La Tunisia è la nuova trincea del Califfato. Ma l'Italia pensa solo agli sbarchi

Nell’area di confine tra Libia e Tunisia vige un patto d’azione tra trafficanti di esseri umani e miliziani dell’Isis che hanno fatto di quest’area la trincea avanzata dello Stato islamico nel Nord Africa.

Terrorismo in Isis in Tunisia

Terrorismo in Isis in Tunisia

Umberto De Giovannangeli 7 settembre 2020

Tunisia, il terrore torna a colpire. Ieri, la polizia tunisina ha inseguito e ucciso tre militanti islamisti sospettati di aver attaccato due membri della Guardia Nazionale nella città costiera di Susa, ha detto a Reuters un ufficiale della sicurezza. "I terroristi hanno accoltellato un gendarme e un suo commilitone nel distretto di El Kantaoui. Uno di loro è morto. La polizia ha inseguito i terroristi e li ha uccisi", ha riferito all'agenzia di stampa Reuters Houssem Jbebli, portavoce della Guardia nazionale. L'altro gendarme coinvolto nell'attacco è ricoverato in prognosi riservata Secondo il ministero dell'Interno i sospetti hanno usato la loro macchina per colpire i poliziotti. Kantaoui è un quartiere turistico pieno di hotel deserti a causa della pandemia. L'ultimo attacco in Tunisia risale a marzo, quando due militanti su una moto si erano fatti esplodere fuori dall'ambasciata americana a Tunisi, uccidendo un poliziotto e ferendone diversi altri. Cinque anni fa un militante dello Stato Islamico ha ucciso 39 stranieri su una spiaggia a Sousse, provocando un esodo di turisti e danneggiando gravemente l'economia del Paese. Da allora, secondo molti diplomatici, la Tunisia è più attenta a prevenire e rispondere agli attacchi terroristici, ma le cellule dormienti rappresentano ancora una minaccia per il Paese, soprattutto con il ritorno dei jihadisti da Siria, Iraq e Libia.


Il terrorismo e la crisi sociale


“L’Isis fa proseliti in chi non ha lavoro e non riesce a immaginare il proprio futuro. Il miglioramento delle condizioni materiali di vita, il lavoro, l’istruzione, sono parte fondamentale della lotta al terrorismo, non meno dell’aspetto militare o di intelligence. Ed è per questo che ritengo fondamentale rilanciare la cooperazione fra l’Europa e i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, dando concretezza all’idea di un ‘Piano Marshall’ E all’amica Italia dico: se cade la Tunisia, non muore solo una speranza di cambiamento, ma il Mediterraneo sarà ancora più destabilizzato e l’emergenza migranti si farà ancor più drammatica”, dice a Globalist Houcine Abassi, già Segretario generale dell’Ugtt (l’Union générale tunisienne du travail), Premio Nobel per la Pace nel 2015 come membro del Quartetto per il dialogo (la Ligue tunisienne pour la défense des droits de l’homme, l’Union générale tunisienne du travail, l’Ordre national des avocats de Tunisie e l’Union tunisienne de l’industrie, du commerce et de l’artisanat).


L’incubo Isis


Nell’area di confine tra Libia e Tunisia vige, ormai da tempo, un patto d’azione tra trafficanti di esseri umani e miliziani dell’Isis che, in rotta da Siria e Iraq, hanno fatto di quest’area frontaliera la trincea avanzata dello Stato islamico nel Nord Africa.


Dopo gli attentati del 2015 (in particolare la strage al Museo del Bardo, uno dei luoghi simboli di Tunisi, 24 le vittime tra cui 4 turisti italiani) le autorità tunisine si sono impegnate nel rafforzamento delle misure di sicurezza, in particolare dei siti sensibili (alberghi, attrazioni turistiche, porti, aeroporti e grandi arterie di comunicazione) e in una capillare lotta al terrorismo. Alcune aree del Paese sono ancora fortemente sconsigliate. Tra queste, appunto, i territori al confine con la Libia.  In Tunisia è in vigore lo stato d'emergenza dal 24 novembre 2015, quando l’Isis  attaccò un bus della guardia presidenziale con un bilancio di 12 agenti uccisi.


Di estremo interesse è lo studio pubblicato dal Centro Tunisino per la Ricerca e lo Studio sul Terrorismo (Ctret) sui gruppi jihadisti attivi in Tunisia. Lo studio è stato condotto su un pool di 1.000 tunisini arrestati e incarcerati tra il 2011 e il 2018. Dalle verifiche è emerso che il 40% di questi elementi erano giovani laureati o diplomati, il 3,5% era rappresentato da donne, mentre 751 erano giovani sotto i 35 anni.


Il Ctret ha analizzato anche come i gruppi jihadisti reclutano nuovi adepti. Il sistema più utilizzato è quello dell’indottrinamento individuale, effettuato tramite imam e predicatori, dentro e fuori le moschee, in particolare quelle gestite da salafiti, che si rivelano come il luogo privilegiato di trasmissione e propagazione di una versione fondamentalista e jihadista della religione musulmana. Seguono i social media e i media tradizionali. Lo studio indica anche che il 69% dei jihadisti tunisini monitorati era stato addestrato in Libia e il 21% in Siria, grazie alla facilità di poter viaggiare senza problemi da Tunisi in Turchia e da lì, poi, entrare in Siria.


L’immagine della Tunisia che emerge dalla ricerca del Ctret è preoccupante, visto soprattutto l’alto potere attrattivo che l’ideologia jihadista ha mostrato di sapere esercitare sui giovani under 35, ovvero i nati durante il boom economico e demografico esploso in tutto il Maghreb negli anni Ottanta e Novanta. Una fase che, non a caso, molti analisti paragonarono all’epoca a una vera “bomba ad orologeria” che negli anni a seguire sarebbe scoppiata nelle mani dei governi tunisini se non fosse stata gestita adeguatamente per tempo.


Colpire il turismo


Dopo che Seifeddine Rezgui ha firmato il massacro di Sousse (giugno 2015) le disdette sono fioccate  e i numeri che ha fornito il ministro del Turismo, Salma Elloumi Rekik, segnalano un vero e proprio tracollo: dopo la strage sono andati perduti un milione di pernottamenti e, con essi, quel fiume di moneta pregiata di cui il Paese, in crisi economica da anni, ha disperato bisogno .Ma era proprio questo che l'Isis voleva e i fatti dimostrano che gli strateghi del “califfato” hanno pianificato con attenzione per colpire là dove la loro azione avrebbe avuto la massima eco internazionale. Sousse, infatti, non è solo un centro turistico (benché forse quello d'eccellenza) ma è anche città colta e dalla ricca storia. Da sempre la “stella del Sahel” - come i suoi cittadini amano chiamarla - è stata la culla di molti e importanti uomini politici. Dunque colpire Sousse per il turismo, ma anche per ciò che rappresenta.


In un video diffuso, il 17 luglio 2019 sui social media, lo Stato islamico ha rivolto un appello ai suoi militanti a compiere attentati in Tunisia. Nel filmato, postato sulle piattaforme social Telegram e Instagram, si vedono uomini armati e con il volto coperto che giurano fedeltà al poi defunto “Califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, come riporta la tv satellitare al Arabiya. 


“I tuoi soldati e i tuoi figli nella terra di Qairouan (nome di città nel centro della Tunisia) si stanno comportando bene”, dice uno degli uomini filmati che si presenta con il nome di battaglia Abou Omar al-Tunisi.  Un secondo militante, che si presenta con il nome di Abou Khaled al-Tunisi, fa un appello chiedendo ai seguaci del Califfato a “seminare il terrore” in Tunisia. Secondo l’emittente saudita, il video è stato diffuso dall’ufficio media dell’Isis in Tunisia.


Isis punta al Maghreb


Ma è tutta la regione del Maghreb ad essere entrata nel mirino dello Stato islamico. Secondo le intelligence occidentali una considerevole quantità di terroristi è già presente in Libia e in Algeria, soprattutto nella parte sud dei due Paesi. Ma significative presenze vengono segnalate anche nelle zone montuose del Marocco e, ancora più a sud, nelle aree desertiche della regione del Western Sahara e della Mauritania. È opinione comune di molti analisti di intelligence che dopo la sconfitta in Siria, Isis stia cercando di riorganizzarsi nel Maghreb dove può contare su importanti appoggi logistici nonché su un certo numero di seguaci autoctoni.


Ansar Al Sharia in Tunisia rappresenta oggi il più organizzato gruppo salafita nel Paese nordafricano. Il suo cambio di rotta da Al Qaeda verso lo Stato Islamico risale al 2014. Ad oggi la figura di riferimento di Isis in tutto il Nord Africa è il tunisino Jalaluddin al-Tunisi.


Ansar Al Sharia in Tunisia ha una struttura interna composta da tre diverse generazioni di jihadisti tunisini. La prima generazione è quella dei jihadisti affiliatisi ad al-Qaeda negli anni Novanta. La seconda generazione è quella che ha combattuto l’invasione americana in Iraq nel 2003. La terza è quella di cui fanno parte i giovani che hanno partecipato alla Rivoluzione dei Gelsomini del 2010-2011 durante le primavere arabe. Molti dei membri più anziani del gruppo oggi si occupano di incoraggiare i giovani a unirsi alla formazione, predicando e diffondendo l’ideologia jihadista nel Paese.


Le autorità tunisine affermano di aver ottenuto grandi successi in materia di sicurezza eliminando la maggior parte dei leader terroristici e impedendo il verificarsi di altre operazioni terroristiche, ma hanno confermato che le minacce rimangono, con decine di terroristi fedeli ad al-Qaeda nel Maghreb islamico, e all'Isis, nei monti Mughila, Samama e al-Shaanabi nel governatorato di Kasserine e altri altipiani al confine con l'Algeria nelle province di El Kef, Jendouba e Sidi Bouzid.


Hadi Yahmed, ricercatore esperto di gruppi islamici, ritiene che il ritorno di giovani combattenti tunisini dalla Siria, dall’Iraq e dalla Libia rappresenti la più grande sfida alla sicurezza della Tunisia oggi. Yahmed, che ha scritto un libro sul movimento jihadista in Tunisia, ha detto ad al-Monitor che”la questione più seria è che le autorità di sicurezza tunisine non hanno un piano chiaro per affrontare il pericolo rappresentato da chi ritorna”.


Seifeddine Rezgui, l’autore della strage di Sousse, , era stato addestrato dall’Isis in Libia nel campo di Sabratha colpito successivamente da un raid aereo statunitense.


Nello stesso campo furono istruiti i miliziani tunisini infiltrati a Guerdane nel marzo del 2016 per attaccare le forze di sicurezza. Quello che servirebbe, afferma Yahmed, sono”sistemi di sorveglianza aggiornati” ma anche un programma di reinserimento nella società di chi torna in patria.


Mandarli in prigione insieme a detenuti ordinari rischia solo di far aumentare il numero di reclute” per l’Isis.


L’Isis ha arruolato il coronavirus:


Lo Stato islamico avrebbe sfruttato il maggior tempo trascorso online durante il lockdown per intensificare le sue attività per il reclutamento di nuove risorse, perseguendo i propri scopi e definendo la pandemia in corso come il "Soldato di Allah". Lo ipotizzano gli esperti dell’Università di Malmö, in Svezia, che hanno analizzato i canali social e mediatici dell'Isis monitorando gli ultimi anni di attività.


"L'organizzazione terroristica - spiega Michael Krona dell’Università di Malmö - ha distorto la pandemia per valorizzare le proprie teorie e in funzione dei propri scopi. Sappiamo che l'Isis sfrutta l'ombra mediatica e i social media per attirare nuovi seguaci". L'esperto aggiunge che l'organizzazione sfrutta un senso di appartenenza e comunità, producendo opuscoli, riviste, newsletter, gestendo la propria agenzia di stampa, le stazioni radio e applicazioni, pubblicando materiale su Instagram, WhatsApp, Telegram e Hoop. "Abbiamo studiato i canali di comunicazione dell'Isis negli ultimi anni - continua Krona - mappando le strategie mediatiche dell'organizzazione, che ha sfruttato l'eco della pandemia per i propri scopi, descrivendo Covid-19 come 'il tormento di Dio sui paesi in cui vige la croce' o 'il soldato di Allah'.


Un tormento che rischia di travolgere la Tunisia, trasformandola nella trincea avanzata del “califfato” in Nord Africa, alle porte dell’Italia.