La vittoria di Joe Biden e gli "ossessi del centro" di casa nostra

L’italico vizietto di leggere le vicende internazionali e quelle che riguardano la politica interna di altri Paes con un’ottica provincialista, ridicolmente italocentrica, è duro da debellare.

Biden e Harris

Biden e Harris

Umberto De Giovannangeli 9 novembre 2020

Più che una visione, è un’ossessione. L’ossessione “centrista”. Un vius che ha attecchito nella mente di autorevoli, si fa per dire, commentatori italiani che si sono cimentati nell’analisi della vittoria di Joe Biden. L’italico vizietto di leggere le vicende internazionali e quelle che riguardano la politica interna di altri Paesi, in questo caso gli Usa, con un’ottica provincialista, ridicolmente italocentrica, è duro da debellare. Quelli che viviamo sono tempi grami, drammatici per la crisi pandemica tutt’altro che risolta, tempi in cui la realtà è la percezione. Una costruzione mentale che si fonda su uno schema che di analitico non ha proprio nulla. Lo schema è il seguente: io ho una tesi, pregiudizievole, fa dimostrare e dunque devo adattare la realtà ad essa. Uno schema reiterato, consunto, che oggi viene ritirato fuori per applicarlo alle elezioni presidenziali americane.


Gli ossessi del centro


Gli “ossessi del centro” sostengono ,sulle prime pagine dei giornali e nei sempre più noiosi e diseducativi salotti mediatici, immersi in estenuanti quanto indigeribili maratone televisive, sostengono che Biden ha vinto perché ha conquistato il “centro”, perché ha assunto un profilo “centrista”, perché ha parlato, si è mosso (?!) come un politico di centro. Su che basi costoro fondino la loro tesi, su quali analisi dei flussi elettorali, non è dato sapere per il semplice fatto che non lo sanno neanche loro. Non lo sanno, non per pigrizia intellettuale, pure per quella, ma perché non è funzionale alla loro narrazione. Il vecchio Joe ha vinto perché ha occupato il “centro”. Punto e a capo. Dentro questo ragionamento, c’è una assoluta confusione politica e non solo semantica. Gli “ossessi del centro” tendono a identificare, assimilare, “centrista” con “moderato”.  Quanto di più lontano dalla realtà. Nello scagliarsi contro l’America first di Trump, che ha sdoganato, legittimandoli, suprematisti bianchi, evangelici fondamentalisti, Biden non è stato “centrista” né “moderato”. Ma ha preso una posizione netta, liberal, entrando in empatia con movimenti partecipati come il Black lives matter, le organizzazioni studentesche che hanno dato vita a imponenti manifestazioni per chiedere una legge che limiti fortemente la vendita di armi, le donne protagoniste della marcia del “milione” di Washington, con le associazioni ambientaliste che si sono battute contro l’uscita dell’America dall’accordo di Parigi sul clima. Senza il loro sostegno, Biden non ce l’avrebbe fatta. Sono i numeri a dirlo, non narrazioni pregiudiziali. In questo si è vista anche una maturazione della sinistra dem, quella legata a Bernie Sanders, che ha fatto valere le ragioni dell’unità sulle differenze, che pure esistono, tra le varie anime del Partito democratico.


A cogliere in pieno la portata di questo processo unitario, tutt’altro che “centrista”, è una valente giornalista che l’America non solo la conosce da vicina, ma oltre che a viverla la studia con rigore e serietà. Scrive Ida Dominijanni su Internazionale: “Guardando all’esito del voto e in attesa che le consuete analisi sociologiche forniscano dati più precisi sulla sua composizione demografica, sociale e culturale, il quadro che emerge è più articolato di quello che impazza nei nostri talk. Per quanto polarizzata, la situazione non è affatto simmetrica, e soprattutto non sospinge affatto verso un’ennesima riedizione del già perdente centrismo democratico. In primo luogo, la partecipazione oceanica al voto è il segnale di una politicizzazione vitale della società americana, di cui un vettore è stato indiscutibilmente lo stesso populismo trumpiano, ma l’altro, altrettanto indiscutibilmente, è stata la mobilitazione incessante dei movimenti di contestazione del trumpismo. Lo dice benissimo Harris nel suo discorso: “La democrazia non è uno stato, è un atto. Non è garantita, è forte solo se non la diamo mai per scontata e la difendiamo praticandola. Per quattro anni avete lottato per le nostre vite e per il nostro pianeta, e poi avete votato”: senza di voi, sottinteso, non ce l’avremmo fatta.  In secondo luogo, la vittoria di Biden, per quattro lunghi giorni sul filo del rasoio, alla fine non è affatto una vittoria di misura. Non solo numericamente, per via dei quasi cinque milioni di voti di scarto rispetto a Trump (dei quali più della metà californiani, tanto per capire da che parte batte il vento del cambiamento), ma soprattutto politicamente. Biden ha riportato a casa il voto operaio bianco del “muro del nord”, ha strappato a Trump alcuni stati decisivi, gli ha conteso l’elettorato frammentato ma cruciale della suburbia metropolitana, ha prevalso tra i neri e, salvo che in Florida, fra gli ispanici del sud e del sudovest, già determinanti per la sua vittoria alle primarie, ha raccolto il sostegno, preparato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, della nuova classe operaia, se così possiamo chiamarla, fatta di precari ed essentials. È vero ovviamente che Biden non avrebbe vinto senza il sostegno di larghi settori dell’establishment centrista; ma è altrettanto vero che non avrebbe vinto neanche senza il sostegno della sinistra dentro e fuori il suo partito. È la differenza cruciale che passa fra la vittoria di “zio Joe” oggi e la sconfitta di Hillary Clinton ieri. 
Niente è stato frutto del caso, e anche per questo – in terzo luogo – il risultato è carico di valore politico. Non è vero, e non è mai stato vero, che Sanders sarebbe stato un candidato migliore: Biden ha fatto bene a perseverare quando, all’inizio delle primarie, era dato da tutti per spacciato e Sanders pareva volare; la parola d’ordine della maggiore “eleggibilità” del candidato moderato ha funzionato. Ma ha funzionato solo perché l’hanno sostenuto l’ala radicale dei dem e un movimento sociale plurale e intelligente che si è snodato in tante forme, dalle women’s march al #MeToo, da Black lives matter al sabotaggio del muslim ban, dalle lotte dei precari alla magnifica campagna elettorale vincente delle candidate di nuova generazione nel mid term.  Perciò, se il sentiero della pacificazione con i repubblicani e con il popolo trumpiano è stretto, la strada di un’alleanza stabile fra moderati e radicali è obbligata. Niente destina Biden a una deriva centrista: l’anima americana che lui invoca, di un’America devastata non solo dal trumpismo ma anche dalla pandemia e dal tracollo economico, ha bisogno con ogni evidenza di una svolta riformista. Se l’immaginario dei movimenti ha pescato nella storia lunga delle lotte contro la segregazione razziale, l’immaginario democratico deve pescare, oggi, nella memoria rooseveltiana del New Deal”. 


Meglio di così non era possibile dire e argomentare. Ne consigliamo vivamente la lettura agli “ossessi del centrismo”.


Biden riporterà gli Usa nell'accordo sul clima di Parigi e nell'Organizzazione mondiale della sanità, abolirà il “travel ban', il bando sull'immigrazione in Usa da Paesi a maggioranza musulmana, e ripristinerà il programma che consente ai “Dreamer”, i sognatori, portati negli Stati Uniti illegalmente da bambini, di rimanere nel Paese. In campagna elettorale, ha anche già anticipato che invierà un disegno di legge al Congresso per abrogare la legge che concede ai fabbricanti di armi un'ampia immunità dalle cause civili derivanti dall'uso improprio e criminale di un'arma; ed eliminare tutte le scappatoie legali per il controllo dei precedenti penali degli acquirenti di armi da fuoco. Vuole anche ripristinare un centinaio di norme per standard ambientali e sanitari voluti dall'amministrazione Obama e che Trump ha cancellato. E istituire nuove linee guida etiche alla Casa Bianca: si è impegnato a firmare un ordine esecutivo il primo giorno in carica per cui che nessun membro della sua amministrazione possa influenzare le indagini del Dipartimento di Giustizia. Sul clima, si è impegnato a rientrare negli accordi di Parigi, ma ha anche promesso che cercherà di convincere altre nazioni ad adottare standard più elevati nel tentativo di frenare l'impatto del cambiamento climatico.


Domanda finale: e questo sarebbe “centrismo”?