidente Draghi, a Gaza morte e distruzione sono anche "made in Italy"

Consiglio dei diritti dell'Uomo dell'Onu ha deciso di avviare un'inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani commesse nei territori palestinesi occupati e in Israele

Scontri a Gaza

Scontri a Gaza

Umberto De Giovannangeli 29 maggio 2021

Presidente Draghi, ponga uno stop alla vendita di armi a Israele. La pace passa anche da qui. La notizia, già messa in evidenza da Globalist, è che Il Consiglio dei diritti dell'Uomo dell'Onu ha deciso di avviare un'inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani commesse nei territori palestinesi occupati e in Israele dal mese di aprile e nel dibattito sul conflitto tra Israele e Hamas sono emerse anche accuse all'Italia per la "vendita di armi a Israele". E' "inconcepibile - si legge nel resoconto della discussione in seno al Consiglio dei diritti umani - che Stati tra cui Stati Uniti, Germania e Italia, forniscano ancora armi e assistenza militare al governo israeliano, nonostante il chiaro rischio di gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario

Promemoria per Palazzo Chigi

Presidente Draghi, le consigliamo la lettura di un report di una persona seria, documentata, che il mondo degli armamenti conosce come pochi altri in Italia: Giorgio Beretta, analista di punta dell’'Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal

 “Armi automatiche, bombe, razzi e missili, veicoli terrestri, aeromobili e poi ancora munizioni, strumenti per la direzione del tiro, apparecchi specializzati per l’addestramento e per la simulazione di scenari militari. C’è un ampio campionario dell’arsenale bellico negli oltre 90 milioni di euro di forniture di sistemi militari dall’Italia a Israele  ultimi sei anni (2015-2020) – rimarca Beretta in un articolo su osservatoriodiritti.it - Spiccano soprattutto quei 17,5 milioni di euro di autorizzazioni rilasciate nel 2019 nella categoria militare ML2 che comprende «bocche da fuoco, obici, cannoni, mortai, armi anticarro, lanciaproiettili e lanciafiamme militari»: quale tra questi è impossibile saperlo, vista la poca trasparenza delle Relazioni governative riguardo agli specifici tipi di materiali forniti ad ogni Paese. Sono comunque armamenti prodotti da una delle aziende del gruppo a controllo statale Leonardo (ex Finmeccanica), che fa la parte del leone nell’export di sistemi militari allo Stato di Israele: tra le altre aziende italiane che forniscono materiali militari al Misrad HaBitakhon, il ministero della Difesa di Israele, figurano anche Ase Aerospace, CABI Cattaneo, Fimac, Forgital, Leat, Mecaer, MES, OMA Officine, Sicamb, Teckne.

 

Nel contempo l’Italia ha acquistato dalle aziende israeliane materiali e sistemi militari per circa 150 milioni di euro. Un giro di affari di cui il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, incontrando lo scorso dicembre in visita ufficiale in Israele il suo omologo alla Difesa Benny Gantz e il primo ministro Benjamin Netanyahu, ha sottolineato «l’eccellente livello di cooperazione tecnico militare ed industriale» auspicandone  finanche  «l’ulteriore rafforzamento».

Guerini ha inoltre sostenuto che «le profonde radici storiche che caratterizzano i rapporti bilaterali tra Italia e Israele sono un riferimento costante della politica internazionale nell’ambito del nostro contributo alla stabilità nel Medioriente» (sic!).

Non solo: con Netanyahu, Guerini ha ribadito la volontà, condivisa dalla controparte, «di sviluppare ulteriormente gli ambiti di cooperazione nel settore specifico della Difesa, una collaborazione che contribuisce sia alla rispettiva sicurezza dei paesi che a ulteriori positive ricadute in termini industriali».

I silenzi del ministro della Difesa italiano

“Il ministro Guerini  - rimarca ancora Beretta - si è guardato bene dal menzionare le numerose risoluzioni dell’assemblea generale dell’Onu che, già dal 1975, ha condannato «la continua occupazione dei territori arabi da parte di Israele in violazione della Carta delle Nazioni Unite e dei principi del diritto internazionale” (si veda la risoluzione 3414 del 5 dicembre 1975, la risoluzione 31/61   del 9 dicembre 1976 e successive) chiedendo a «tutti gli Stati di desistere dal fornire a Israele qualsiasi aiuto militare o economico fintanto che continua ad occupare territori arabi e nega i diritti nazionali inalienabili del popolo palestinese».

Queste risoluzioni, inoltre, hanno imposto allo Stato di Israele «il completo ritiro israeliano dai territori occupati e la creazione di uno stato palestinese» (risoluzione 36/226  del 17 dicembre 1981).

Lo Stato di Israele già dal 2013 era stato condannato in 45 risoluzioni dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: dalla creazione del Consiglio nel 2006 è stato oggetto di più risoluzioni di condanna che il resto dei Paesi del  mondo messi insieme.

L’Italia vende armi a Israele: il salto di qualità

Il “salto di qualità” avviene nell’aprile del 2012 quando, l’allora presidente del Consiglio, Mario Monti, in visita in Israele annunciò l’intenzione del governo di finalizzare al più presto i dettagli del contratto per la fornitura all’Aeronautica Militare Israeliana di 30 velivoli d’addestramento M-346 prodotti dalla Alenia-Aermacchi e relativi simulatori di volo.

Sono gli aerei e i simulatori su cui si sono esercitati i piloti dei caccia F-16 e F-35 che in questi giorni stanno bombardando Gaza. Un contratto, che faceva seguito agli accordi presi dal precedente governo Berlusconi per un pacchetto di acquisti reciproci, di cui ha beneficiato l’azienda del gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), mentre i contribuenti italiani hanno pagato il corrispettivo, per oltre 850 milioni di euro, di tecnologia aerospaziale acquistata da Israele, tra cui un satellite spia e due aerei Gulfstream G550 «per la sorveglianza e la supremazia aerea» a supporto alle forze di terra e navali.

Gli ultimi contratti con Agusta-Westland

Negli anni successivi le forniture di sistemi militari dall’Italia a Israele sono aumentate rispetto agli anni Novanta, ma non hanno segnato valori rilevanti fino al febbraio 2019, quando i ministeri della Difesa dei due Paesi hanno firmato un accordo per l’acquisto di sette di elicotteri AW119Kx d’addestramento avanzato della Agusta-Westland (gruppo Leonardo) per le forze aeree israeliane, del valore di 350 milioni di dollari, ancora una volta in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un valore equivalente di tecnologia militare israeliana. Nel settembre del 2020 ne sono stati aggiunti altri cinque, per un totale di dodici elicotteri e due simulatori destinati alla Air Force Flight School.

Le manifestazioni della società civile

Nei giorni scorsi si sono tenute in numerose piazze italiane manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco e per esprimere solidarietà al popolo palestinese: manifestazioni oscurate dagli organi di stampa nazionali, che hanno invece dato ampio risalto al raduno indetto dalla Comunità Ebraica al Ghetto di Roma in solidarietà con Israele, a cui hanno partecipato tutti i rappresentanti dei principali partiti politici, tranne Sinistra italiana e Liberi e Uguali.

Molte delle manifestazioni di piazza hanno rilanciato l’appello  e la lettera aperta alle massime autorità nazionali diffuso dalla Rete italiana pace e disarmo con i sindacati Cgil, Cisl, Uil insieme a tantissime associazioni della società civile. L’appello ribadisce che è urgente «un’azione diplomatica, di pace e di rispetto del diritto Internazionale: occorre fermare la violenza, rimuovendone le cause, e riconoscendo lo Stato di Palestina».

A fronte delle reiterate violazioni da parte dello Stato di Israele, la Campagna di pressione alle banche armate, insieme a Pax Christi, ha chiesto al governo italiano di «sospendere immediatamente tutte forniture di armamenti a Israele e di revocare tutte le licenze per armi in corso».

«Il nostro Paese – si legge nel comunicato – se non vuole continuare ad essere complice delle violenze e della sopraffazione da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese, deve anzitutto mettere in pratica il principio sancito dall’articolo 11 della nostra Costituzione e ribadito nella legge n.185/90  che vieta esplicitamente l’esportazione di sistemi militari verso i Paesi in stato di conflitto armato”. 

La Campagna banche armate ha inoltre invitato associazioni e correntisti ad interpellare la propria banca riguardo all’eventuale coinvolgimento dell’istituto di credito nelle forniture di armi e sistemi militari a Israele”. 

Fin qui Beretta. 

Al presidente del Consiglio e al ministro della Difesa segnaliamo anche quanto affermato dall’ambasciatrice palestinese in Italia, Abeer Odeh,  in una intervista a fanpage.it: “Negli ultimi anni l'Italia, come molti altri paesi del mondo, ha venduto a Israele armi, bombe, missili, aerei e elicotteri da guerra. Ogni arma venduta a Israele è un'arma fornita a una forza di occupazione e impiegata per uccidere palestinesi: lo dimostrano i fatti di questi giorni ed è impossibile sostenere il contrario. Penso che per raggiungere pace e prosperità per il nostro popolo, per costruire un luogo sicuro per i nostri bambini, l'approccio dovrebbe essere diverso. Si stanno fornendo armi agli occupanti: ma per fare cosa?”.

L’ambasciatrice Odeh chiude con una domanda. La distruzione di Gaza, è la risposta. Farlo anche con armi made in Italy è una vergogna per il nostro Paese. Vero, presidente Draghi?