Lesbo brucia, ma la Grecia spende miliardi in armi (francesi)

Atene chiede soldi all’Europa per ricostruire un campo-lager a Lesbo, e nel frattempo dà il via ad un massiccio piano di riarmo

Forze speciali greche
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

13 Settembre 2020 - 13.46


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Chiede soldi all’Europa per ricostruire un campo-lager a Lesbo, e nel frattempo dà il via ad un massiccio piano di riarmo. In un momento di estrema tensione con la Turchia, la Grecia – che gode del sostegno del presidente francese, Emmanuel Macron – ha annunciato un programma di riarmo e rinforzo del personale militare, e l’acquisto di 18 caccia Rafale, fiore all’occhiello dell’aeronautica militare francese. Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha annunciato ieri dal podio del Forum di Salonicco, Tif – Thessaloniki International Fair-  un nuovo, ambizioso programma per rafforzare le forze armate del Paese-

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Riarmo e retorica nazionalista

“Il settore della difesa ha vissuto un periodo di disinvestimento negli ultimi anni, è giunto il momento di un equilibrio tra bisogni e capacità“, ha sottolineato Mitsotakis e ha annunciato un “programma robusto“, come lo ha definito, per il rafforzamento e il potenziamento delle forze armate forze. In particolare, Mitsotakis in termini di armamenti, ha osservato che è giunto il momento di rafforzare le forze armate e ha annunciato sei decisioni di punta tra cui l’acquisto da parte della Hellenic Air Force di 18 Rafale che sostituiranno il precedente velivolo Mirage che, in combinazione con l’F-16, protegge completamente la Grecia. Nel piano anche l’arruolamento di 15.000 militari in più e un maggiore stanziamento di risorse al settore della difesa. I Rafale affiancheranno i Mirage 2000-5 e gli F-16 Fightning Falcon attualmente in servizio. Questo annuncio, come dichiarato dalla Dassault rappresenta la forza della partnership che ha collegato l’Aeronautica Militare greca e la Dassault Aviation per oltre 45 anni, e dimostra il duraturo rapporto strategico tra Grecia e Francia. La Grecia ha ordinato 40 Mirage F1 da Dassault Aviation nel 1974, poi 40 Mirage 2000 nel 1985 e infine 15 Mirage 2000-5 nel 2000. Questo ultimo contratto include, oltre alla fornitura dei Rafale, anche l’ammodernamento di 10 Mirage 2000 (le versioni più datate EGM / BGM) allo standard 2000-5 con un grande contributo dell’industria greca.

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Mediterraneo conteso

La Turchia e la Grecia, entrambi membri della Nato, sono ai ferri corti sui giacimenti di idrocarburi nel Mediterraneo orientale: Ankara rivendica il diritto di sfruttare i giacimenti che Atene considera sotto la sua sovranità.  E le due parti non trovano l’accordo. Mitsotakis è tornato ad accusare la Turchia di “minacciare” i confini orientali dell’Europa e di “mettere in pericolo” la sicurezza regionale. “Serve un dialogo, ma non quando avviene con la pistola alla testa”

Ankara avverte Parigi

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Intanto, ll presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito Macron di “non litigare” con la Turchia: “Non cercate la lite con il popolo turco, non cercate la lite con la Turchia”. La tensione cresce da settimane, da quando la Turchia ha inviato, il 10 agosto, una nave da esplorazione, accompagnata da navi da guerra, in acque rivendicate dalla Grecia. Atene ha reagito avviando manovre navali per difendere il proprio territorio marittimo. La questione è stata già al centro del dibattito del vertice Med7 di Ajaccio e l’intero dossier (insieme a quello più allargato dei diritti di esplorazione del gas nell’area) sarà all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 24 e 25 settembre.

L’Ue chiede il dialogo (ci sarebbe anche una proposta di mediazione da parte di Italia e Spagna), ma minaccia sanzioni. Ma le posizioni non si avvicinano: nelle ultime ore la Turchia ha annunciato nuove esercitazioni navali al largo di Cipro, di fronte a Sadrazamkoy. Cipro ha già reagito parlando di manovre “illegali” che “violerebbero” la sua sovranità. Per la Grecia e Cipro, il dialogo è attuabile solo se la Turchia ritirerà  le sue navi e cesserà le “continue provocazioni”, ovvero le manovre militari in quelle aree. Insomma le posizioni restano distanti. Anche perché Atene vuole delimitare la sua Zona Economica esclusiva (Zee) partendo dalle coste dell’isola greca di Castelrosso, situata a soli 3 chilometri dalla costa turca, a 120 chilometri dall’isola di Rodi e 520 chilometri dalla Grecia continentale, il che si tradurrebbe in una posizione dominante della Grecia su gran parte del Mediterraneo orientale.

Ankara, da parte sua, assicura che “le isole non possono avere Zee” e ha annunciato attività  di esplorazione di idrocarburi in aree che Atene considera proprie. Il diritto internazionale del mare non distingue tra parte continentale e isole, ma parla di territorio nazionale, la cui Zee può estendersi fino a 200 miglia dalla costa. Tuttavia, in numerose controversie marittime, la Corte internazionale di giustizia ha decretato una divisione delle zone marittime disciplinata dai principi di proporzionalità. Nonostante ciò, Mitsotakis non sembra temere la via legale e negli ultimi giorni più volte ha assicurato che la Grecia vuole una soluzione negoziata con la Turchia, ma che se il governo di Ankara non la vuole “il problema delle zone marittime dovrà essere risolto davanti alla Corte internazionale di giustizia”.

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Annota Teodoro Dalavecuras in un documento report per starmag.it: “C’è un lato della questione dei rapporti tra Grecia e Turchia che non riguarda il merito delle rispettive posizioni, ma il ruolo del diritto internazionale. Ormai le rivendicazioni della Turchia sono sempre meno ancorate a una – fosse pure speciosa – argomentazione di diritto internazionale, ma solo alla determinazione ‘del popolo turco’ a rivendicare i propri diritti; ricordano il mussoliniano ‘noi tireremo diritto’ o magari la storia che ‘ci prende alla gola’, con una tattica di fatti compiuti (violazioni sistematica dello spazio aereo ellenico e, di recente, vere o presunte prospezioni geologiche con abbondante scorta di navi militari in zone marittime appartenenti alla piattaforma continentale greca). È anche significativo che la Turchia sia tra i pochi paesi al mondo che non hanno mai aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982, che pure costituisce la cornice giuridica degli accordi sulle Zee.

Naturalmente non è solo né principalmente quello del diritto internazionale il tema (nelle questioni giuridiche, come nelle religiose vale sempre il napoleonico ‘Parigi val bene una messa’). Il punto principale è che l’espansionismo della Turchia nel Mediterraneo, se non ha valide motivazioni giuridiche, ha pur sempre un fondamento concreto. Negli ultimi sessant’anni la Turchia, dalla nazione agricola di meno di 30 milioni di abitanti che era è diventata una potenza regionale di quasi 90 milioni, con un’economia sviluppata seppure su basi fragili, una consistente industria militare esportatrice e oggi una pericolosissima capacità decisionale fondata sui poteri dittatoriali, ancorché ‘a termine’, del presidente della Repubblica. È inevitabile che la Turchia ‘sgomiti’ nel Mediterraneo (come lo fa in Africa, peraltro), con o senza Erdogan, e che a una qualche redistribuzione negoziata di aree d’influenza anche sul piano formale prima o poi si dovrà arrivare’.

Armi made in Italy: la Turchia è il principale cliente
Se la Grecia si rifornisce di armi da Parigi, Ankara lo fa con Roma. La Turchia, terzo importatore di armi a livello mondiale, è  infatti il nostro principale mercato di esportazione seguita da Pakistan e Arabia Saudita. “Nell’ottobre 2019 il nostro Paese ha esportato armi e munizioni ad Ankara per 25,8 milioni di euro – rimarca Duccio Facchini in un articolo del gennaio scorso su starmag.it – Secondo nuovi dati Istat, nei primi dieci mesi dello scorso anno l’export complessivo ha toccato quota 102 milioni di euro, quasi quattro volte di più rispetto al 2018. Un valore senza precedenti, nonostante gli annunci di ‘stop’ del Governo. Nell’ottobre 2019 l’Italia ha esportato armi e munizioni in Turchia per 25,8 milioni di euro, proprio nel mese in cui è stata lanciata l’offensiva turca in Siria. È quanto emerge dai nuovi dati Istat sul commercio estero aggiornati ai primi dieci mesi dello scorso anno. Statistiche ufficiali alla mano, tra gennaio e ottobre 2019 il nostro Paese ha dunque esportato ad Ankara “Armi e munizioni” per 102 milioni di euro, quasi quattro volte di più rispetto all’export 2018 relativo allo stesso periodo. È un valore che non ha precedenti nella storia delle relazioni armate tra i due Paesi. Nell’intero 2012, l’anno “record” degli ultimi 30, ci si era fermati a 88,7 milioni di euro (-13 per cento rispetto ai soli primi dieci mesi dello scorso anno). E il flusso milionario tra Roma ed Ankara non solo non si è fermato, ma proprio nel mese dell’offensiva turca sui territori del Kurdistan, nel Nord-Est della Siria, ha fatto registrare un picco inedito. Sono un lontano ricordo gli annunci del Governo in quei giorni di uno stop per decreto alla vendita di materiale d’armamento, poi divenuti un più mite blocco delle future licenze senza intaccare quelle esistenti”.

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Grandi manovre

E come documentato in precedenti articoli da Globalist, il Sultano di Ankara non muove solo le navi da guerra nel Mediterraneo orientale ma sposta anche truppe di terra e mezzi blindati. A sud  forze turche hanno organizzato cinque giorni di esercitazioni interforze nella Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. Le esercitazioni, che si concluderanno il 10 settembre, si tengono ogni anno e simulano l’invio di rinforzi dalla Turchia per difendere i territori ciprioti della repubblica fedele ad Ankara già presidiata da truppe turche e forze turco-cipriote. A Nord ovest, lungo i confini terrestri tra Turchia e Grecia sono stati spostati una quarantina di mezzi corazzati ritirati dal confine siriano. La tv filo-governativa A-Haber ha mostrato immagini di camion portacarri con a bordo cingolati trasporto truppe da combattimento Fnss Acv-15 Il convoglio ha lasciato il confine siriano sabato pomeriggio e dovrebbe essere trasferito via treno dal porto di Iskenderun a Edirne.

Disastro perfetto
Ci sono tre ingredienti che contribuiscono a creare la ricetta perfetta per un disastro – scrive l’autorevole The Economist in un lungo e documentato report  tradotto  e pubblicato da Internazionale – Uno è l’interesse per il gas naturale nella regione, che da una decina d’anni attira le mire non solo di Grecia e Turchia, ma anche di Cipro, Israele, Egitto e altri paesi, che aspirano a diventare potenze energetiche regionali, in grado di rifornire il mercato europeo e di presentare un’alternativa strategica al gas russo. Alcuni speravano che la costruzione di gasdotti nel Mediterraneo orientale potesse favorire la cooperazione regionale, come in alcuni casi è accaduto. Ma altrove questa speranza è stata offuscata dal secondo ingrediente: le rivalità regionali. Invece di annacquarle, le opportunità energetiche le hanno rafforzate. Cipro rimane divisa tra il sud e la Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. Nel 2019 le prospezioni effettuate dalla Turchia per cercare gas nella zona economica esclusiva cipriota hanno provocato la condanna dell’Unione europea e alcune sanzioni (perlopiù simboliche). Adesso le navi turche stanno nuovamente effettuando rilevamenti sismici nelle acque cipriote. 

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Le relazioni tra i due paesi mediterranei rischiano sempre d’infiammarsi a causa di territori contesi. Lo scontro più recente era nell’aria da novembre, quando è stato firmato un accordo tra Ankara e il Governo d’accordo nazionale (Gna) della Libia, sostenuto dall’Onu. L’accordo prevede un confine marittimo più esteso, considerato inaccettabile dai greci e anche dal diritto internazionale. I tentativi della Germania di mediare tra Atene e turchi erano quasi riusciti quando all’inizio di agosto Grecia ed Egitto hanno concluso in tutta fretta un accordo che si sovrappone a quello tra turchi e libici. La Turchia ha risposto inviando nella zona una nave di ricerche sismiche, accompagnata da una flottiglia militare, che è risultata poi coinvolta nella collisione con una vecchia fregata greca. Ad aggravare il tutto ci sono contrasti più ampi che coinvolgono la Turchia, dalla Libia alla Siria: il terzo ingrediente di questo esplosivo calderone. Riguardo alla Libia, Turchia e Francia sono ai ferri corti. A giugno le navi militari turche hanno impedito a una fregata francese d’ispezionare una nave sospettata di trasportare armi per il Gna. I francesi non hanno problemi a reagire. I turchi condannano le interferenze francesi e ritengono che la Grecia e i suoi alleati si stiano coalizzando contro di loro. La Turchia, guidata dall’autoritario presidente Recep Tayyip Erdoğan, sta rispondendo facendo sentire il suo peso. 

Ankara potrebbe sentirsi rinvigorita dal fatto che alcuni paesi, come il Regno Unito, preferiscano evitare di mettersi contro un alleato della Nato mentre altri, in particolare la Germania, temono che se si tira troppo la corda la Turchia potrebbe scatenare il caos facendo partire altri migranti verso l’Europa….”

E l’Italia? Non pervenuta. Ma questo, ormai, non fa più notizia.

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