Regeni: i governi non possono fare dei cittadini quello che arrogantemente desiderano

La famiglia Deffendi-Regeni sarebbe da sostenere.  Affinché soprattutto simili genitori siano liberati da un tale tormento oltre che da un possibile impelagante senso di impotenza e rabbia

Giulio Regeni

Giulio Regeni

Fiorenza Loiacono 1 dicembre 2020

In seguito all'omicidio a danno di Giulio Regeni – sono ormai trascorsi quasi cinque anni da  febbraio 2016 – pochi progressi sono stati fatti sul piano delle indagini. 

Come se fosse presente un  problema ingente a livello di comunicazione e, in particolare, su quello del rendersi conto che i governi non possono fare dei cittadini quello che arrogantemente desiderano. 

Cioè, mentre Giulio è con tutta evidenza – come riportano le cronache – stato torturato e  ucciso (il suo corpo è stato scaricato su una strada colma di immondizia), altri – coloro che di questo crimine si sono macchiati dietro quelle stesse sbarre non sono finiti.

 

Viene legittimo domandarsi dove si trovano questi malcapitati. E, con tutta evidenza, è da  chiedere allo stesso Abdel Fattah al-Sisi, soprattutto, chi siano. Ovvero, nella fattispecie, chi è il mandante e l'esecutore di questa morte? Frattanto, la procura di Roma ha proclamato – proprio ieri la “chiusura” delle indagini.

 

Detto questo, quando come cittadini avremo l'opportunità di pensare – senza dover essere angustiati da dittature e totalitarismi – a un futuro – o a una esistenza rispettata (con tutto il nostro impegno) senza che bombe e massacri (anche con la partecipazione della cittadinanza disillusa) “piombino” nella nostra vita?  

Di fatto in questo momento è presente una famiglia – la Deffendi-Regeni – che sarebbe da sostenere.

 

Affinché soprattutto simili genitori – come nel caso anche di Ilaria Alpi – siano liberati da un tale tormento oltre che da un possibile impelagante senso di impotenza e rabbia – ovvero  acrimonia nei confronti di governi che evidentemente – dato che Sisi ha costituito un sistema dittatoriale – avrebbero dovuto presumibilmente muoversi con una maggiore abilità. 

Di certo piena di memorie di stragi è quella autostrada Alessandria d'Egitto-il Cairo – lungo  cui il corpo è stato buttato, ma probabilmente – forse – anche allo Stato egiziano (a questa dittatura) non conviene ancora persistere in una simile congiuntura – certamente non quella di Tutankhamen o Cleopatra – che di fatto allontana da quel contesto i fasti – senza che questo debba significare  presenza di persecuzione contro gli oppositori o schiavitù – delle Piramidi egizie all'interno della cosiddetta Valle dei Re (XVI-XI sec. a.C.).

 

Dato che di questi massacri non ce ne facciamo niente, occorrerebbe un indice puntato a indicare una via retta – contrassegnata dall'attaccamento alla bellezza – ovvero al gusto della nobiltà e, in particolare, all'eleganza. In assenza di simili condizioni – che accentuano il proprio legame con l'universo – diventa pressoché inutile vivere.   

Questo si rivelerebbe, per esempio – se si fa scempio di vite e patrimonio posto sul piano letterario artistico (e  dunque anche archeologico – in un paese come l'Italia.  

I governi, se intendono svolgere appropriatamente il proprio mestiere – così come le cittadinanze – dovrebbero aver premura di tralasciare quanto più possibile le tradizioni – se presenti in mente – politiche di costruzione di “sistema” quali provenienti dai contributi associati a Karl Marx e, ancora, al costituirsi del fascismo governativo. Il primo per l'attenzione tributata più allo Stato che alla preservazione delle vite umane – il secondo perché discende sempre dalla violenza tout court.

 

Specificamente, oltre ad aver premura nel ripristinare un ottimo rapporto con le cittadinanze  per quanto riguarda il piano degli Stati; su un altro versante – per quanto pertiene la cura della famiglia Regeni – i genitori dovrebbero essere spinti in una direzione che faccia della promozione – più che della rabbia – del talento di Giulio il possibile fulcro di una nuova (loro) esistenza. Giulio – attraverso il supporto – come tante volte la signora Deffendi ha sostenuto – della human condition (Arendt, 1958) dovrebbe esplicitarsi attraverso la loro voce. In tal senso, dovrebbe trattarsi di un modello da presentare in giro – prezioso – al fine di portare più lontano.

 

Una tale visione – improntata a questo genere di condizione, il cosmopolitismo – veniva  peraltro – durante l'Illuminismo – innalzata da Immanuel Kant nel saggio Per la pace perpetua (composto nel 1795) quale condizione indispensabile finalizzata a emergere anche da un cosiddetto stato di minorità (dal saggio del 1784 Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo). Specificamente, questa condizione sarebbe realizzata soprattutto nel compiersi di una proficua considerazione delle proprie capacità razionali e percettive miranti ad appropriarsi del cosiddetto senso del mondo a partire dall'uso di una razionalità che – per quanto riguarda il presente – sia in grado di radicarsi in un cosiddetto – citando un'espressione cara a Arendt – cuore comprensivo (Comprensione e politica. Le difficoltà del comprendere, 1954). In particolare, è da questo centro  che nuova  linfa dovrebbe essere portata verso il farsi universale dell'umano.