Libia, Giggino Di Maio alla ricerca del Cavaliere (Berlusconi) perduto

Nel piano di Di Maio c'è la ripresa dei vecchi accordi siglati da Berlusconi, con l'obiettivo di dare nuovo impulso agli investimenti italiani e offrire nuove opportunità di crescita alle nostre imprese

Di Maio e Serraj in Libia

Di Maio e Serraj in Libia

Umberto De Giovannangeli 1 settembre 2020

Il Libia. Per provare a difendere i nostri interessi economici e per dimostra che l’Italia non è stata messa ai margini dalla “partita” libica. Luigi Di Maio ci ha provato con la sua missione ufficiale oggi in Libia. L'Italia vede con favore l'accordo raggiunto con (il presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh) per la promozione di un cessate il fuoco e lo sosteniamo. Crediamo anche, come diciamo da sempre, che debba cessare ogni interferenza esterna". Di Maio nel suo colloquio con il presidente del governo di accordo nazionale di Tripoli Fayez al- Sarraj, secondo quanto si apprende. "La Libia per noi è un attore importante, uno snodo cruciale per costruire un nuovo modello" di sviluppo nel Mediterraneo, "con scambi commerciale fiorenti e opportunità di crescita" per tutti i Paesi dell'area", ha aggiunto il ministro degli Esteri. "Istituiamo la commissione" per le questioni economiche tra Italia e Libia "il prima possibile. Vogliamo che le imprese italiane vengano qui da noi per sostenere lo sviluppo e la crescita della Libia", ha detto da parte sua Sarraj durante il colloquio con il titolare della Farnesina, secondo fonti diplomatiche e di Tripoli.

Giggino sulle orme del Cavaliere.


La nostra diplomazia è consapevole che da tempo in Libia agiscono attori esterni che intendono scalzare l’Italia non solo dalla definizione dei nuovi assetti del potere politico in Libia, ma soprattutto metterla ai margini degli affari miliardari legati alla ricostruzione, dopo oltre nove anni di guerra, e dallo sfruttamento delle risorse petrolifere e di gas di cui il Paese nordafricano è ricco.


Nel piano di Di Maio c'è la ripresa dei vecchi accordi siglati da Silvio Berlusconi, con l'obiettivo di dare nuovo impulso agli investimenti italiani in Libia e offrire nuove opportunità di crescita alle nostre imprese e al popolo libico.


La Farnesina vuole riattivare la Commissione mista italo-libica sulle questioni economiche, per affrontare innanzitutto due argomenti: i crediti vantati dalle aziende italiane e i progetti di comune interesse per il rilancio delle relazioni economiche. 
Tra i progetti più importanti in sospeso ci sono l'"autostrada della pace" e l'aeroporto internazionale di Tripoli. I libici chiedono di riprendere appena possibile l'autostrada costiera prevista dall'art. 8 del Trattato di Bengasi firmato da Gheddafi e Silvio Berlusconi.  Per quanto riguarda l'aeroporto di Tripoli, il consorzio Aeneas si è aggiudicato la costruzione di 2 terminal (uno per voli internazionali, un altro per voli nazionali), un parcheggio e la strada di accesso per 78 milioni. I lavori sono bloccati per motivi di sicurezza, l'aeroporto internazionale (a circa 20 chilometri a sud di Tripoli) è stato uno dei punti in cui la battaglia è andata avanti per mesi. Adesso il consorzio Aeneas si prepara a riprendere i lavori, ma le condizioni di sicurezza devono essere garantite. 
Altri progetti riguardano il terzo anello autostradale di Tripoli, a cui sono interessati WeBuild e Rizzani de Eccher (valore 1 miliardo di euro). Mentre Telecom Italia Sparkle collabora con la Libyan International Telecom Company (LITC) e garantisce i collegamenti tra i due Paesi grazie al cavo Tripoli-Mazara del Vallo: Tim è impegnata in un altro progetto, denominato "Bluemed", un cavo multifibra sottomarino che dovrebbe collegare Genova a Palermo e poi attraversare il Mediterraneo fino a Chania (Creta) per poi proseguire fino in India. Il progetto è concorrente a un analogo progetto cinese che prevede una dorsale dall'Egitto alla Francia e taglierebbe fuori l'Italia.


 Nel 2019 la Libia, dopo l’Algeria, è risultata il secondo partner commerciale nel continente africano dell’Italia; a livello globale l’Italia è il quinto fornitore e il secondo cliente della Libia. Nei primi due mesi del 2020, precisa il Corriere della Sera, “le nostre esportazioni sono aumentate del 32% rispetto allo stesso periodo del 2019”. E poi c’è l’Eni, che in collaborazione con la libica Noc fornisce energia al mercato locale. L’importanza della visita afferma il presidente di FederPetroli Italia Michele Marsiglia -  oltre che per un possibile processo di pace, riveste per noi del settore dell’Oil & Gas un passo in avanti per le attività energetiche italiane ed internazionali in Libia. Nonostante le continue fibrillazioni del Governo libico e delle diverse parti coinvolte nel conflitto, già dai primi di luglio fu annunciato lo sblocco dell’export petrolifero e l’inizio di una produzione di greggio che nel tempo, potrà spingersi verso i livelli produttivi di anni fa. La situazione in Libia sta pian piano migliorando, confidiamo in questa visita del capo della Farnesina per un migliore e più definito ruolo dell’Italia. Le aziende dell’Oil & Gas italiane e del bacino mediterraneo aspettano con ansia di operare a pieno regime in Libia, nelle prossime settimane abbiamo in programma dei meeting per un ritorno nel paese nordafricano. Molti i Progetti importanti per l’industria italiana”. Positivo l’aggiornamento di una Commissione mista italo-libica sulle questioni economiche, FederPetroli Italia  - conclude Marsiglia – è  fiduciosa che presto si potranno affrontare delicati dossier e studiare nuove prospettive di sviluppo nelle relazioni economiche e politiche di entrambi i Paesi”.


Caos a Tripoli


 In tutto questo, però, va tenuta presente la situazione interna della Libia. Due giorni fa il ministro degli Interni del governo di Tripoli, Fathi Bashagha, è stato sospeso dal suo incarico perché avrebbe fomentato una parte delle proteste degli ultimi giorni per destabilizzare il governo Sarraj. Questo potrebbe rilegittimare l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa, Haftar, interrompendo la fase di relativa stabilità iniziata a fine agosto, e la ripresa delle relazioni economiche con l’Italia.


Ma più che il generale di Bengasi, in crisi sul campo di battaglia e nelle relazioni con i suoi vecchi sponsor, Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto e, sia pure in modo più defilato, la Francia, il vero problema per l’Italia è la Turchia e i disegni neo-ottomani del suo presidente- autocrate, Recep Tayyp Erdogan. E’ solo grazie al sostegno militare di Ankara che Sarraj ha riconquistato terreno, e ora il “Sultano” intende passare all’incasso.  Come rimarca su Il Foglio uno degli analisti italiani più competenti e informati in politica estera, Daniele Raineri, Molti ministri libici sono filoturchi e vogliono cacciare i nostri soldati, se non da tutto il territorio libico di certo, come documentato in più articoli da Globalist, da Misurata, città-chiave nella stabilizzazione del Paese.


Una cosa è certa, e nell’ammetterlo non c’è niente di anti-patriottico: tra il Sultano di Ankara e il nostro ministro degli Esteri, non c’è partita. In Libia, e non solo. Ma di questo, Giggino non sembra dolersi. In Libia, la sua aspirazione è di calcare le orme non del Sultano ma del Cavaliere: Silvio Berlusconi.