Ashrawi: "Grazie Globalist, il pianto di quella bambina racchiude la tragedia di un popolo oppresso"

È stata il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo. "Racconta di un dolore indicibile, di una ferita che si porterà per il resto della sua vita"

Hanan Ashrawi
Hanan Ashrawi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

12 Agosto 2020 - 16.12


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“Vorrei ringraziare Globalist e quei media italiani che hanno raccontato e fatto il pianto disperato di quella bimba palestinese dopo che le ruspe israeliane avevano distrutto la casa in cui viveva. Grazie di cuore, perché la tragedia del popolo palestinese è segnata da questi soprusi quotidiani, da crimini che passano sotto silenzio, come se Israele avesse ricevuto una licenza d’impunità, sempre e comunque, dalla comunità internazionale. Storie come quella immortalata in quel video sono la testimonianza di cosa significhi vivere sotto occupazione e in un regime di apartheid”.

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Ad affermarlo, in questa intervista esclusiva concessa a Globalist, è una delle figure più autorevoli e conosciute della dirigenza palestinese: Hanan Ashrawi. Ashrawi  è  stata il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington. La prima donna ad essere nominata portavoce della Lega Araba. Più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, parlamentare, paladina dei diritti umani nei Territori palestinesi, ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, tra i quali ricordiamo il Mahatma Gandhi International Award for  Peace and Reconciliation e Sydney Peace Prize.

Una bambina palestinese in lacrime davanti a ciò che resta della casa in cui viveva con i suoi genitori. Una casa rasa al suolo dalle ruspe israeliane. Cosa racconta quel pianto disperato?

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Racconta di un dolore indicibile, di una ferita che quella bambina si porterà per il resto della sua vita. Perché, mi creda, certe cose non si dimenticano mai. Quel pianto racconta di un crimine, che una potenza occupante ha commesso nei confronti di chi non ha commesso alcun crimine, la cui unica colpa è di essere una ragazzina palestinese che poteva avere tra i suoi parenti qualcuno che Israele considera una minaccia. La demolizione di case, dopo un attentato o nell’ambito di una operazione dell’esercito o solo perché ingombrava un’area destinata all’allargamento di una colonia israeliana, fa parte di una prassi che Israele porta avanti da decenni. Si tratta di una punizione collettiva contraria al diritto internazionale, al diritto umanitario, alla convenzione di Ginevra. Ma di tutto questo, le autorità israeliane se ne sbattono altamente. Si ritengono al di sopra di ogni legge, e come tali si comportano. Ad animarli è una logica militarista, che riduce il diritto di un individuo, di una comunità, di un popolo, alla mera registrazione dei rapporti di forza sul campo. Da tempo, come denunciato da tutte le più importanti organizzazioni umanitarie internazionali e da personalità di prestigio, anche israeliane, in Cisgiordania vige un regime di apartheid che ora il primo ministro d’Israele (Benjamin Netanyahu, ndr) vorrebbe istituzionalizzare con quel piano di annessione che non è ancora stato realizzato solo perché Israele deve fare i conti con l’emergenza del coronavirus. Israele ha lavorato scientemente, da anni, giorno dopo giorno, per cancellare ogni possibilità di una pace fondata sulla soluzione a due Stati. Vede, i palestinesi sembrano fare notizia solo quando possono essere tacciati di terrorismo. Alla fine, in questa distorta narrazione, i ruoli vengono capovolti: la vittima è Israele mentre i palestinesi sono i sanguinari. Ma quella bambina in lacrime testimonia di una verità che chiunque abbia ancora un minimo di onestà intellettuale e di senso di giustizia, non può negare: alla base di tutto c’è la negazione del diritto di un popolo di vivere in libertà in uno Stato indipendente, con piena sovranità su tutto il territorio nazionali, con confini riconosciuti internazionalmente. Invece, le nostre terre vengono confiscate dall’occupante, i nostri raccolti distrutti dai coloni, che agiscono nei Territori palestinesi occupati come una sorta di milizia paramilitare a cui tutto è concesso. Andrebbero raccontate le storie dei bambini palestinesi, iniziando dalla Striscia di Gaza. Bambini che hanno conosciuto solo guerra e distruzione, che hanno visto morire un fratello, un genitore, bambini traumatizzati, che non riescono più a prendere sonno, che sobbalzano impauriti ad ogni rumore che viene dall’alto, perché hanno imparato che quei rumori anticipano spesso le bombe che pioveranno su Gaza. Avanzo una proposta di cui Globalist potrebbe farsi promotore…

Per noi sarebbe un onore…

Organizzare a Roma una mostra di disegni fatti da bambini palestinesi. Quei disegni parlano al cuore molto, molto di più, di tante dichiarazioni, articoli, interviste. I cooperanti italiani impegnati in Palestina in progetti per l’infanzia, sanno bene di cosa parla, perché loro col dolore di quei bambini hanno a che fare ogni giorno. Cosa sarà della loro vita? Quale futuro potranno immaginare? Quando Israele occupava Gaza, e presidiava militarmente gli insediamenti ebraici nella Striscia, ai bambini di Gaza era impedito anche di andare al mare, di avvicinarvisi. Sono migliaia i bambini palestinesi uccisi o rimasti feriti negli attacchi israeliani. Ascoltate i racconti dei bambini che vivono nella West Bank, che per potersi recare in una scuola che dista poche centinaia di metri da dove abitano, devono fare chilometri, perché c’è un muro che li separa dalla scuola. Il muro dell’apartheid. E ascoltate i racconti delle loro madri, costrette a trascorrere ore, sotto un sole cocente o a una pioggia scrosciante, ad un ceck point israeliano, con i propri bambini, per vedersi poi rimandare indietro senza potersi recare nell’ospedale che ha in cura il proprio figlio. Questa è la normalità per milioni di palestinesi. Ma questa normalità impregnata di dolore, di ingiustizia, sembra non fare notizia. E questa è una gravissima responsabilità del mondo e, mi lasci dire, di una Europa che pure si dice attenta ai diritti dei più deboli. Ma evidentemente, i palestinesi fanno eccezione, perché fa eccezione Israele. Mai una sanzione è stata presa contro un Paese che calpesta i diritti di un popolo sotto occupazione, che ha fatto carta straccia di decine di risoluzioni delle Nazioni Unite. E chi osa dar vita a una campagna internazionale per boicottare i prodotti israeliani che vengono dalle colonie, viene addirittura accusato di essere non solo un nemico della pace, ma un perfido antisemita. Chi non sanziona Israele, finisce per essere complice di quelli che hanno raso al suolo la casa della bambina palestinese.

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(ha collaborato Osama Hamdan)

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