Prendiamo esempio dai vescovi austriaci: carità cristiana è anche sospendere le messe

Di fronte alla seconda ondata Covid in Austria si è deciso lo stop. Perché non accade anche da noi? Solo il vescovo di Pinerolo ne ha parlato eppure...

Messa in una chiesta

Messa in una chiesta

Riccardo Cristiano 20 novembre 2020

Davvero potremmo risolvere tutto dicendo “Paese che vai usanze che trovi?” No, non credo proprio. La decisione della Conferenza Episcopale austriaca, annunciata dal suo presidente, l’arcivescovo di Salisburgo, di sospendere le celebrazioni liturgiche pubbliche fino al 6 dicembre prossimo è stata motivata con parole semplici ma molto efficaci: “la carità cristiana è proteggersi a vicenda”. E visto che in chiesa si prega, si canta e si fa “assemblea”, la decisione dei vescovi appare improntata a quel desiderio di difendere il bene comune così caro alla cultura, alla visione cattolica. Quale bene è superiore al bene della vita? La risposta per un credente è spesso ribadita.  Così i vescovi hanno scandito che “la carità cristiana ora significa agire responsabilmente e proteggersi a vicenda.” 

Questa visione cattolica farebbe bene anche all’Italia. In tutte le regioni “rosse”, come ovviamente nelle altre, le attuali misure di tutela che prevedono chiusure non parlano di sospensione delle messe con pubblico. Se ci fosse questa sospensione i fedeli potrebbero sempre andare in chiesa, per pregare, ma non potrebbero partecipare a riti “assembleari”. 
Molti ricorderanno il comunicato dei vescovi italiani del 26 aprile scorso, quando il governo non ritenne di consentire da subito nuove celebrazioni con il popolo:  “I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.


Secondo molti fu il fermo intervento di Papa Francesco a consigliare ai vescovi italiani responsabilità e “cautela”, consentendo poi un accordo sulle limitazioni tuttora in vigore. Ma solo la voce del vescovo di Pinerolo si è levata in queste settimane in senso “austriaco”: l’11 novembre infatti lui ha divulgato un comunicato nel quale afferma che “questa estate avevamo pensato che la pandemia fosse alle nostre spalle, invece siamo nella stessa situazione, se non peggio, ci sono tantissimi contagi e tanti malati in ospedale anche in terapia intensiva, a tutti vengono chiesti sacrifici enormi per contenere i contagi, ai giovani, ai ristoratori, ai commercianti che avevano fatto tanti sacrifici per adeguarsi alle norme. A noi cristiani non è stato chiesto di sospendere le messe, ma io vi chiedo di fare uno sforzo in questo senso per due settimane, per il bene comune”.
Chiaro, encomiabile. Ma gli altri? La questione si pone con maggiore evidenza ora che c’è stato il chiaro pronunciamento dei vescovi austriaci. Questa chiarezza oltre ad essere di buon esempio davanti a cosa serve per difendere il bene comune e chiarire cosa sia il Covid: porrebbe molti cattolici davanti alla chiarezza dei loro pastori, aiutandoli a non cadere in teorie davvero preoccupanti come quella che ha esposto il direttore di Radio Maria: “Il Covid è un progetto criminale delle elite mondiali per ridurci a zombie”.
Il fronte complottista non si chiude con lui. Guarda caso un altro paladino del complotto, e della necessità di spalancare le porte di tutte le chiese e chiamare il popolo a riunirsi, è stato il noto monsignor Viganò, quello per il quale riconoscere l’elezione di Biden equivarrebbe a negare Cristo: a suo avviso il Covid è una truffa. Purtroppo la cronaca di questi ultimi tempi ci conferma che non è così.
Ma la parola dei pastori davanti a scenari così gravi deve essere chiara e l’esempio austriaco ci dice che la chiarezza può esserci!