Erdogan, il dittatore premiato dall'Europa

Il “Sultano di Ankara” non ha ricevuto una sanzione che sia una dall’Europa o dalle Nazioni Unite. Compra sistemi missilistici russi ma continua a far parte della Nato

Erdogan
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Aprile 2021 - 12.37


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Ha riempito le carceri di migliaia di oppositori, ha epurato centinai di miglia di funzionari pubblici. Ha mandato all’ergastolo generali accusati di un putsch fantasma. Ha deposto e incarcerato parlamentari dell’opposizione liberamente eletti. Ha portato avanti la pulizia etnica nel Rojava contro la popolazione curdo-siriana. Ha riempito la Libia di miliziani jihadisti che si erano macchiati dei crimini più atroci in Siria. Continua a ricattare l’Europa con i 3milioni di profughi siriani “ospitati” nei campi turchi. Ha attaccato frontalmente i diritti delle donne facendo uscire la Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne. Per tutto questo, il “Sultano di Ankara” non ha ricevuto una sanzione che sia una dall’Europa o dalle Nazioni Unite. Compra sistemi missilistici russi ma continua a far parte della Nato senza che a Bruxelles si sia levata una voce problematica.

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Crisi diplomatica

Tutto questo si può anche accettare, ma la mancanza di galanteria diplomatica, questo proprio no. Potenza del “sofagate”. Roma reagisce, al presidente del Consiglio scappa una parola che ben si addice a Recep Tayyp Erdogan e la crisi ha inizio.

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Il ministero degli Esteri turco ha convocato l’ambasciatore italiano ad Ankara, Massimo Gaiani, dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Mario Draghi, sul capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdodagan, definito “dittatore”. Lo rende noto l’agenzia di stampa ufficiale turca Anadolu. Nella vicenda interviene il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu: “Condanniamo con forza le affermazioni senza controllo del primo ministro italiano nominato Mario Draghi sul nostro presidente eletto” Recep Tayyip Erdogan.

Notate bene le sottolineature lessicali: “affermazioni senza controllo”, “primo ministro nominato, “presidente eletto”.

Ankara, attraverso il ministero degli Esteri, ha chiesto all’ambasciatore italiano Massimo Gaiani che “vengano immediatamente ritirate le dichiarazioni sgradevoli e fuori dai limiti” riferite ad Erdogan dal premier italiano Draghi”. Lo rende noto un comunicato dello stesso ministero.

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Le affermazioni del premier italiano Mario Draghi sul presidente Erdogan sono “senza fondamento. Ci aspettiamo che vengano corrette immediatamente”. Così Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco, in un post su twitter. In conferenza stampa Mario Draghi rispondendo a una domanda sul modo in cui Erdogan ha discriminato la presidente della commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha detto: “Con questi chiamiamoli dittatori uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, ma anche pronti a collaborare per assicurare gli interessi del Paese.  Bisogna trovare un equilibrio giusto. Erdogan è un dittatore di cui si ha bisogno”. Ed ha aggiunto: “Non condivido affatto il comportamento di Erdogan e l’umiliazione che la presidente Von Der leyen ha dovuto subire”.

La stampa turca va giù duro

Scrive Marco Ansaldo, tra i più profondi conoscitori del “pianeta turco”, su Repubblica: “’Italia mafia’. ‘Mussolini dittatore’. Dura reazione di Ankara a Draghi”. Però anche: “Il premier italiano ha detto quello che tutti, anche qui, pensano e non possono dire”. La Turchia si è svegliata oggi con una nuova crisi, e c’è purtroppo abituata. Da quasi vent’anni il Paese è stressato dai contenziosi causati dal suo leader, e non passa giorno senza un nuovo fronte aperto.

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Questa mattina è il momento dell’Italia. E i giornali e i siti online, al 95 per cento filo governativi, riportano le parole “scioccanti”, come si legge, del presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, “un premier di ripiego”, commenta l’osservante quotidiano Yeni Safak. Le reazioni istituzionali e governative non si sono fatte attendere. I collaboratori principali del capo dello Stato, Recep Tayyip Erdogan, hanno fatto scudo attorno al loro presidente puntando su un approccio difficilmente smontabile: in Turchia si svolgono regolari elezioni e i nostri rappresentanti vengono eletti democraticamente.

Ma un conto è quanto dice la casta al potere, fra istituzioni e media. Un alto discorso è la pancia del Paese. E allora, se si vanno a vedere i social, quelli almeno non ancora silenziati finora (molti lo sono già, ma i turchi sono un popolo molto creativo e hanno trovati sistemi alternativi per comunicare in rete), danno il polso di quello che emerge oltre i comunicati ufficiali. Gli utenti si sbizzarriscono allora nell’applaudire “il premier italiano che finalmente ha detto la verità”. E quindi: “Bravo Draghi”. “Qualcuno in Europa si accorge della realtà di quel che avviene in Turchia”. “Una voce libera: l’Italia”. “Draghi coraggioso”. E, anche, qualche preoccupato “Adesso Turchia e Italia sono in guerra”.

La più grande prigione di giornalisti al mondo.

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Un Paese-carcere nel quale vengono rinchiusi attivisti per diritti umani, insegnanti, scrittori, avvocati, editori, funzionari pubblici, parlamentari curdi, blogger, femministe, sindacalisti indipendenti, operatori di borsa, ex militari non allineati con il “Gendarme di Ankara”: il presidente Recep Tayyip Erdogan.

Le statistiche delle purghe in corso in Turchia sono sconvolgenti. Il giorno dopo il fallito golpe del luglio 2016, il governo del presidente Erdogan ha licenziato 2.745 giudici, un terzo del totale. Non molto tempo dopo circa centomila funzionari pubblici, insegnanti e giornalisti hanno perso il lavoro. Il numero è oggi incredibilmente elevato: 138.147 funzionari, insegnanti e accademici statali licenziati, 50.987 arrestati. All’interno delle carceri, gli incontri tra detenuti e avvocati sono strettamente limitati e le loro riunioni attentamente monitorate, compromettendo inevitabilmente una difesa efficace. Non sono autorizzati contatti con l’esterno, fatta eccezione dei parenti più stretti, con i quali possono comunicare una volta a settimana, attraverso una finestra di vetro o via telefono.

Grazie allo stato d’emergenza, il presidente-gendarme – che dopo la vittoria nel contestato referendum costituzionale ha avocato a sé tutti i poteri esecutivi – può in qualsiasi momento ordinare isolamenti, detenzioni, chiusure di organizzazioni e istituti, sequestri di proprietà private, coprifuochi. Il costo umano di queste purghe è elevatissimo.

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Almeno 37 delle persone arrestate si sono tolte la vita. La cifra è fornita dal Partito repubblicano del popolo (Chp), formazione d’opposizione, in un rapporto preparato dal suo vicepresidente Veli Ağbaba. Diciassette delle persone che si sono suicidate erano agenti di polizia, quattro soldati e due guardie carcerarie. L’umiliazione e la paura hanno presentato un conto salatissimo.

Ecco cosa è oggi la Turchia di Erdoğan: un Paese sotto il tallone di ferro di un regime islamo-nazionalista che tratta ogni oppositore come una minaccia alla sicurezza dello Stato. E se lo combatti con la forza delle idee e con i tuoi scritti sei ancora più pericoloso. Lo sa bene Asli Erdoğan autrice pluripremiata e tradotta in 17 lingue (in Italia con “Il mandarino meraviglioso”, ed. Keller), diventata il simbolo delle centinaia di intellettuali colpiti dalla repressione nella Turchia post-golpe. Lei in carcere ha trascorso 136 giorni con l’accusa di “terrorismo”.

Devo quel po’ di libertà che ho adesso al sostegno internazionale – sottolinea la scrittrice in una intervista all’Ansa -. Senza questo, probabilmente sarei rimasta in prigione e, se non fossi morta, anche per le mie condizioni di salute, sarei stata rilasciata con tante scuse solo dopo anni. Ormai lo stato di diritto non esiste più. Può accadere qualsiasi cosa. Tantissimi giudici sono in galera. Può toccartene uno di 25 anni, che magari cerca di fare buona impressione sul suo capo, o semplicemente di non finire a sua volta sotto accusa: è molto difficile credere ancora nella giustizia. Il mio è stato uno dei casi più ridicoli e kafkiani. E credo sia un messaggio per tutti gli intellettuali: state lontani dai curdi (Asil non lo è ma si batte per i diritti delle minoranze, ndr), o vi tratteremo come loro”.

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Se questa non è una dittatura

Dal Rapporto di Amnesty International sullo stato dei diritti umani nel mondo 2019-2020.

Migliaia di persone sono rimaste in custodia cautelare per periodi dalla durata punitiva, spesso in assenza di prove sostanziali che avessero commesso un qualche reato riconosciuto dal diritto internazionale.

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I diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica sono stati fortemente limitati e le persone considerate critiche nei confronti dell’attuale governo, in particolare giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani, sono state detenute o hanno dovuto affrontare accuse penali inventate.

Le autorità hanno continuato a vietare arbitrariamente le manifestazioni e a fare ricorso all’uso eccessivo e non necessario della forza per disperdere dimostranti pacifici.

Sono emerse ancora denunce credibili di tortura e sparizione forzata.

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La Turchia ha respinto con la forza i rifugiati siriani, sebbene abbia continuato a ospitare il più alto numero di rifugiati rispetto a ogni altro paese al mondo.

Libertà d’espressione

Le autorità hanno continuato a fare ricorso a indagini e azioni penali ai sensi di leggi antiterrorismo e a periodi di custodia cautelare punitivi, in assenza di prove di un qualche illecito, allo scopo di ridurre al silenzio ogni dissenso, reale o percepito.

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I tribunali hanno oscurato contenuti online e hanno avviato indagini penali contro centinaia di utenti dei social network. Ad agosto è entrata in vigore una nuova norma che ha introdotto l’obbligo per le piattaforme online di ottenere il rilascio di una licenza da parte del Consiglio supremo per le comunicazioni radiotelevisive (Radyo ve televizyon üst kurulu – Rtük).

I contenuti delle piattaforme sarebbero stati monitorati dall’Rtük, ampliando i suoi poteri di censura sui contenuti online. Almeno 839 account di vari social network erano sotto indagine per la presunta “condivisione di contenuti di rilievo penale”, in relazione all’Operazione sorgente di pace. Centinaia di persone sono state sottoposte a fermo di polizia e, in almeno 24 casi, rinviate in custodia cautelare.

Giornalisti

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Decine di giornalisti e altri operatori dell’informazione sono ancora in carcere, o in custodia cautelare o per scontare una condanna. Alcuni di quelli che erano stati indagati e perseguiti penalmente ai sensi di leggi antiterrorismo sono stati giudicati colpevoli e condannati a vari anni di reclusione; durante le udienze, le loro pacifiche attività giornalistiche sono state dipinte come prove di attività criminali.

Il 5 luglio 2020, la Corte suprema d’appello ha ribaltato la condanna emessa da un tribunale di primo grado contro i giornalisti Ahmet Altan e Nazlı Ilıcak per “tentato sovvertimento dell’ordine costituzionale”. A novembre, in seguito a un secondo processo, sono stati giudicati colpevoli di “consapevole e volontario fiancheggiamento di un’organizzazione terroristica, senza farne parte” e condannati rispettivamente a 10 anni e sei mesi e a otto anni e nove mesi. Entrambi sono stati rilasciati il 4 novembre in attesa dell’esito di un appello. Tuttavia, Ahmet Altan è stato riarrestato il 12 novembre, in seguito a un ricorso presentato dalla pubblica accusa contro il suo rilascio. A fine anno rimaneva detenuto nel carcere di Silivri.

Difensori dei diritti umani

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Decine di difensori dei diritti umani sono incorsi in indagini e azioni penali e sono stati trattenuti in custodia di polizia o incarcerati a causa del loro lavoro a favore dei diritti umani.

L’avvocata per i diritti umani Eren Keskin continuava a rischiare il carcere, in seguito ad almeno 140 azioni penali distinte intentate nei suoi confronti, in relazione al suo ruolo simbolico di caporedattrice del giornale curdo Özgür Gündem, ormai chiuso. A ottobre, dopo una perquisizione nella sua abitazione, è stata interrogata dal reparto antiterrorismo della direzione per la pubblica sicurezza di Istanbul, per avere condiviso sui social network contenuti critici verso l’Operazione sorgente di pace.

Politici e attivisti

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I due ex presidenti del Partito democratico popolare (Halkların Demokratik Partisi – Hdp), Selahattin Demirtas e Figen Yüksekdağ, sono rimasti in carcere, dopo essere stati giudicati colpevoli di imputazioni in materia di terrorismo che, in assenza di prove fondate, si erano in larga parte basate sui loro discorsi pubblici.

Venti sindaci eletti in altrettante municipalità nelle liste dell’Hdp, che erano stati sostituiti da amministratori fiduciari del governo, sono stati rinviati in custodia cautelare subito dopo le elezioni comunali di marzo. A fine anno, 18 di loro erano ancora detenuti in custodia cautelare. A settembre, Canan Kaftancıoğlu, presidente provinciale della sezione di Istanbul del principale partito d’opposizione Chp, è stata condannata a nove anni e otto mesi di carcere per “offesa al presidente”, “offesa a un funzionario pubblico nell’espletamento del suo dovere”, “istigazione al conflitto sociale e all’odio” e “propaganda in favore di un’organizzazione terroristica”.

Libertà di riunione

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In varie città del paese sono stati vietati in blocco tutti i raduni pubblici senza alcun criterio di valutazione caso per caso della necessità e della proporzionalità di tali misure. La polizia è intervenuta con violenza per disperdere alcune proteste pacifiche e ha arrestato decine di manifestanti che sono incorsi in indagini penali e azioni giudiziarie, per accuse come “propaganda in favore di un’organizzazione terroristica”, “partecipazione a un raduno illegale” e “resistenza alla polizia”.

Diversi governatori provinciali hanno continuato a fare ricorso ai poteri straordinari conferiti loro da una legge introdotta dopo la fine dello stato di emergenza per limitare il diritto di riunione pacifica.

I raduni pacifici organizzati dal collettivo delle Madri del sabato, un gruppo che dalla metà degli anni Novanta tiene una veglia settimanale in piazza Galatasaray in ricordo delle vittime di sparizione forzata, sono rimasti vietati ai sensi di un’ordinanza emanata ad agosto 2018, quando furono dispersi con un uso non necessario ed eccessivo della forza.

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È anche rimasta in vigore un’ordinanza che vietava in blocco qualsiasi forma di protesta nella piazza.

Diritto al lavoro e libertà di movimento

Più di 115.000 dei 129.411 dipendenti pubblici, tra cui docenti universitari, militari, poliziotti, insegnanti e medici, che erano stati arbitrariamente licenziati con il decreto d’emergenza emanato all’indomani del tentato colpo di stato del 2016, sono rimasti esclusi dal pubblico impiego e senza passaporto. Privati delle loro fonti di reddito, molti lavoratori e i loro familiari erano ridotti sul lastrico e subivano un forte stigma sociale, poiché i decreti esecutivi li avevano associati a “organizzazioni terroristiche”.

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Una commissione d’inchiesta, istituita per riesaminare i licenziamenti prima che i ricorsi riuscissero ad approdare alla fase giudiziaria, ha esaminato 98.300 delle 126.300 pratiche presentate, respingendone 88.700.

Una legge adottata nel 2018 (legge n. 7145) che permetteva di prorogare per altri tre anni l’allontanamento dal pubblico impiego sulla base delle stesse vaghe motivazioni di presunti legami con “organizzazioni terroristiche”, durante l’anno è stata utilizzata dal consiglio dei giudici e dei procuratori per licenziare almeno 16 giudici e sette procuratori, compromettendo ulteriormente l’indipendenza e l’integrità del sistema giudiziario.

Tortura e altri maltrattamenti

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Sono emerse nuove accuse attendibili di tortura e altri maltrattamenti. A Urfa, nella Turchia orientale, uomini e donne, arrestati a maggio in seguito a uno scontro armato tra le forze di sicurezza e l’ala armata del Pkk, hanno denunciato, tramite i loro avvocati, di essere stati torturati anche con scosse elettriche ai genitali. Gli avvocati hanno denunciato che alcuni ex funzionari del ministero degli Affari esteri, arrestati a maggio dalla direzione della pubblica sicurezza di Ankara, con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica, aggravata da falso e contraffazione a scopi terroristici”, erano stati denudati e minacciati di essere stuprati con i manganelli. In entrambi i casi gli avvocati hanno denunciato che i loro assistiti non avevano avuto accesso a un consulto privato con un medico.

Sparizioni forzate

Sei uomini, accusati di legami con il movimento Fethullah Gülen, dei quali non si avevano più notizie da febbraio e che erano ritenuti possibili vittime di sparizione forzata, sono stati ritrovati in custodia di polizia cinque mesi dopo la loro scomparsa. Le autorità non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche né fornito informazioni alle famiglie per spiegare le circostanze in cui era avvenuta la loro scomparsa o come cinque di loro fossero finiti nel quartier generale del reparto antiterrorismo della polizia di Ankara, mentre il sesto si trovasse nella centrale della polizia di Antalya, a mesi dalla loro scomparsa. Secondo quanto affermato dalle famiglie, i sei uomini avevano perso peso e apparivano pallidi e nervosi. A quanto pare non hanno rivelato che cosa fosse accaduto loro durante i mesi della scomparsa. Dopo essere rimasti fino a 12 giorni in custodia di polizia, sono stati tutti rinviati in custodia cautelare per accuse di terrorismo, dopo la convalida del fermo in tribunale all’insaputa dei loro avvocati e delle famiglie. A fine anno era ancora ignota la sorte di un settimo uomo, Yusuf Bilge Tunç, scomparso ad agosto in circostanze analoghe e del quale non si sono più avute notizie.

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Definire Erdogan un dittatore è un eufemismo.

Ps. Fonti bene informate confermano a Globalist che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sia stato “spiazzato”, “sorpreso” dell’uscita di Draghi. Non è una sorpresa.

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