La Corte Europea dei Diritti Umani condanna Madrid per tortura

Il 19 gennaio scorso, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato di nuovo la Spagna per non aver indagato adeguatamente sull'operato degli agenti durante i fatti del 2011

Scontri in Spagna nel 2011

Scontri in Spagna nel 2011

globalist 26 gennaio 2021
di Marco Santopadre 

"Le torture sono iniziate nell'auto della polizia, sulla strada per Madrid e sono continuate per cinque giorni durante i quali è stata applicata la legge antiterrorismo", quella che consente di tenere gli arrestati in regime di isolamento completo - senza la possibilità di comunicare non solo con i familiari, ma anche con un legale di fiducia – al termine del quale è consentita una visita dell'avvocato d'ufficio. Quando il basco Iñigo Gonzalez venne condotto al colloquio, alla presenza delle Guardie Civili che lo avevano in custodia, si guardò bene dal denunciare le violenze subite per paura che ne seguissero altre peggiori. Eppure, lo sconosciuto avvocato affermò di dubitare del trattamento riservato fino a quel momento al detenuto, che "di sua spontanea volontà" aveva firmato una confessione dichiarando ciò che gli agenti suggerivano.
"Non ho mai saputo chi fosse quell'avvocato d'ufficio, ma gli sarò per sempre grato per aver ripetuto anche nell'udienza col giudice Grande-Marlaska che dubitava del trattamento da me ricevuto da parte della polizia" racconta González, arrestato il 18 gennaio 2011 a Pamplona insieme ad altri 5 militanti con l'accusa di militare in "Ekin", un'organizzazione della sinistra indipendentista basca sciolta anni prima dal giudice Baltasar Garzón che la riteneva contigua all'Eta.
Il 19 gennaio scorso, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato di nuovo la Spagna per non aver indagato adeguatamente sull'operato degli agenti nonostante una denuncia per tortura che il tribunale di Strasburgo reputa invece circostanziata e precisa, presentata nel 2017 da González e dagli altri arrestati. Uno dei quali, Patxi Arratibel, per cercare di attirare l'attenzione, quando firmò la confessione estorta aggiunse la parola "aiuto" in basco (laguntza) al contrario.
Ora la Cedu impone a Madrid di risarcire González - che dovette subire un anno e mezzo di carcerazione preventiva e poi nel 2016 fu condannato a due anni per "appartenenza a un'organizzazione terroristica" – con un pagamento di 20 mila euro per "danni morali", riconoscendo la violazione dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, quello che stabilisce che «nessuno può essere sottoposto a tortura o a pene o trattamenti disumani o degradanti».
Non è la prima volta che la Cedu condanna Madrid per le torture inflitte ai prigionieri politici baschi, bensì l'undicesima in pochi anni. Si dà il caso, inoltre, che ben sei di queste condanne, compresa l'ultima, riguardino l'operato di Fernando Grande-Marlaska, l'attuale ministro degli Interni del premier socialista Pedro Sànchez. Che, pure, nei giorni scorsi, ha potuto contare sul voto favorevole alla propria finanziaria da parte dei parlamentari della sinistra indipendentista basca di EH Bildu.
I querelanti, dopo aver ricevuto la notizia della sentenza della Cedu, hanno così deciso di consegnare al Ministro, con un atto simbolico, i testi dei pronunciamenti del tribunale europeo, chiedendo pubblicamente al governo spagnolo di riconoscere che la tortura è stata ampiamente utilizzata dalle forze di polizia del paese. Gli autori del gesto chiedono anche che il governo della Navarra (la regione meridionale basca di cui sono originari) realizzi un rapporto ufficiale simile a quello redatto in passato dall'Università del Paese Basco su mandato dell'esecutivo della Comunità Autonoma Basca. Nel documento presentato nel 2017, il curatore, l'avvocato Francisco Etxeberria, ha elencato – in un periodo compreso tra il 1960 e il 2014 – ben 4113 casi di tortura, abusi e maltrattamenti, tutti adeguatamente descritti e documentati. Per la prima volta non un'istituzione internazionale o una ong, bensì una istituzione pubblica ha riconosciuto che per decenni il paese – durante la dittatura franchista ma anche dopo l'avvento della democrazia - ha fatto ricorso sistematicamente alla tortura per contrastare la dissidenza politica nell'ambito della sua strategia antiterrorista.