A Gerusalemme la violenza dell'occupante: viaggio nella città "giudeizzata"

All'inizio del mese sacro musulmano del Ramadan, la polizia ha deciso che ai residenti di Gerusalemme Est doveva essere impedito di sedersi sui gradini che portano alla Porta di Damasco

Incidenti a Gerusalemme

Incidenti a Gerusalemme

Umberto De Giovannangeli 21 aprile 2021

Gerusalemme, riesplode la violenza. Ed è allarme rosso.

Indicativo in proposito è l’editoriale di Haaretz: “La violenza è tornata nelle strade di Gerusalemme. Come nelle precedenti ondate di violenza, è difficile mettere un dito sul momento esatto in cui è iniziata o identificare un singolo colpevole. Ma proprio come hanno fatto in passato, il governo e la polizia di Israele stanno agendo in modo irresponsabile e aggressivo, contribuendo così alla violenza. All'inizio del mese sacro musulmano del Ramadan, la polizia ha deciso che ai residenti di Gerusalemme Est doveva essere impedito, ad ogni costo, di sedersi sui gradini che portano alla Porta di Damasco della Città Vecchia. Hanno quindi chiuso l'area con barriere di polizia. E lo hanno fatto anche se questa è la piazza pubblica più importante di Gerusalemme Est, la piazza principale della comunità palestinese. La polizia non ha fornito alcuna spiegazione soddisfacente per questa decisione, e molti residenti di Gerusalemme Est hanno visto la chiusura della scalinata come un'umiliazione di troppo. Le dimostrazioni sono iniziate alla Porta di Damasco, e anche se erano in gran parte non violente la polizia le ha disperse con la forza. Allo stesso tempo, è iniziata una brutta pratica in cui giovani palestinesi hanno aggredito gli ebrei per postare i video degli attacchi sui social media. Poi, come se la tensione non fosse abbastanza alta, i legislatori del partito di estrema destra Sionismo Religioso sono andati alla Porta di Damasco domenica per rimproverare gli agenti di polizia di non fare abbastanza per proteggere gli ebrei. Erano accompagnati da un gruppo di giovani che cantavano canzoni di odio anti-palestinese e di vendetta contro. Due ore dopo, Mohammed Abu Ziyadeh, 17 anni, è stato attaccato in una stazione della metropolitana leggera in Jaffa Street. E lunedì, le aggressioni contro arabi casuali si sono intensificate.

Decine di giovani ebrei hanno imperversato per ore nel centro di Gerusalemme, cercando arabi da aggredire. La polizia ha arrestato sei di loro, ma la maggior parte degli aggressori è stata lasciata in pace.

Le scene di Gerusalemme degli ultimi giorni ricordano i terribili giorni del 2014 e del 2015. E questi attacchi sono promossi da politici cinici ed estremisti. Inoltre, la polizia si comporta in modo aggressivo verso i palestinesi mentre mostra indifferenza verso gli aggressori ebrei. Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu, impegnato a lottare per la propria sopravvivenza politica, e il ministro della Pubblica Sicurezza Amir Ohana hanno giocato un ruolo nell'atmosfera violenta e razzista che si sta diffondendo nel paese. Il fatto che per anni non abbiano ritenuto opportuno condannare gli attacchi degli ebrei, combinato con il loro incitamento contro la comunità araba, significa che sono loro i responsabili. La polizia deve fare marcia indietro, rimuovere le barriere sulle scale, iniziare un dialogo con i residenti di Gerusalemme Est e garantire la sicurezza di tutti i residenti della capitale in ogni parte della città. E Ohana e Netanyahu devono smettere di giocare con il fuoco. Dai politici ci si aspetta che dimostrino moderazione e responsabilità, non che aggiungano benzina al fuoco”.

Pulizia etnica

 Il 10 marzo, quattordici organizzazioni palestinesi e arabe hanno lanciato un “appello congiunto urgente alle Procedure Speciali delle Nazioni Unite sugli sgomberi forzati a Gerusalemme est” per fermare gli sgomberi israeliani nella zona. Le decisioni successive dei tribunali israeliani hanno spianato la strada all’esercito e alla polizia israeliani per sfrattare 15 famiglie palestinesi – 37 case per circa 195 persone – nell’area di Karm Al-Ja’ouni a Sheikh Jarrah e nel quartiere di Batn Al-Hawa nella città di Silwan. Questi imminenti sfratti non sono i primi, né saranno gli ultimi. Israele ha occupato Gerusalemme est palestinese nel giugno 1967 e formalmente, anche se illegalmente, l’ha annessa nel 1980. Da allora, il governo israeliano ha respinto con veemenza le critiche internazionali all’occupazione israeliana, definendo, invece, Gerusalemme come la “capitale eterna e indivisa di Israele” .Per garantire che la sua annessione della città fosse irreversibile, il governo israeliano ha approvato il Master Plan 2000, un imponente progetto intrapreso da Israele per riorganizzare i confini della città in modo tale da garantire una maggioranza demografica permanente per gli ebrei israeliani a spese degli abitanti nativi della città. Il Master Plan non era altro che un progetto per una campagna di pulizia etnica sponsorizzata dallo stato, che ha visto la distruzione di migliaia di case palestinesi e il conseguente sfratto di numerose famiglie. Mentre i titoli dei giornali presentano occasionalmente gli sfratti abituali delle famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah, Silwan e in altre parti di Gerusalemme Est come una questione che coinvolge contro-rivendicazioni da parte di residenti palestinesi e coloni ebrei, la storia è, in effetti, una rappresentazione più ampia della storia moderna della Palestina. La maggior parte degli sgomberi a Gerusalemme Est avvengono nel contesto di questi tre argomenti giuridicii interconnessi e strani: la legge degli assenti, la legge sulle questioni legali e amministrative e il Master Plan 2000. Nell’ insieme, si è facilmente in grado di decifrare la natura del progetto coloniale israeliano a Gerusalemme est, dove individui israeliani, in coordinamento con organizzazioni di coloni, lavorano insieme per realizzare la loro visione dello Stato. Nel loro appello congiunto, le organizzazioni palestinesi per i diritti umani descrivono come l’insieme degli ordini di sfratto, emessi dai tribunali israeliani, culminano nella costruzione di insediamenti ebraici illegali. Le proprietà palestinesi confiscate vengono solitamente trasferite a una filiale all’interno del Ministero della Giustizia israeliano denominata Custode Generale Israeliano. Quest’ultimo mantiene queste proprietà fino a quando non vengono rivendicate dagli ebrei israeliani, in conformità con la legge del 1970. Una volta che i tribunali israeliani onorano le rivendicazioni legali di individui ebrei israeliani sulle terre palestinesi confiscate, questi individui spesso trasferiscono i loro diritti di proprietà o gestione a organizzazioni di coloni. In pochissimo tempo, queste ultime organizzazioni utilizzano la proprietà appena acquisita per espandere gli insediamenti esistenti o per avviarne di nuovi.

“Mentre lo Stato israeliano afferma di svolgere un ruolo imparziale in questo progetto, in realtà è il facilitatore dell’intero processo – scrive Ramzy Baroud, giornalista e direttore di The Palestine Chronicle, in un documentato e vibrante articolo tradotto e pubblicato da palestinaculturaliberta.org in Italia  Il risultato finale si manifesta nella scena sempre prevedibile, dove una bandiera israeliana viene issata trionfante su una casa palestinese e una famiglia palestinese riceve una tenda fornita dall’Onu e alcune coperte. Mentre l’immagine sopra può essere liquidata da alcuni come un altro evento comune e di routine, la situazione nella Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est è diventata estremamente instabile. I palestinesi sentono di non avere più niente da perdere e il governo di Netanyahu è più incoraggiato che mai...”.

Negli ultimi mesi, i tribunali israeliani hanno confermato gli ordini di sfratto di 16 famiglie palestinesi nei distretti di Silwan e Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Gli sgomberi vengono effettuati tramite azioni legali della società israeliana Nachalat Shimon e delle associazioni di coloni Ateret Cohanim ed Elad. Queste tre organizzazioni sostengono che la terra su cui si trovano le case delle famiglie appartiene a loro perché gli ebrei yemeniti possedevano la terra prima del 1948. La discriminatoria legge israeliana in materia legale e amministrativa consente agli ebrei di rivendicare la proprietà dei beni che hanno perso durante la guerra del 1948 ma non garantisce lo stesso diritto ai palestinesi.

La rivendicazione di un possesso assoluto di Gerusalemme non riguarda solo Israele e la diaspora ebraica mondiale, perché i più tenaci e fanatici sostenitori della “giudeizzazione” della Città santa sono gli evangelici, in particolare quelli americani

Bramosia di possesso

La conquista dei luoghi santi di Gerusalemme, avvenuta con la Guerra dei Sei giorni dell’estate 1967, viene rielaborata in una chiave ideologica che da subito aveva preoccupato i due “eroi” di quella Guerra: il ministro della Difesa, Moshe Dayan, e il capo di stato maggiore di Tsahal, Yitzhak Rabin. A farsi strada è la sacralità di “Eretz Israel”, che in quanto tale non è data come materia disponibile per qualsiasi politico. La Terra è Dio. E’ il trionfo del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, l’humus culturale e ideologica su cui è cresciuta la fortuna politica della destra israeliana. In questa narrazione, la questione della sicurezza, che pure segna da sempre la quotidianità della popolazione israeliana, ha un ruolo tutto sommato secondario. Il punto centrale è che la Terra d’Israele non è negoziabile. E’ una questione identitaria, e dunque metapolitica. Affrontarla significa rileggere la storia d’Israele, dalla sua fondazione ad oggi, e assieme ad essa, quella, non meno complessa e tormentata, della diaspora. Segnata nel tempo da una bramosia di possesso assoluto che ha prodotto guerre, odii secolari, tingendo di sangue le sue pietre millenarie. Gerusalemme. “Il problema di Gerusalemme consiste nel fatto che è oggetto di una competizione aspra, crudele e nazionalistica tra gli ebrei d’Israele e gli arabi palestinesi. Per entrambe le parti vincere la competizione significa acquistare una sovranità incontrastata sulla città”. Così Avishai Margalit, tra i più acuti analisti politici israeliani, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme, riflette sulla Città Contesa nel suo libro Volti d’Israele (Carrocci). “Ciò che rende il problema di Gerusalemme tanto complesso – annota ancora Margalit – è il fatto che l’attuale competizione nazionalistica per la città si svolge sullo sfondo di un’antica e sanguinosa competizione religiosa tra ebraismo, cristianesimo e islam. Per comprendere la profondità del conflitto nazionalistico bisogna afferrare il carattere di quello religioso...”. Per questo Gerusalemme è il simbolo di un conflitto che non ha eguali al mondo. Perché come nessun conflitto al mondo racchiude in esso interessi, sentimenti, geopolitica e simbologia, in una dimensione atemporale. Sono dunque gli scrittori coloro che meglio sono riusciti a catturare l’essenza e a raccontare la natura del problema. E tra gli scrittori ce ne è uno che più di chiunque altro ha scavato in quel groviglio di sentimenti, ambizioni, paure, speranze, odio, che da sempre caratterizza l’affaire- Jerusalem. Quello scrittore, scomparso qualche anno fa, è Amos Elon. Gerusalemme – osserva Elon nel suo libro Gerusalemme. I conflitti della memoria (BUR) – conserva uno straordinario fascino sulla fantasia e genera, per tre fedi ostili che si esprimono con parole perfettamente intercambiabili, la paura e la speranza dell’Apocalisse. Qui il territorialismo religioso è un’antica forma di cultura. A Gerusalemme, nazionalismo e religione furono sempre intrecciati tra loro; qui l’idea di una terra promessa e di un popolo eletto fu brevettata per la prima volta, a nome degli ebrei, quasi tremila anni fa. Da allora – prosegue Elon – il concetto del nazionalismo come religione ha trovato emuli anche altrove...Oggi, a Gerusalemme, religione e politica territoriale sono una cosa sola. Per i palestinesi come per gli israeliani, religione e nazionalismo si sovrappongono e combaciano. Da entrambe le parti si fondono e ciò che nasce è potenzialmente esplosivo”. Tutto su Gerusalemme rimanda a una visione assolutistica che non conosce né concede l’esistenza di aree “grigie”, di incontri a metà strada tra le rispettive ragioni. Un diplomatico, tutto ciò, dovrebbe saperlo e tenere bene in mente. Perché in questo crogiolo di sentimenti e di passioni, anche un fotomontaggio può divenire devastante.

Sari Nusseibeh, già rettore dell’Università Al-Quds a Gerusalemme Est, è il più autorevole e indipendente tra gli intellettuali palestinesi. La sua è una delle più antiche famiglie gerusalemite, assieme agli Husseini e ai Nashashibi. Del suo libro” C’era una volta un paese. Una vita in Palestina”(Il Saggiatore), questa è la conclusione: “I dualismi di buono e malvagio, bianco e nero, giusto e sbagliato, all’insegna del ‘noi’ e ‘loro’, dei nostri ‘diritti e delle loro ‘usurpazioni’, hanno ridotto a brandelli la Terra santa. La sola speranza ci viene quando diamo ascolto alla saggezza della tradizione, e dalla consapevolezza che Gerusalemme non può essere conquistata o conservata con la violenza. E’ una città di tre fedi diverse ed è aperta al mondo….Negli antichi, intricati vicoli di Gerusalemme, stupore e prodigi sono sempre dietro l’angolo, pronti a ricordarti che questo non è un posto comune che un rilevatore può misurare con la sua asta graduata. E’ una terra troppo sacra per questo”. E per una dichiarazione unilaterale che ne viola saggezza e tradizione. E ne fa il centro di una possibile, devastante, guerra di religione”.

La violenza della polizia si accompagna a quella, non meno pervasiva, dei tribunali e delle confische “legalizzate”. E’ una pulizia etnica a 360 gradi. Avallata dalla comunità internazionale e da media compiacenti. Anche di casa nostra. 

(ha collaborato Osama Hamdan)