Al Sisi pronto a muovere le armate in Libia: obiettivo un protettorato egiziano in Cirenaica

Una guerra per procura che si sta trasformando sempre più in una guerra intersunnita che vede su opposti fronti l’Egitto e la Turchia di Erdogan. Obiettivo: avere influenza nel paese

Al Sisi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Luglio 2020 - 15.46


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Il “Faraone” muove guerra al “Sultano”. E il campo di battaglia è la Libia. Una guerra per procura che si sta trasformando sempre più in una guerra intersunnita che vede su opposti fronti l’Egitto e la Turchia di Erdogan. Obiettivo: realizzare un protettorato egiziano in Cirenaica.

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Il Parlamento egiziano ha autorizzato il presidente Abdel-Fattah al-Sisi ad inviare truppe in Libia. Lo riferisce il quotidiano egiziano al Ahram. Sisi aveva dichiarato che avrebbe intrapreso un’azione militare in Libia dopo aver ottenuto l’approvazione del parlamento. L’operazione potrebbe partire per arginare l’avanzata del governo di Tripoli verso est, grazie al sostegno turco e riprendere Sirte, che il Cairo considera una minaccia alla sua sicurezza.

Il voto del Parlamento del Cairo si è tenuto in sessione chiusa: la maggioranza schiacciante dei deputati è espressione dell’area di al-Sisi, che quindi non ha avuto problemi a far passare la mozione. A giugno, con un viaggio nelle basi al confine della Libia il presidente-generale  aveva avvertito che qualsiasi attacco a Sirte o verso l’aeroporto di Jufra (dove la Russia ha spostato 14 aerei da caccia Mig) avrebbe provocato una risposta dell’Egitto.

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Il via libera del parlamento al presidente-generale arriva a pochi giorni dall’incontro tra al-Sisi ed i leader tribali libici al Cairo. Durante il meeting, spiega al Ahram, le forze armate egiziane sono state invitate “a intervenire per proteggere la sicurezza nazionale della Libia e dell’Egitto”. Al-Sisi ha risposto ribadendo che l’Egitto non “sarebbe rimasto inattivo rispetto al superamento del fronte di Sirte e Jufra”. La città di Sirte e la base aerea militare di Jufra sono attualmente controllate dalle milizie di Khalifa Haftar, sostenuto dal Cairo. Ma il generale della Cirenaica il mese scorso è stato costretto ad una progressiva ritirata verso est, spinto dalle forze armate fedeli al governo di Tripoli e sostenute dalla Turchia.

Guerra di dichiarazioni

“Rigettiamo con forza l’annuncio di al- Sisi – si legge sulla pagina ufficiale facebook del Governo di Accordo Nazionale libico, riconosciuto dalla comunità internazionale – e lo consideriamo un prolungamento della guerra contro il popolo libico, un intervento nei suoi affari interni, una minaccia grave per la sicurezza libica e dell’Africa del Nord”. ”La Libia è un Paese sovrano, nessuna parte straniera avrà alcuna autorità sul nostro popolo e sulle nostre risorse” – si legge ancora – “che difende il diritto del suo governo di instaurare la sovranità dello Stato su tutto il territorio”.

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Di tenore opposto la posizione del presidente del parlamento di Tobruk (Hor), Aguila Saleh, che in una nota apprezza la risposta egiziana alla richiesta di aiuto che Tobruk aveva lanciato al parlamento del Cairo “contro l’invasione straniera”. Saleh chiede alla comunità internazionale e alla Missione delle Nazioni Unite in Libia di attivare le conclusioni della conferenza di Berlino. Bisogna tagliare la strada all’avidità straniera – dice Saleh – che mira a saccheggiare la nostra ricchezza”. In un distinto comunicato una quarantina di deputati dello Hor ha però espresso ostilità all’ipotesi di un intervento armato egiziano.  

Sirte e Al-Jufra sono la città e l’oasi al confine fra Tripolitania e Cirenaica che al-Sisi ha segnato sulla sua “linea rossa”. Se i governativi di Tripoli le attaccheranno, per poi puntare sui terminal petroliferi, l’Egitto “non se ne starà con le mani in mano”, ha ribadito il rais domenica. Ma il Cairo ha un problema. Il sostegno aperto di Recep Rayyip Erdogan ad al-Sarraj è basato sul fatto che il governo di Tripoli è riconosciuto dall’Onu e fa leva sulla sua “legittimità internazionale”. Il Cairo ribatte che la richiesta di aiuto militare arriva dal Parlamento libico, rifugiato dal 2014 in Cirenaica, anch’esso riconosciuto dagli accordi di Shkirat del 2015 e quindi “legittimo”.

Sempre nella giornata di ieri Al-Sisi e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno avuto una telefonata allo scopo di evitare un’escalation, e mantenere il cessate il fuoco. Il presidente egiziano aveva però avvertito a giugno che qualsiasi attacco a Sirte o all’aria di Jufra avrebbe spinto il Cairo ad intervenire, per proteggere il suo confine occidentale. Un intervento egiziano però destabilizzerebbe il Paese. La Libia fa gola a potenze straniere perché ricco di petrolio, ma il rischio è che i due alleati statunitensi – Turchia ed Egitto – potrebbero andare verso un confronto diretto. E sarebbe il caos. Però l’esito del voto, previsto per domenica, poi rimandato a ieri era scontato. La Camera egiziana infatti è dominata dai sostenitori del presidente, che governa con pugno di ferro il Paese. Anche se c’erano già stati segnali sulle intenzioni di Al-Sisi. La scorsa settimana il presidente ha ospitato dozzine di capi tribali fedeli a Haftar al Cairo, dove ha ripetuto che l’Egitto «non rimarrà pigramente di fronte a mosse che rappresentano una minaccia diretta alla sua sicurezza»

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Jalel Harchaoui, ricercatore della Conflict Research Unit del Clingendael, un istituto di ricerca con sede all’Aia, è convinto che il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al-Sarraj,  non abbia troppo interesse a lanciare un’offensiva verso est in questo momento. Ma se così fosse, spiega il ricercatore, l’ipotesi di un intervento militare egiziano in Libia non sarebbe da scartare. “L’importante per lui sarà avere sempre una exit strategy a disposizione. Per farlo –annota Harchaoui – dovrà evitare il confronto diretto con il nemico. Ci sono due modi per farlo: sconfinare nella Cirenaica orientale, ma tenendo comunque i suoi uomini lontani dalla linea del fronte e mettendo solamente pressione al Gna e ai turchi. Oppure con i bombardamenti dei suoi Mirage e Rafale. In entrambi i casi si tratterà di complicare la vita ai turchi, piuttosto che di dare una spallata definitiva”. 

L’esercito egiziano è il dodicesimo al mondo: dispone di armamenti moderni e conta quasi un milione di effettivi.

La contrarietà dell’Algeria

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Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, ha annunciato in un’intervista televisiva una nuova iniziativa algerino-tunisina per la soluzione della crisi libica, che passa attraverso il dialogo. ”Nel pieno di un clima molto teso in Libia, ci sono segnali positivi per risolvere la crisi in Libia e una via potrebbe essere quella di un’iniziativa congiunta con la Tunisia”, ha spiegato Tebboune, senza precisare tuttavia i particolari della stessa. ”L’Algeria non imporrà la sua iniziativa se le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza non l’accetteranno”, ha detto Tebboune precisando che ”il vantaggio dell’Algeria è che è equidistante dalle parti in conflitto in Libia”. Il presidente algerino ha criticato infine l’Egitto per aver voluto fare affidamento sulle tribù libiche per giustificare il suo eventuale intervento militare in Libia e ha deplorato in questo senso ”i tentativi di coinvolgere alcune tribù libiche nel conflitto armato nelle ultime 24 ore”. Tebboune ha espresso preoccupazione per il fatto che ”la Libia potrebbe precipitare nello stesso destino della Somalia”.

Geopolitica e petrolio

Oggi sono stimati in almeno 750.000 mila gli egiziani che lavorano in Libia, una cifra significativa anche se in forte decremento rispetto ai due milioni che operavano nel paese nordafricano prima della caduta (2011) del regime di Gheddafi. Gli egiziani, che rappresentano ancor oggi la più grande nazionalità presente in Libia, sono impiegati soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’istruzione.

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Oltre a interessi militari e politici, l’Egitto è spinto a partecipare attivamente nello scenario libico anche da interessi economici, tanto fragili quanto importanti per il governo di al-Sisi. Il presidente egiziano ha di fatto mostrato la propria preoccupazione per i cittadini egiziani in Libia, lavoratori emigrati da decenni che, una volta iniziati gli scontri militari, hanno cercato protezione in patria pur senza avere la possibilità di essere riassorbiti nel tessuto lavorativo e sociale (scenario attualmente inattuabile per il fragile Egitto). Le stime dei lavoratori egiziani in Libia si aggirano intorno a una cifra che va dai 700.000 al milione e mezzo di unità. Lavoratori che versano sotto forma di rimesse in Egitto quasi venti miliardi di dollari, linfa vitale per le casse di uno stato in estrema difficoltà economica nonché politica e sociale.

A far gola ad al-Sisi c’è anche il futuro energetico dell’Egitto. Un paese che intende sviluppare la propria infrastruttura industriale ha sempre necessità di petrolio. Necessità che può essere soddisfatta da Haftar, qualora diventi leader riconosciuto della Libia. La vittoria del governo di Tobruk offrirebbe un’opportunità non da poco per l’Egitto, che intende rilanciarsi economicamente anche grazie alle fonti energetiche presenti in una regione nella quale vuole tornare a fare la voce grossa. Linfa vitale per le imprese del settore energetico egiziano, nei decenni passati tagliate fuori quasi del tutto dalla francese Total e dall’italiana Eni.

Il cane a sei zampe tifa Egitto

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Rimarca Alberto Negri su Il Manifesto: “Già si era capito che nonostante gli schiaffi del Cairo su Giulio Regeni, diventati sempre più sonori e beffardi, l’Italia stava spostando il suo asse sull’Egitto dove l’Eni ha in mano il mega giacimento di gas di Zhor mentre Fincantieri e Leonardo si attendono dal Cairo commesse militari miliardarie.L’Eni stessa sta incoraggiando questa oscillazione verso Bengasi, anche se proprio in Tripolitania la compagnia ha alcuni dei suoi maggiori asset, dai pozzi di petrolio al gasdotto GreenStream, il vero cordone ombelicale tra la Libia e la Sicilia. Ma in questo momento la priorità è la riapertura dei terminali della Mezzaluna petrolifera, controllati da Haftar e dalle milizie filo-Bengasi, per la ripresa delle esportazioni. C’è da rimettere in sesto l’economia libica e ci sono anche tanti debiti da pagare contratti dal generale Haftar con i suoi alleati russi, emiratini, egiziani, per condurre una guerra contro il governo di Tripoli che si è rivelata fallimentare”.

Eni continua a funzionare come il vero ministero degli Esteri italiano, soprattutto per quanto riguarda le relazioni con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. E visto chi dirige la Farnesina, questa invasione di campo è un prezzo che il sistema-Italia deve pagare per non essere sbattuta fuori dalla partita che conta: quella del petrolio e del gas.

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