Caso Regeni, il j'accuse di Zagrebelsky: un governo inetto si nasconde dietro l'Unione europea.

Vladimiro Zagrebelsky: “La difesa dei propri cittadini, anche all’estero, è dovere del governo nazionale; menzionare l’Unione europea non può nascondere la propria inettitudine".

Vladimiro Zagrebelsky

Vladimiro Zagrebelsky

Umberto De Giovannangeli 4 gennaio 2021

Non lasciamo soli Paola e Claudio Regeni Non lasciamoli soli nel portare il governo italiano davanti a un giudice. Non lasciamoli soli nel proseguire, con la dignità e la determinazione che hanno sempre caratterizzato la loro azione, supportata con passione e professionalità dall’avvocata Alessandra Ballerini,  la battaglia per ottenere verità e giustizia per Giulio, il loro figlio, un cittadino italiano, rapito, torturato e ucciso in Egitto in quello che sin dal primo momento ha avuto tutti i caratteri di un delitto di Stato.


Non lasciamoli soli


La campagna di Globalist, rivolta in primo luogo al mondo della comunicazione, ha avuto un importante riscontro in un articolo su La Stampa di uno dei più autorevoli costituzionalisti italiano: il professor Vladimiro Zagrebelsky 


Il suo è un possente, appassionato, severo, documento, propositivo, jaccuse nei confronti dell’atteggiamento passivo, per usare un eufemismo, con cui i governi italiani succedutesi negli ultimi cinque anni, dal giorno del ritrovamento del cadavere di Giulio ad oggi “Al governo egiziano che, per bocca della sua procura generale, dichiara che non c’è più nulla da fare per identificare i responsabili dell’assassinio e delle torture inflitte a Giulio Regeni, e che il procedimento in corso in Italia è privo di basi, il ministero degli Esteri ha risposto con un comunicato per dire che la dichiarazione egiziana è inaccettabile. Il ministero dice che ha fiducia nella magistratura italiana (!) e prosegue annunciando che agirà anche attivando l’Unione europea”. 


Inizia così il j’accuse di Zagrebelsky. Con la messa alla berlina del nostro, ahinoi, titolare della Farnesina.


Inetti


“La difesa dei propri cittadini, anche all’estero, è dovere del governo nazionale; menzionare l’Unione europea non può nascondere la propria inettitudine. Il Parlamento europeo è già intervenuto denunciando le prassi egiziane e sollecitando sanzioni contro i funzionari egiziani responsabili. Ma la responsabilità primaria è dell’Italia. Offensiva del buon senso, a questo punto, è poi la chiusura del comunicato, che incredibilmente formula ancora l’auspicio che la procura egiziana condivida l’esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma. Al di là delle apparenze che servivano a trascinare nel tempo l’attività della magistratura italiana e tenerne d’occhio gli sviluppi, le autorità egiziane hanno negato collaborazione. Con la loro recente dichiarazione esse l’hanno chiusa definitivamente. Non vi sarà alcuna collaborazione egiziana nella ricerca della verità. Del tutto illusorio è che gli agenti egiziani contro i quali procede la magistratura italiana siano consegnati all’Italia se saranno condannati. E le autorità egiziane non procederanno ad altre indagini per identificare e punire in Egitto i responsabili delle torture e dell’omicidio”.


Zagrebelsky arricchisce con la sua autorevolezza e competenza, ciò che Globalist ha sostenuto in più articoli: lui usa il concetto di inettitudine, chi scrive quello di genuflessione verso il presidente-carceriere egiziano, Abdel Fattah al-Sisi. 


“I governi italiani che si sono succeduti nel tempo da cinque anni a questa parte si sono mossi nel quadro dei rapporti politici ed economici con l’Egitto – rimarca Zagrebelsky - A parte l’atto dimostrativo del temporaneo ritiro dell’ambasciatore, quei rapporti sono rimasti stretti. Basta menzionare la recente fornitura di due navi da guerra e la collaborazione nella ricerca e nello sfruttamento dei campi di gas nel mare egiziano da parte dell’italiano ente petrolifero di Stato. Ma il tempo della attesa e degli auspici è ora finito. E deve ricredersi chi avesse pensato che il trascorrere del tempo e il succedersi di tragedie finisca con coprire e far dimenticare questa. L’azione della famiglia con l’appoggio che le è assicurato dall’opinione pubblica non ha dato e non darà tregua”.


Nessuna tregua


Il grande costituzionalista unisce la sua voce, e che voce, a quella di quel mondo solidale che non ha mai smesso di denunciare complicità e connivenze nei riguardi del regime egiziano.“Non basta appellarsi all’Europa. Occorrono gesti più forti, nelle relazioni bilaterali – richiamare il nostro ambasciatore dal Cairo – e in ambiti internazionali. E qui s’inserisce la proposta, assolutamente appropriata, avanzata da Zagrebelsky sul quotidiano torinese. “Occorre ora che il governo italiano prenda atto dell’insanabile conflitto apertosi con quello egiziano – annota Zagrebelsky - Il conflitto è ora tra governi. Entrambi i Paesi sono parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Gli Stati si sono impegnati ad impedire che atti di tortura siano commessi nel proprio territorio; essi si sono obbligati e svolgere indagini efficaci e indipendenti e darsi la più ampia assistenza giudiziaria in qualsiasi procedimento penale relativo alla tortura, comunicandosi tutti gli elementi di prova (indipendentemente da eventuali trattati bilaterali in proposito). La collaborazione cui l’Egitto è tenuto è mancata ed ora appare definitivamente negata. Anche se risulta che al momento del suo sequestro Regeni era sotto il controllo degli agenti della sicurezza egiziana, lo stato di indagini preliminari in cui si trova il procedimento penale in Italia può rendere difficile, nel rapporto tra i governi, dar per certa la responsabilità di agenti pubblici egiziani, che abbiano agito per conto di quelle autorità. Ma ciò che è incontrovertibile è l’ostruzionismo che è stato opposto alle richieste italiane di collaborazione giudiziaria. Almeno sotto questo aspetto è già ora sicura la violazione degli obblighi internazionali da parte dell’Egitto. E per questo il governo italiano dovrebbe attivare subito gli strumenti previsti dalla Convenzione contro la tortura. La Convenzione prevede che una controversia sulla sua interpretazione o applicazione, non risolvibile tramite negoziazione, sia sottoposta a arbitrato. Se, nei sei mesi seguenti alla data della richiesta di arbitrato, le parti non sono giunte ad un accordo sull’organizzazione dell’arbitrato, ciascuna di esse può sottoporre la controversia alla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta della Corte delle Nazioni Unite che decide le controversie internazionali”.


Per concludere:Nell’aprile del 2019 è stata istituita una commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Essa non è ancora giunta a formulare conclusioni o raccomandazioni al governo, ma ha recentemente ricevuto un argomentato suggerimento da parte dell’internazionalista professor Pisillo Mazzeschi. In esito alla sua audizione egli ha depositato una memoria che offre tutti i motivi utili a intraprendere la via prevista dalla Convenzione contro la tortura. A quell’autorevole contributo si è ora aggiunta la presa di posizione della Società Italiana di Diritto Internazionale. Il governo non ha più alcuna giustificazione nel protrarre l’inerzia o continuare a limitarsi a più o meno sdegnate dichiarazioni. Non c’è soltanto da far valere la ragione italiana in un caso di omicidio e tortura di cui è stato vittima un suo cittadino. Non c’è soltanto da adempiere ad un dovere cui il governo è vincolato. La tortura è un crimine contro l’umanità. La comunità internazionale, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ha preso su di sé l’onere di far tutto il possibile per prevenire, far cessare e reprimere ogni fatto di tortura. E con la Convenzione contro la tortura ha stabilito gli obblighi degli Stati con gli strumenti utili a contrastarla. Il governo italiano si trova ad essere il membro della comunità internazionale che, attivando i meccanismi della Convenzione, può dimostrare che essa non è una vuota serie di belle parole, ma esprime un impegno serio. Può farlo e quindi, senza tardare, deve farlo”.


Può e deve farlo. Ma per farlo c’è bisogno di una volontà politica e una coerenza tra parole e fatti che non si trovano dalle parti di Palazzo Chigi e della Farnesina. Non richiamiamo l’ambasciatore, non convochiamo quello egiziano, ma in sordina, vergognandoci un po’, inviamo la prima fregata venduta all’Egitto, approfittando delle festività e di un Paese in zona rossa.  


La denuncia di Amnesty


“La dichiarazione della Procura de Il Cairo – ha detto  nei giorni scorsi a Globalist Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – è preoccupante  per la riproposizione del vecchio schema di soggetti estranei alle istituzioni egiziane che avrebbero avuto un ruolo nell’uccisione di Giulio Regeni a scopo di destabilizzare tanto l’Egitto quanto le relazioni con l’Italia. Si ripropone una tesi autoassolutoria ma il fatto grave è che questo riproporre tesi assolutorie e depistaggi arriva dopo che la Procura di Roma ha chiuso le sue indagini e si appresta a rinviare a giudizio non quattro estranei ma quattro funzionari dei servizi civili egiziani. Questo conferma da un lato l’indisponibilità della Procura de Il Cairo a collaborare in alcun modo, addirittura rigetta le conclusioni della Procura di Roma e questo dovrebbe spingere l’Italia, e chi ha responsabilità di governo, a non lasciare di nuovo sola la Procura di Roma, come è successo in lunga parte in questi anni, bensì a protestare in maniera energica sul piano diplomatico rispetto a questa dichiarazione che è offensiva nei confronti del lavoro della Procura ma anche nei confronti di cinque anni d’impegno di più parti di questo Paese per la verità e per la giustizia”.


A quando un sussulto di dignità da parte del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri? O la verità e giustizia per Giulio Regeni non valgono il parare i colpi dell’ultimo ricatto del senatore di Rignano?