Giulietti e il caso Regeni: "Il 'sovranismo dei sentimenti' mi fa ribrezzo"

Il presidente della Fnsi: "Quella di Regeni è una vicenda vergognosa per la dignità nazionale e costituzionale. E chi, con cinismo, dice sono affari loro, affari della famiglia, non capisce niente".

Beppe Giulietti, presidente della Fnsi

Beppe Giulietti, presidente della Fnsi

Umberto De Giovannangeli 17 dicembre 2020

Di quel mondo solidale, fatto di associazioni, personalità del mondo della cultura, dell’arte, di decine di migliaia di cittadini, che non ha smesso per un solo attimo di sostenere Paola e Claudio Regeni, nella loro battaglia per avere verità e giustizia per il figlio barbaramente trucidato in Egitto, di questo mondo che non si arrende, la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) è parte importante. E della vicenda Regeni, a partire dalla riconsegna della Legione d’onore da parte di Corrado Augias, Luciana Castellina, Giovanna Melandri, Sergio Cofferati, Globalist ne parla con Beppe Giulietti che della Fnsi è il presidente.


La Fnsi è sempre stata in prima linea nel chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Partirei da una tua valutazione su atti fortemente simbolici come quello compiuto da Augias, e da altri insigniti, di restituire la Legione d’onore in segno di protesta per il conferimento di quella onoreficenza al presidente-carceriere egiziano Abdel Fattah al-Sisi. 


Ho visto che ci sono anche delle polemiche su questo. Io credo che quella di Regeni sia una vicenda vergognosa per la dignità nazionale e costituzionale. E chi, con un certo cinismo, dice sono affari loro, affari della famiglia, non capisce proprio niente. Perché in un momento nel quale in un Paese si ritiene che il dio denaro, che ogni transazione commerciale sia superiore alla rivendicazione di verità e di giustizia, è un Paese a rischio. Non sono “affari loro”, come non penso che siano affari della famiglia Paciolla, il cui figlio è stato ammazzato in Colombia, o della famiglia Alpi, affari della famiglia Zaki...Questo “sovranismo sentimentale” a me fa ribrezzo. Fa ribrezzo l’atteggiamento di quanti si chiudono dentro la propria pancia, e siccome non hanno intenzione di compiere alcun atto, pensano sempre che siano affari degli altri. Costoro passano il tempo a rompere le scatole a chi manifesta invece un sentimento di verità e di giustizia. Si limitano a disturbare. Hanno paura che l’esistenza di gente che ha anche passioni civili e generosità, disturbi il loro cinismo. Augias restituisce la Legione d’onore? Bene. La famiglia Regeni è stata molto contenta di quel gesto di Augias, molto contenta degli altri che lo hanno seguito. Per me questo è sufficiente. Quei gesti sono stati accolti dalla famiglia di Giulio come un contributo alla battaglia per la verità e per la giustizia. Per inciso, segnalo che Augias non ha neanche bisogno di pubblicità. Altri non lo vogliono fare? Ok. Non c’è sempre bisogno di un leader, di un capo. Qui ci sono persone che hanno raccolto l’appello della famiglia Regini, come l’appello degli amici e dei famigliari di Patrick Zaki. Io ho raccolto anche ieri l’appello della famiglia Paciolla: sono delle persone che hanno subito una ferita e chiedono di aiutarle, di amplificare la loro voce, di chiedere verità e giustizia. Tutti quelli che raccolgono questo appello, secondo me compiono un atto giusto, un atto che onora loro e che soprattutto dà una mano, una forza, una voce a queste famiglie. Non è che ogni volta bisogna mettere i voti. 


Un altro dei mali italiani: il “sovranismo sentimentale”...


E’ quella cosa per la quale tu vivi dentro il tuo bozzolo. Sono gli stessi che scrivono, li mandano anche a me quei messaggi ignobili, che sono affari della famiglia Regeni, non ci rompete le scatole, bisognerà pure commerciare con l’Egitto. Attenzione: sono i medesimi che dicono non rompeteci i cabasisi, per dirla col grande Camilleri, con le mascherine. C’è questa idea malsana che la vita si ferma ai tuoi piedi.


In questo non c’è anche una qualche responsabilità del mondo della comunicazione? 


Ma certo che c’è. La responsabilità sta nel fatto che c’è una bella differenza tra il descrivere l’allarme, l’ansia, la paura e l’alimentare l’allarme, l’ansia e la paura. C’è una sottile, fondamentale, distinzione. C’è scritto persino nella legge istitutiva dell’Ordine: i giornalisti dovrebbero ispirare il loro giuramento alla ricerca della verità e, attenzione, al rispetto della Costituzione. Questo è un punto delicatissimo. Perché poi ti dicono ma che vuoi mettere il bavaglio? Nessun bavaglio, però il quadro a cui tutti i cittadini, giornalisti compresi, si devono ispirare è la Costituzione. Non ci posso fare niente, se non difenderla con le unghie e con i denti, se la nostra Costituzione è antifascista, antirazzista, e contiene sentimenti e di solidarietà. Quindi non vi è dubbio che nel dna del giornalista dovrebbe esserci l’usare le parole non come pietre, ma per approfondire la conoscenza. Dopodiché le puoi usare nel modo più critico, ma c’è una distinzione tra usare le parole, anche per il dissenso e la critica più radicale, sacrosanta – l’Articolo 21 della Costituzione tutela questo esercizio in tutte le sue forme – e usare le parole, invece, per colpire le differenze e le diversità. E questo è totalmente al di fuori da quello che è lo spirito costituzionale. L’alimentare l’ansia e la paura è cosa ben diversa dal colpire l’errore. E’ attingere a piene mani alle fabbriche della falsificazione. Qualcuno dice: vuoi colpire l’errore. No, l’errore va colpito dal direttore, l’errore va denunciato da ciascuno di noi, l’errore ci sta e ci sta anche nei mezzi tradizionale. Ma non siamo più in quella dimensione. Noi siamo oramai da tempo nella dimensione delle grandi fabbriche internazionali del depistaggio. Ci sarà una ragione, e Globalist ne ha meritoriamente parlato, se sono cresciute in questo anno del 64% le minacce via social nei confronti delle croniste e dei cronisti, e la tipologia più colpita è quella delle donne che si occupano dei migranti e dell’inferno di Lampedusa? Questo è il “sovranismo sentimentale”, quello è l’estremismo politico, quello è io sto dentro il muro di casa mia e colpisco o con le pietre o con le parole, per fortuna non ancora i proiettili, chiunque voglia entrare nel muro di casa mia. Quindi, e così torno ai Regeni, tutte le manifestazioni di andare oltre i muri, di creare reti di solidarietà, di fare sentire la tua voce per gli altri.. Sai quello che, secondo me, dà molto fastidio ad alcuni? E’ che i Regeni dicano: non vogliamo solo verità e giustizia per il nostro Giulio, ma vogliamo e ci battiamo per verità e giustizia per i “Giuli” e le “Giulie” di Egitto. Questa famiglia non si è accodata a un pensiero forcaiolo, di destra e di sinistra, e dire datemi un colpevole, datemi questi quattro scherani e buttate le chiavi. E come Paola e Claudio Regeni, il discorso vale per Giorgio e Luciana Alpi. I quali andarono in tribunale a dire: Omar è l’assassino? Ma cosa state dicendo! In Italia c’è stato un ragazzo somalo in carcere per 18 anni. E la famiglia Alpi urlava: liberatelo! La famiglia Regeni, con il lor instancabile avvocata, Alessandra Ballerini, hanno urlato a suo tempo alle autorità egiziane: i cinque che avete individuato, sono cinque balordi che non c’entrano niente con Regeni. Gli effetti di Giulio che avete rimandato, non sono di Giulio. Non c’interessa avere cinque, c’interessa la catena del comando. E quella catena porta ad al-Sisi, ai capi dei servizi egiziani, ed è questo il vero problema di questa vicenda.


La mobilitazione del mondo solidale, la battaglia della famiglia Regeni, la campagna per la restituzione della Legione d’onore, hanno fatto sì che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, riprendesse la parola, affermando, ieri dopo un vertice a Palazzo Chigi, che sui diritti umani “nessuno si deve tirare indietro” aggiungendo che “l’atroce uccisione di Giulio Regeni riguarda tutti noi”, e per questo l’Italia, ha annunciato il titolare della Farnesina, chiederà “a tutti i Paesi membri dell’Ue” di prendere una posizione chiara con “azioni mirate”... Ma è sufficiente rivolgersi all’Europa?


Mi fa piacere che il ministro degli Esteri abbia battuto un colpo, ma c’è un particolare, però: in un Paese civile, a fronte di vicende come quella che ha portato al rapimento, alla tortura e all’assassinio di un connazionale, in un qualunque Paese civile l’Ambasciatore verrebbe almeno richiamato. Ci sono degli atti che non sono dirompenti ma che per ragioni che io continuo a non capire, non sono stati compiuti. La famiglia Regeni ha chiesto che sia richiamato l’Ambasciatore e che ci sia quanto meno un confronto con lui. L’ambasciatore Cantini fu rimandato al Cairo dal governo Gentiloni con la motivazione che dovrà occuparsi solo di verità e giustizia. Bene. Il Governo egiziano ha preso a schiaffi il Governo italiano, ha detto che non intende collaborare, ma che diavolo, almeno vuoi fare finta di richiamare il nostro Ambasciatore, vuoi convocare per mezz’ora l’Ambasciatore egiziano. Almeno vuoi fare finta di stoppare la vendita di fregate ad un Governo che continua a darti mazzate? Non può essere definito tutto radicalismo, tutto estremismo. Un Governo ti irride sulla faccia, non collabora con la giustizia, occulta le prove, tiene in carcerazione preventiva Patrick Zaki senza motivazione alcuna, un ragazzo partito dall’Italia...Ma cosa altro deve accadere per dire ora basta, ora compiamo una serie di passi. In politica contano non le dichiarazioni ma i passi formali. La mancata convocazione, anche solo per mezz’ora, dell’Ambasciatore egiziano non ha spiegazione né giustificazione alcuna. La vendita delle fregate spero che sia una barzelletta, che sia stata già derubricata. Tu gli vendi le armi in questi condizioni? E poi parli del recupero della dignità nazionale all’estero? Ma di che parliamo.