Sarraj, ultima chiamata per Roma. Ma in Libia la "grande spartizione" è tra turchi e russi

Il primo ministro del Governo di accordo nazionale fa un lungo appello agli organismi internazionali affinché aiutino la Libia a uscire dalla crisi che la attanaglia da mesi. E definisce Haftar generale-canaglia. "

Serraj e Conte
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

19 Giugno 2020 - 10.56


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Il burattino del Sultano fa finta di esistere, politicamente, e di essere saldamente al potere a Tripoli. Fayez al-Sarraj, ovvero l’Assad libico. Perché, come il rais di Damasco, anche la sua copia libica, è ancora in piedi solo grazie al sostegno di potenze esterne, nel suo caso la Turchia di Erdogan. Fatta questa premessa, sostanziale, c’è da interpretare il lungo editoriale del premier libico oggi su La Repubblica, con il quale Sarraj porta al centro in Italia la questione libica.

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Messaggi e richieste

Il primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna) fa un lungo appello agli organismi internazionali affinché aiutino la Libia a uscire dalla crisi che la attanaglia da mesi. Al-Sarraj parla senza mezzi termini di quello che secondo lui è il nemico numero uno del paese, il generale Kalifa Haftar definendolo generale-canaglia. “Da più di quattordici mesi la nostra capitale e l’Occidente libico si battono contro la tirannia, fronteggiando l’offensiva illegale e immorale condotta da un generale-canaglia. In questo arco di tempo siamo stati testimoni delle atrocità di questa guerra, condotta in spregio dell’etica comune e dell’osservanza del diritto internazionale”.  “Una guerra segnata dai crimini perpetrati da un individuo che ambisce unicamente a vedere la Libia consegnata a un regime totalitario, a una dittatura che non risponde delle sue azioni e decisioni”, ha aggiunto parlando poi di un “Il tentativo di colpo di stato da parte di Khalifa Haftar è ufficialmente fallito”.  “Il nostro governo non si arrenderà mai e non permetterà che in Libia sorga una dittatura, di nessun genere. Oggi chiedo che le nazioni europee e l’Unione Europea ci sostengano nel realizzare questa visione. Chiedo che l’Onu continui a sostenerci nello sforzo di unire i libici e di lavorare a una soluzione politica, come ha fatto”.

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E fin qui, niente di nuovo sotto il sole libico. Nell’articolo Sarraj ricorda inoltre i “rapporti storici di antica data” della Libia con l’Italia e sottolinea che la “Libia non dimenticherà i paesi che sono stati accanto al suo popolo nei momenti più duri; renderemo omaggio a quei paesi e stabiliremo forti basi di futura cooperazione”, scrive. “Finché continueremo a onorare i caduti per la nostra nobile causa e rimarremo fermi nel perseguire la giustizia, l’eguaglianza e la democrazia, un regime oppressivo del genere non vedrà mai la luce”, ha sostenuto il leader del Gna.

La Libia ha “rapporti storici di antica data sia con l’Italia che con Malta e ci è gradita l’incessante cooperazione in ogni questione di valenza economica ma anche nel settore specifico della sicurezza marittima. Plaudiamo agli sforzi comuni dei nostri rispettivi governi nella gestione della situazione migratoria e il contributo al potenziale della nostra Guardia costiera”.  

Omaggio al Sultano

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Questo contributo è l’unico accenno fatto in tutto il chilometrico editoriale all’azione dell’Italia.

Poco più di niente –  tralasciando peraltro che l’aiuto alla cosiddetta Guardia costiera libica ha significato ricacciare nell’inferno dei lager libici migliaia di migranti intercettati in mare – se paragonato al peana dedicato da al-Sarraj al sostegno fornito da Ankara contro il Generale Haftar “Vorrei sottolineare il forte apprezzamento e la profonda gratitudine da parte nostra nei confronti della Turchia, esemplare nell’intraprendere misure concrete contro l’aggressione”, aiuto che ha inserito nel quadro di un accordo di cooperazione “conforme al diritto internazionale”. “Nel dicembre 2019 avevamo avanzato richiesta formale agli Stati Uniti d’America, a Regno Unito, Italia, Turchia e Algeria di attivare gli accordi di sicurezza conclusi da quando ho assunto l’incarico”, ha ricordato Sarraj nell’editoriale, avvertendo che “Ci riserviamo il diritto di difenderci dal momento che l’Onu non ha intrapreso alcuna iniziativa concreta per bloccare l’offensiva di Haftar”.

Ora tra i paesi elencati dal premier libico, l’unico che ha risposto fornendo armi, droni, consiglieri militari e migliaia di mercenari al Gna, è stata la Turchia

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Spartizione a due

Le parole di Sarraj non mascherano la realtà di ciò che sta davvero accadendo in Libia: la “Grande spartizione” tra il Sultano e lo Zar. Russi e turchi sono pronti a spartirsi la Libia e a esercitare la loro crescente influenza nel Mediterraneo Occidentale. E’ questo che dicono le manovre aeronavali turche a largo delle coste libiche e lo schieramento dei jet russi nella base di Jufra che, secondo alcuni, hanno parzialmente sostituito i mercenari della Wagner. Ankara vuole insediarsi in Tripolitania, Mosca punta a farlo in Cirenaica. A questo sta portando la rottura dell’assedio su Tripoli da parte del Generale Khalifa Haftar e i successi dell’esercito guidato dal Gna. Successi ottenuti grazie al fondamentale sostegno turco contro il generale ribelle finanziato da Arabia Saudita ed Egitto, e armato da Emirati Arabi Uniti e Mosca.

Ma dopo mesi di una campagna militare impantanata, la Russia ha ritirato il suo supporto decidendo di negoziare con Ankara i futuri assetti del paese e le relative zone di influenza. Tutto è dunque deciso? Non ancora, si legge in una documentata analisi analisi dell’Ispi, perché ci sono temi su cui i due paesi, entrambi impegnati in Libia, si trovano su sponde decisamente opposte: la Russia vuole fermare l’avanzata delle forze di Tripoli prima che raggiungano Sirte e, soprattutto, vuole garantirsi un avamposto militare in Cirenaica. Ankara frena, e dalla sua posizione di forza cerca di assicurarsi la base di Al Watyah e il porto di Misurata, rispettivamente a ovest e a est di Tripoli. Dagli equilibri che si raggiungeranno dipende l’assetto della Libia di domani che, ancora una volta, non si deciderà né a Tripoli né a Bengasi, prosegue il documento. L’assedio di Sirte e le divergenze tra russi e turchi costituirebbero lo scoglio su cui è naufragato il vertice a livello di ministri degli Esteri e della Difesa, in programma domenica scorsa a Istanbul. Tra i punti di rottura, non ci sarebbe invece il ruolo per Khalifa Haftar, che Ankara vuole escludere e che anche Mosca sembra ormai voler accantonare a favore di un rappresentante più ‘presentabile’ e gestibile.   Altre divergenze riguarderebbero la recente ”iniziativa del Cairo” promossa dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che continua a sostenere militarmente Khalifa Haftar per difendere i suoi interessi sul confine occidentale. Ma la proposta egiziana che prevede la costituzione di un nuovo Consiglio presidenziale, estrometterebbe di fatto i turchi da ogni attività politica. La Russia ha salutato il passo con favore mentre Ankara ha detto di sostenere qualsiasi iniziativa per la pace, ”ma dipende da chi la fa e perché”.

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Davanti a tanti sviluppi l’Unione Europea appare in ritardo, con Roma e Parigi ancorate su posizioni e interessi opposti, e Bruxelles che non riesce a far rispettare l’embargo sulle armi con la nuova missione Irini. Presto o tardi però, toccherà fare i conti con Erdogan su energia, sicurezza e immigrazione. Sul piano militare, inoltre, Parigi, che ha sempre velatamente sostenuto Haftar, è la capitale europea più vocale nel suo dissenso, ma tutti chi più chi meno si chiedono se la creazione di basi russe nel Sahara aprirà un fronte africano della nuova Guerra Fredda con la Nato. Al momento, pochi sono i dubbi sul fatto che l’unico vincitore della guerra civile in Libia è Erdogan, anche grazie al sostegno finanziario del Qatar. Se i turchi invocano legami ottomani con Tripoli per giustificare il loro profondo coinvolgimento nel conflitto, il principale dividendo per Ankara è stato finora il contestato accordo con il governo di al-Serraj sui diritti di esplorare e trivellare petrolio nel Mediterraneo orientale.  Una pesante eredità della guerra di Libia che promette di complicare ulteriormente i rapporti tra la Turchia e i paesi europei. L’ultimo in ordine di tempo a invocare un intervento statunitense in Libia è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito ”inaccettabile” il comportamento della Turchia, le cui navi incrociano nel sud del Mediterraneo. Prima di lui, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov aveva detto di auspicare che Washington sfrutti la sua influenza per contribuire al raggiungimento di una tregua. E nei giorni recedenti Recep Tayyep Erdogan aveva detto di aver avuto un colloquio telefonico con Donald Trump sulla Libia e di essersi trovati d’accordo ”su diversi punti”. Ufficialmente gli Stati Uniti sostengono Tripoli ma Trump ha inviato segnali contrastanti mantenendo aperti i canali con Haftar, che per anni è stato preziosa risorsa della Cia contro Gheddafi. L’attuale amministrazione americana, tuttavia, è sembrata sorda finora ai richiami di chi l’ha invitata a guardare verso la battaglia per il potere che si combatte lungo le coste nordafricane. Eppure nello scenario peggiore, quello di una spartizione del paese in aree di influenza, un condominio russo turco in Libia costituirebbe niente di meno che una minaccia sul fianco meridionale della Nato, conclude l’analisi dell’Ispi.

Così stanno le cose. E quel “ricorderemo i paesi che ci sono stati amici” vergato da Sarraj più che un’apertura all’Italia ha tutti i crismi di un’ultima chiamata: non pensate di cavarvela con poco (il sostegno alla Guardia costiera libica). Se volete essere al tavolo di una “Jalta libica” dovete fare di più, molto di più. Questo non c’è scritto, ma il vero succo di quel prolisso saggetto.

Di Maio vola ad Ankara

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E’ grazie alla Turchia che la Libia è tornata sotto l’ombrello Onu – dice l’ambasciatore turco a Roma Murat Salim Esenli nel giorno in cui il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha in programma l’incontro con il suo omologo ad Ankara Mevlüt Çavuşoğlu – Al Sarraj è il leader libico riconosciuto dalla comunità internazionale, se noi non lo avessimo sostenuto militarmente non ci sarebbe alcun governo internazionalmente riconosciuto oggi, in Libia”. E’ questo lo spirito con cui le autorità turche si stanno preparando a incontrare quelle italiane: “Se non fosse stato per noi (e di conseguenza: se fosse stato per voi), oggi avremmo una Libia più instabile e pericolosa”. Una chiara posizione di forza, dunque, che mette l’Italia in condizioni di dover chiarire – in primo luogo a se stessa – il tipo di relazione che intende intrattenere con questo potente attore regionale. 

Che questo compito sia affidato all’improbabile titolare della Farnesina, è tutto un programma. Senza happy end per l’Italia.

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