Palestina dimenticata: la kefiah non va più di moda

Per anni non c’era manifestazione internazionalista che non avesse la resistenza palestinese come stella polare: negli slogan, nelle partecipazioni alle feste dell’Unità, finanche nel look.

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

12 Ottobre 2020 - 16.00


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La kefiah non va più di moda. Per anni non c’era manifestazione internazionalista che non avesse la resistenza palestinese come stella polare: negli slogan, negli interventi, nelle partecipazioni alle feste dell’Unità, finanche nel look.

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I palestinesi continuano a battersi, per uno Stato che non hanno e, forse, non avranno mai. In Cisgiordania il “muro dell’apartheid” (la barriera di sicurezza per Israele) spezza territori e la quotidianità di centinaia di migliaia di palestinesi. Da oltre undici anni Gaza è una prigione a cielo aperto, assediata da Tsahal, l’esercito dello stato ebraico, e isolata dal mondo. La sofferenza è la cifra dell’esistenza di milioni di palestinesi, ma non attrae più, non sfonda nell’immaginario collettivo, non conquista più le prime pagine dei giornali o un titolo nei Tg. Eppure, se gli ingredienti che alimentano una “passione” sono l’identificarsi con la “vittima” di un’ingiustizia, se ad attrarre è l’epica del combattente, i palestinesi dovrebbero ancora “tirare”. Ma così non è. In Italia, in Europa si è ancora alla ricerca di una causa in cui spendersi, per cui emozionarsi. Causa scaccia causa.

Un anno fa, l’innamoramento mediatico, ma anche nella sinistra alla ricerca di miti, era indirizzato verso le eroiche combattenti curde. Un anno dopo, come documentato da Globalist, anche questo innamoramento è sfiorito, dimenticato, rimosso. Occorre per altro ricordare che anche nella resistenza palestinese le donne non sono mai mancate. Nella prima Intifada, la “rivolta delle pietre” che, alla fine del ’97, riportò la causa palestinese al centro dell’attenzione mondiale e in cima all’agenda internazionale, le donne erano in prima fila nel contrastare l’esercito israeliano. E donne, spesso poco più che adolescenti, sono state anche protagoniste, tragiche, della seconda Intifada,  “Intifada dei kamikaze”.

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A rimarcarlo era stata, in una intervista concessa a chi scrive,  Hanan Ashrawi, figura di primo piano della leadership palestinese, oggi membro dell’esecutivo dell’Olp, da sempre paladina dei diritti delle donne nei Territori. Alla nostra domanda su cosa significhi essere donna in Palestina, Ashrawi, che è stata la prima donna portavoce della Lega Araba, ha risposto così: “Significa essere parte di un movimento di liberazione nazionale e al tempo stesso battersi per il superamento dei caratteri più opprimenti di una società patriarcale. Ecco, se dovessi operare una sintesi, direi che le donne palestinesi lottano per una doppia liberazione. E fanno questo dovendosi occupare di mandare avanti famiglie con tanti bambini e spesso da sole perché il marito o il figlio più grande sono in un carcere israeliano”.

Per le società patriarcali, e per i regimi teocratici e autoritari che dominano nel Grande Medio Oriente,  le donne fanno ancora paura. Annota in proposito la grande scrittrice egiziana, paladina dei diritti delle donne nel mondo arabo, Nawal el Saadawi: “Fin dall’inizio della storia dell’umanità, i governanti, ma anche i fondamentalisti e gli stessi Dei maschili, erano contro le donne. Perché erano contro Eva, la nostra progenitrice. Perché lei ha mangiato dall’albero della conoscenza, e quindi è diventata una peccatrice. Da lì, sono cominciate due cose: è iniziata l’oppressione delle donne, e contemporaneamente la conoscenza veniva proibita. L’oppressione, la schiavitù sono iniziate con Eva e proseguite con Iside, la divinità femminile della conoscenza. Tutto questo accade perché gli uomini – non solo quelli che esercitano la loro protervia maschilista in nome di Allah – hanno paura delle donne, e hanno paura perché le donne sono più intelligenti degli uomini. Eva era più intelligente di Adamo… Per questo si ha paura delle donne in società che sono, al tempo stesso, patriarcali e teocratiche.

Rivoluzioni “rosa”

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Decine di migliaia di donne hanno fatto sentire la propria voce nelle proteste in Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen. Tra esse, una giovane attivista yemenita, insignita nel 2011 del premio Nobel per la pace: Tawakkul Karman. 

La rivoluzione – rimarcò Karman agli albori delle proteste di Sana’a – aspira a rovesciare i regimi, ma è riuscita anche a ribaltare quelle tradizioni arcaiche che per troppo tempo ci hanno imposto che le donne stessero in casa, fuori dalla vita pubblica.

Ma quelle tradizioni, e i regimi che se ne fanno scudo per legittimazione interne, resistono e supportano politiche e alleanze. Causa scaccia causa. Ma è un errore. Non è questione di rigettare, almeno a sinistra, una inaccettabile gerarchia della solidarietà, o sostituire ai “miti” del passato quelli del presente.

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Resta la “scomparsa” palestinese. Una causa diventata demodé. Il tempo di “Palestina libera, Palestina rossa” scandito nei cortei è passato. È una constatazione, non un rimpianto. Ma la politica serve, o dovrebbe servire, a costruire consapevolezza, e non fascinazione di un attimo fuggente. O di una causa che va compresa, anche problematizzata se è il caso, perché resista all’effimero del marketing mediatico.

 

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