Armi all'Egitto: un governo di "piazzisti" è una vergogna italiana

Il Governo Draghi pare intenzionato a continuare a fare affari con al Sisi visto che ha avallato l'invio delle seconda Fremm all'Egitto e confermato la Headline sponsor a Fincantieri per la fiera degli armamenti Edex 2021

Al Sisi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Aprile 2021 - 14.38


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Per una volta, stravolgiamo la grammatica giornalistica. Partendo dal commento. Lo facciamo perché il commento in questione sintetizza mirabilmente un dato politico che Globalist ha documentato con articoli e interviste.

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“Il Governo Draghi – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Opal – pare intenzionato a continuare a fare affari militari con al Sisi visto che ha avallato l’invio delle seconda Fremm all’Egitto e, soprattutto, ha confermato la Headline sponsor a Fincantieri per la fiera degli armamenti Edex 2021 che si terrà al Cairo dal 29 novembre al 2 dicembre 2021 e che una delegazione militare dell’Egitto è attesa a Seafuture, la fiera navale che si terrà a La Spezia dal 28 settembre al 1 ottobre”. 

Piazzista d’armi

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Siamo alle solite. Anche con il governo di “alto profilo” a dettare legge, nella diplomazia degli affari, è la potente e trasversale lobby militare-industriale.

A fornire un quadro dettagliato in merito è un report della Rete Italiana Pace e Disarmo (Ripd).

“Come era possibile intuire dalle notizie di settore degli scorsi mesi, e come la Rete Italiana Pace e Disarmo aveva più volte anticipato sottolineandone la problematicità, per il secondo anno consecutivo è l’Egitto il principale acquirente di sistemi d’arma esportati dalle aziende italiane a produzione militare. Rimangono quindi floridi gli affari armati con il governo autoritario di al-Sisi nonostante le pesanti violazioni dei diritti umani e la non collaborazione nei casi Regeni e Zaki.

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Nelle scorse ore è stata trasmessa al Parlamento la Relazione governativa annuale sull’export di armamenti, richiesta dalla Legge 185/90 che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani. In attesa del Documento definitivo la Rete Italiana Pace e Disarmo è in grado di diffondere alcuni dati riassuntivi, comunque rilevanti per iniziare una valutazione dell’andamento.

Nel corso del 2020 il totale delle nuove autorizzazioni rilasciate per esportazione di materiale d’armamento ha raggiunto i 3.927 milioni di euro di controvalore, in deciso calo (-25%) rispetto al totale per il 2019 (che era in linea anche con l’anno precedente). Va ricordato però come il 2020 sia stato “l’anno della pandemia” con un impatto molto forte sull’economia del Paese che sembra però non aver travolto in maniera eccessiva il comparto bellico. Il volume delle esportazioni militari starebbe quindi gradualmente scendendo dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell’anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017). Si tratta comunque di un livello complessivo di un miliardo di euro maggiore rispetto ai valori del 2014, per cui si può confermare l’analisi già fatta in passato: le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l’industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo. Solo con la documentazione complessiva della Relazione (in particolare la sezione a cura dell’Agenzia delle Dogane) si potrà infine valutare la tendenza relativa alle effettive spedizioni e fatturazioni.

Le autorizzazioni per nuove licenze costituiscono il dato politico saliente rispetto alle decisioni prese al Governo in carica (in questo caso, per il 2020, il Governo Conte II) ed in questo senso vanno analizzate. L’Egitto si conferma il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta aumentando la propria quota fino a 991,2 milioni di euro (+120 milioni) grazie alla licenza di vendita delle due Fregate Fremm. Al secondo posto gli Stati Uniti con 456,4 milioni (+150 milioni) seguiti dal Regno Unito con 352 milioni (in calo di 67). Dopo le mega-commesse del 2017 e 2018 ritorna tra le prime destinazioni di armi italiane anche il Qatar, con un controvalore di 212 milioni di euro (+195 milioni rispetto all’anno precedente), seguito dalla Germania (con 197,6 milioni in lieve calo) e dalla sorprendente Romania con 169,6 milioni di euro (nel 2019 era a meno di 1 milione in licenze al 54 posto tra le destinazioni). Completano la lista dei primi dieci Paesi la Francia (154,5 milioni, in calo di 120), il Turkmenistan (che scende rispetto al secondo posto 2019 ma mantiene 149,5 milioni di euro di autorizzazioni pur calando di quasi 300 milioni), l’Arabia Saudita (ben 144,4 milioni di euro in licenze nonostante il blocco relativo a missili e bombe d’aereo) e la Corea del Sud (134,8 milioni, in calo di circa 30).

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Sopra i 100 milioni complessivi si collocano anche Emirati Arabi Uniti (117,6 milioni con aumento di 28) e Spagna (108,7 milioni con aumento di 43).

Fra le prime 10 destinazioni delle autorizzazioni all’export di armi italiane nel 2020 troviamo dunque 5 Paesi Nato (3 dei quali anche nella Ue) 1 dell’Africa Settentrionale e 4 asiatici. Complessivamente il 56,1% (2.204 milioni) delle autorizzazioni per licenze all’export ha per destinatari Paesi fuori dalla Ue e dalla Nato, elemento da sempre sottolineato come problematico dalla nostra Rete perché la legge italiana sancisce che le esportazioni di armamenti italiani “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 1).

Si tratta di una situazione ormai strutturale e non episodica: per il quinto anno consecutivo, dal governo Renzi del 2016, sono proprio i Paesi Extra Nato-Ue i principali destinatari di sistemi militari italiani. Ma ancor più preoccupante è il fatto che per il quinto anno consecutivo la maggior parte degli armamenti e sistemi militari italiani sia destinata nella zona di maggior tensione del mondo: il Nord Africa e Medio Oriente.

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Questi dati preliminari confermano come la produzione militare italiana non sia indirizzata alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese e a quella comune europea ma risponda sempre più a logiche di profitto delle aziende produttrici di armamenti, soprattutto quelle a controllo statale. Sono queste le motivazioni che ci spingono a chiedere la Relazione Governativa sulla Legge185/90 sia esaminata e discussa quanto prima dalle competenti Commissioni Parlamentari che arrivino anche, dopo l’opportuno dibattito ed eventuali audizioni cui siamo disposti a partecipare, a votare un documento che chiarisca la linea politica che presiede le esportazioni di sistemi militari italiani. Ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità”.

E la fregata va

Un breve passo indietro nel tempo. Nove aprile 2021. Così Amnesty International Italia e Rete Italiana Pace e Disarmo: “La seconda fregata multimissione Fremm, facente parte dell’accordo di vendita per due navi militari perfezionato durante il 2020, sta partendo alla volta dell’Egitto. Secondo indiscrezioni raccolte dalle nostre organizzazioni la nave, il cui nome è stato mutato in Bernees e con il numero di immatricolazione egiziano 1003, dovrebbe completare oggi l’imbarco degli armamenti. In programma per domani invece il momento finale della consegna alle forze armate di al-Sisi dopo la cerimonia di cambio bandiera avvenuta in queste ultime ore: la nave era, infatti, inizialmente destinata alla Marina Militare italiana con il nome “Emilio Bianchi” assegnato al varo del gennaio 2020. Anche se non dovesse concretizzarsi nella giornata di domani la consegna appare comunque imminente: da circa metà febbraio dai cantieri navali presso La Spezia sono state eseguite diverse uscite in mare di collaudo finale e soprattutto di addestramento per l’equipaggio della Marina Militare egiziana.

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Questa notizia conferma in maniera evidente come non ci sia stato alcun cambio di rotta rispetto alle decisioni dello scorso anno e che anche il Governo Draghi, cui è in capo la responsabilità dell’autorizzazione finale alla consegna, dopo la concessione della licenza di vendita nel 2020 da parte del Governo Conte, ha deciso di continuare a sostenere il regime egiziano con forniture militari. Una scelta che Amnesty International Italia e Rete Italiana Pace e Disarmo continuano a condannare e a considerare non solo inaccettabile e insensata, ma anche contraria alle norme nazionali ed internazionali sul commercio di armi che l’Italia ha sottoscritto e che dovrebbe rispettare.

Il tutto avviene a pochi giorni dall’ennesimo rinvio dei termini di carcerazione preventiva per lo studente Patrick Zaki e nel continuo ripetersi di casi di violazioni diritti umani da parte del regime di al-Sisi. Non va dimenticato inoltre che a metà marzo è stato pubblicato un nuovo Rapporto degli esperti Onu che individuano chiaramente una serie di violazioni da parte dell’Egitto dell’embargo sugli armamenti in vigore verso la Libia. Rafforzare la marina militare egiziana significa dunque peggiorare ulteriormente anche questa situazione specifica.

‘La vendita di queste navi configura una serie di problemi e violazioni che le nostre organizzazioni hanno segnalato da tempo – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore delle campagne di Ripd – cui nelle ultime settimane si è aggiunta anche l’evidenza di una perdita economica non indifferente, al contrario di quanto sostenuto da diversi esponenti politici come giustificazione dell’accordo’.  La coppia di navi è infatti costata allo Stato italiano – che ora attende i rimpiazzi – circa 1,2 miliardi di euro compresi gli interessi pagati sui mutui, ma secondo notizie di stampa l’accordo di rivendita avrebbe un valore di soli 990 milioni di euro, senza contare i costi di smantellamento dei sistemi di standard Nato già installati.

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Come già ripetuto più volte nel corso del 2020 (non appena trapelata l’intenzione del Governo italiano di concedere a Fincantieri autorizzazioni per la rivendita di queste due navi inizialmente destinate alla marina militare italiana) le nostre organizzazioni ribadiscono i contenuti della mobilitazione #StopArmiEgitto chiedendo il massimo sostegno da parte dell’opinione pubblica e della società civile”.

“La conclusione di questo affare con la consegna della seconda Fremm suscita ancora più sdegno perché arriva pochi giorni dopo l’ennesimo, crudele, rinvio di altri 45 giorni della detenzione preventiva di Patrick Zaki. Il Governo sta dimostrando una mancanza totale di coerenza nell’esprimere al contempo solidarietà verso la causa del giovane studente dell’Università di Bologna e nel vendere armamenti ad un regime sanguinario come è quello di al-Sisi. Atti che non solo sono politicamente inopportuni, ma contrari alla normativa italiana e internazionale sull’export di armi” rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. ‘Chiediamo che vi sia un cambio di passo e che il Parlamento italiano faccia sentire la propria voce per frenare questa collaborazione con uno paese responsabile di gravissime violazioni dei diritti umani. Finché questi accordi saranno conclusi con il beneplacito delle istituzioni, è da ingenui pensare che si possa compiere qualche passo avanti nell’ottenere la liberazione di Zaki” conclude Noury.

Così è. Cambiano i governi, variano le maggioranze, ma sempre piazzisti d’armi restiamo. E continuiamo a fare affari con chi ha fatto uccidere Giulio Regeni e condannato all’”ergastolo” amministrativo Patrick Zaki. Complimenti, presidente Draghi. 

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