Sentenza-Hariri, il giorno dopo in un Libano che precipita nel caos armato

Una sentenza che fa storia, e che cala su un Paese al collasso economico e sociale, messo in ginocchio dalla devastante esplosione del 4 agosto scorso in un deposito nel porto di Beirut

I funerali di Rafik Hariri
I funerali di Rafik Hariri
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

19 Agosto 2020 - 16.06


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Sentenza-Hariri, il giorno dopo. Il giorno di una riflessione più ponderata su una sentenza attesa da quindici anni. Una sentenza che fa storia, e che cala su un Paese al collasso economico e sociale, messo in ginocchio dalla devastante esplosione del 4 agosto scorso in un deposito nel porto di Beirut, la “Nagasaki libanese”, che ha provocato, stando al bilancio ufficiale, 171 morti, oltre 6mila feriti, 300mila sfollati.

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Sul Libano ancora sotto shock e segnato da una protesta di piazza che non accenna a placarsi, la sentenza sull’attentato che il giorno di San Valentino del 2005 costò la vita all’ex primo ministro che aveva osato sfidare il dominatore siriano, quella sentenza rischia di inasprire lo scontro e trascinare il Paese di nuovo nel caos. Un caos armato.

Diviso dal passato, lacerato nel presente

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È bastato che il Tribunale speciale per il Libano giudicasse colpevole Salim Ayache, membro di Hezbollah, nel caso dell’assassinio di Rafik Hariri, ex primo ministro, perché l’opposizione considerasse che è Hezbollah nel suo insieme, e con esso il regime siriano, ad essere stati inchiodati alle loro responsabilità. Il TSL ha rispettato il suo statuto secondo il quale ha giurisdizione “sui responsabili dell’attacco (…)”. Ma per gli oppositori, la vera “vittoria” sta nel fatto che il tribunale ha riconosciuto che l’omicidio è un “crimine politico”. È questa l’interpretazione che Fouad Siniora, il grande compagno di Hariri, dà a L’Orient-Le Jour., il giornale in lingua francofona di Beirut. “È un crimine politico che mirava a perpetuare la morsa siriana sul Libano. La decisione di assassinare Rafik Hariri è stata presa da Damasco, e Hezbollah l’ha portata a termine, perché Hariri stava combattendo la morsa siriana”, ha rimarcato Siniora, chiedendo che il verdetto venga rispettato e attuato.

Hezbollah alla sbarra

Marwan Hamadé, un deputato Joumblattista dimissionario e vittima di un tentativo di omicidio (il 1° ottobre 2004) che rientra nella giurisdizione del tribunale, condivide lo stesso punto di vista. “Penso che il verdetto sia arrivato al momento giusto per descrivere la cospirazione (contro Rafik Hariri) con tutti i suoi retroscena politici”, ha detto all’OLJ, prima di aggiungere: “Il tribunale ha chiaramente designato il leader degli assassini, i cui rapporti con Hezbollah sono al di là di ogni dubbio. “E chiedere di “non mettere in discussione la competenza dei giudici e il loro lavoro”. Senza volersi impegnare in interpretazioni politiche della sentenza, Hamadé ha confidato di essere soddisfatto “di leggere attentamente il testo” e di “lasciare che sia il popolo a trarre le opportune conclusioni”, precisando che la risoluzione 1757 (2007) del Consiglio di Sicurezza, che ha istituito il TSL, non gli consente di condannare Stati o gruppi.

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Al di là del verdetto stesso, è soprattutto la professionalità di un tribunale “non politicizzato” che l’opposizione saluta reagendo alla sentenza di ieri. Mentre alcuni si aspettavano che Hezbollah fosse esplicitamente accusato, la corte si è accontentata di condannare uno dei membri del partito, mentre si è astenuta dall’attribuire la responsabilità del crimine al consiglio di amministrazione del partito sciita per mancanza di prove. “È un tribunale di grande professionalità che si è espresso ieri, in quanto non dovrebbe dare un giudizio politico, ma si basa sui fatti”, ha detto sempre a L’OLJ Fares Souhaid, presidente del Saydet el-Jabal Rally e una delle figure più rappresentative della lotta antisiriana al fianco dell’ex primo ministro. Il testo del verdetto sarà nelle mani della comunità internazionale e più precisamente delle Nazioni Unite, che hanno la responsabilità di definire un orientamento politico”.

Lo stesso vale per Mona Fayad, un’attivista e docente universitaria ostile a Hezbollah. Si compiace del fatto che il TSL sia un tribunale “non politicizzato” che ha agito “in modo trasparente e obiettivo, collegando il verdetto all’azione politica di Rafik Hariri e al contesto in cui è avvenuto il suo assassinio”. Tuttavia, Fayad riconosce la dimensione altamente politica del giudizio, che percepisce come “una vittoria per la giustizia e una condanna di Hezbollah”.

L’opposizione è quindi soddisfatta della sentenza del TSL contro un membro di Hezbollah. Tuttavia, si aspetta che il membro dell’Hezbollah adempia alle sue responsabilità facilitando l’esecuzione della sentenza. Seguendo le orme del leader del movimento Futuro, Saad Hariri, Fouad Siniora rimanda la palla al partito sciita. “Se rifiuta l’esecuzione del verdetto, è perché non vuole una collaborazione”.

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Nel frattempo, Marwan Hamadé vuole essere ottimista. Secondo lui, dopo il discorso “positivo” di Saad Hariri, Hezbollah dovrebbe consentire l’applicazione del giudizio. Quanto a Moustapha Allouche, ex deputato di Futuro di Tripoli, ritiene che Saad Hariri non abbia attaccato Hezbollah, ma abbia definito le linee generali della fase successiva: “Basta compromessi illogici”, ha detto alludendo sia all’accordo raggiunto con il capo dello Stato, Michel Aoun, sia al modus vivendi osservato con Hezbollah dal 2014.

Quanto al capo dello Stato, Aoun si è distinto dal suo tradizionale alleato, Hezbollah, ostile alla corte internazionale. “Fare giustizia nel caso dell’assassinio di Rafik Hariri e dei suoi compagni è in linea con il desiderio di tutti di chiarire le circostanze di questo crimine che minacciava la pace civile in Libano e danneggiava una personalità con un pubblico nazionale e un progetto nazionale”, ha scritto Aoun su Twitter, aggiungendo: “Che il verdetto emesso oggi sia un chiaro segnale che la comunità internazionale è pronta ad agire”.

Scrive Giorgio Ferrari in un commento per Avvenire: ““Eppure dietro il sudario della sentenza di ieri s’intravede la progressiva smobilizzazione dell’influenza iraniana nella regione. Gli hezbollah, lo sappiamo bene, sono emanazione diretta di Teheran e hanno agito da sempre sia come braccio armato degli ayatollah sia come domestico cane da guardia in Libano, allestendo una sorta di anti-Stato all’interno del Paese dei Cedri. Anche la Siria faceva parte di quella mezzaluna sciita che si stendeva da Teheran al Mar Mediterraneo passando per Baghdad, Deir ez-Zor, Palmira, Damasco, Latakia garantendo all’Iran una fascia di controllo che tagliava in due la vecchia carta geografica del Medio Oriente, un cuneo che (grazie anche al fattivo apporto russo e alla protezione assicurata da Putin al regime di Bashar al-Assad) penetrava nel mondo sunnita annodando i propri rapporti anche con Hamas a Gaza fino a spingersi nello Yemen. Questo mosaico ora è in crisi, e lo era anche prima dell’arrivo del Covid, del default libanese e della fatale esplosione del porto di Beirut. La crisi sciita ha due facce, quella interna e quella regionale. È in crisi il mondo hezbollah in Libano e la popolarità di Nasrallah è in vistoso calo, suffragata anche dal sospetto che il materiale esplosivo stivato per anni nei magazzini portuali fosse parte integrante dell’arsenale del Partito di Dio. Ma in particolar modo è in crisi la Mezzaluna iraniana, colpita al cuore del recentissimo accordo fra Israele e gli Emirati del Golfo, che con il sodalizio già in atto con l’Arabia Saudita serra il cerchio intorno alle mire di Teheran, ridimensionandone l’influenza regionale e costringendo i vertici politici e religiosi iraniani a un totale ripensamento della propria strategia.  La mancata accusa diretta a Nasrallah e agli ayatollah non cambia assolutamente nulla. Il Libano, così come la questione palestinese (fatalmente passata in secondo piano dopo le intese fra Netanyahu, gli emiri e Riad) appaiono due entità bisognose di urgente rifondazione. Il ridisegno stesso del risiko regionale lo impone. La sentenza dell’Aja, pur nella sua elusiva ambiguità, non fa che confermarlo.  Inutile indignarsi dunque per questo verdetto. Era già pronto da mesi (e in questo Nasrallah e gli hezbollah avevano ragione) e chi contava su un lancinante atto d’accusa nei confronti della Siria e dei suoi manovratori iraniani peccava di troppo ottimismo, per non dire che era un illuso. Alla fine la Realpolitik ha avuto la meglio sulla giustizia. Ma questo in fondo accade quasi sempre”.

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La paura continua

Il Paese dei Cedri resta impaurito dal fantasma degli omicidi politici, racconta in un reportage da Beirut, l’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, che la realtà libanese la conosce molto bene e sul campo.. “Almeno una decina di intellettuali e giornalisti critici di Hezbollah e del regime di Damasco vennero uccisi al tempo della morte di Hariri- ricorda Cremonesi –  E il terrore continua. A Beirut ancora oggi gli oppositori del gruppo sciita si guardano alle spalle. Uno dei pareri più diffusi è per esempio che Antoine Dagher, dirigente sessantenne della Byblos Bank assassinato nel parcheggio di casa lo scorso 4 giugno, sia stato in effetti eliminato da sicari di Hezbollah a causa del suo essere venuto a conoscenza dei trasferimenti all’estero dei capitali del movimento sciita”.

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