Shtayeh: "Al mondo dico, è tempo di scegliere, annessione o stato di Palestina"

Il premier palestinese Mohammed Shtayeh: "Il mondo dovrà scegliere  tra l’arbitrio e l’illegalità dell’annessione, e il rispetto delle risoluzioni Onu"

Il premier palestinese Mohammed Shtayeh
Il premier palestinese Mohammed Shtayeh
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

11 Luglio 2020 - 12.25


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“Se Israele attuerà il piano di annessione, la nostra risposta sarà la dichiarazione dello stato di Palestina. Il mondo dovrà scegliere  tra l’arbitrio e l’illegalità dell’annessione, e il rispetto delle risoluzioni Onu e il diritto del popolo palestinese a uno stato indipendente”. A sostenerlo in questa intervista esclusiva concessa a Globalist è il premier palestinese Mohammed Shtayeh.

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Il Governo israeliano sta discutendo ancora con i funzionari americani sulle dimensioni e i tempi dell’annessione di territori del Cisgiordania. Qual è la sua risposta?

Non si tratta di elemosinare una mini-annessione può anche essere un solo centimetro ma il piano Trump-Netanyahu rappresenta in sé per i palestinesi una minaccia esistenziale, una cancellazione totale delle nostre aspirazioni nazionali. Alla comunità internazionale dico: siamo giunti al momento della verità.

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C’è chi vi suggerisce di non sottrarvi ad una discussione di merito del piano Trump che, rimarcano gli assertori di questa linea, non esclude la nascita di uno stato palestinese

Ma di quale “Stato” si parla! Uno Stato per essere considerato tale deve avere una piena sovranità sul suo territorio nazionale, esercitare il controllo do confini riconosciuti internazionalmente e delle risorse idriche. Altrimenti si tratta di una finzione, di un bantustan spacciato per “Stato”. Noi non ci battiamo solo contro l’occupazione israeliana ma per il rispetto della legalità e del diritto internazionale. Per questo e non per un astratto concetto di giustizia che oggi chiediamo al mondo di scegliere da che parte stare. E’ un’assunzione di responsabilità inderogabile. Noi non stiamo chiedendo la luna, ma di vedere finalmente attuate. Quelle risoluzioni Onu che Israele ha sempre calpestato. A chi ci da lezioni di pragmatismo, rispondo che non c’è u in Medio Oriente una leadership più pragmatica di quella palestinese. Ma essere pragmatici non significa rinunciare ai nostri diritti. Questa si chiama resa. E noi, mi creda, non ci arrenderemo mai. Se accettassimo di negoziare il piano Trump che annienta le nostre aspirazioni nazionali saremmo un mucchio di traditori. Non c’è un dirigente palestinese, anche il più moderato e propenso al compromesso, che sia disposto a svendere la nostra causa nazionale, quella per la quale intere generazioni hanno combattuto e molti sono caduti da martiri.

Lei sa che un’accusa ricorrente rivolta alla dirigenza palestinese, è quella di saper dire solo dei no.

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E’ una accusa pretestuosa, totalmente infondata. Non siamo stati certo noi a venir meno a rispetto degli accordi di Washington o a sabotare la soluzione “a due stati”. Agli inizi di Giugno, l’Autorità Palestinese ha presentato ai membri del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu, Eu, ndr) una controproposta al Piano Trump per uno stato in grado di sostenersi, entro le linee del 1967, con Gerusalemme Est per capitale, ma non ci siamo fermati a questo. Israele teme per la sua sicurezza? Se questo è il problema, noi abbiamo proposto che questo stato indipendente e sovrano sia smilitarizzato. E siamo anche pronti ad accettare, per il tempo necessario, il dispiegamento di una forza internazionale sotto egida Onu ai confini tra i due stati.

Ma la realtà sul terreno oggi, non è quella del 1967…

Ne siamo consapevoli, anche se le modifiche a cui lei si riferisce sono il prodotto della colonizzazione in Cisgiordania che Israele ha portato avanti senza soluzioni di continuità ma guardando al futuro con uno spirito costruttivo, dico che noi palestinesi siamo pronti anche ad accettare aggiustamenti minimi dei confini con Israele, con scambi di territori esattamente eguali, sulla base di un principio di reciprocità da concretizzare in una Conferenza internazionale di pace.

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Signor Primo ministro cosa si sente di chiedere oggi all’Europa?

Coraggio, coerenza, lungimiranza. In questo momento cruciale non solo per il futuro dei palestinesi ma per l’intero Medio Oriente, occorre esercitare pressioni sulle autorità israeliane perché deflettano all’annessione.

Attraverso quali strumenti dovrebbe essere esercitata questa pressione?

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Con sanzioni o con il riconoscimento dello Stato di Palestina. Israele non deve sentirsi, sempre e comunque, al di spora delle leggi internazionali, come se avesse ricevuto dalla comunità internazionale una sorta di lascia passare permanente di illegalità. Sanzionare l’annessione e conoscere uno stato di Palestina indipendente e pienamente sovrano su tutto il territorio nazionale, sono atti dovuti per quanti, nel mondo non vogliono essere complici del crimine contro il popolo palestinese e delle conseguenze inevitabili che comporterebbe non solo in Palestina ma nell’intero Medio Oriente.

Senza memoria, non c’è futuro. In ultimo, vorrei che tornassimo alla stagione della speranza quella che ebbe il suo apogeo con la storica stretta di mano sul prato della Casa Bianca (Settembre 1993) tra Ytzack Rabin e Yasser Arafat, con il presidente Bill Clinton tra di loro. Lei come visse personalmente questa stagione.

Con grande convinzione. Nel 1991 fu il primo esponente palestinese ad arrivare alla Conferenza internazionale di Madrid. In quel progetto ci credevo. Oggi però, gli israeliani hanno perso di vista l’obbiettivo di una pace giusta, duratura, tra pari. Discutono tra loro non se annettere o meno bensì quale ampiezza di annessione sia preferibile.

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