Ayman Odeh: "Netanyahu, indegno: usa l'emergenza Coronavirus per i suoi giochi politici"

Parla il leader della Joint List, la Lista che unisce i partiti arabo-israeliani, terza forza parlamentare con i 15 seggi conquistati nelle ultime elezioni.

Ayman Odeh, leader della Joint List, la Lista che unisce i partiti arabo-israeliani

Ayman Odeh, leader della Joint List, la Lista che unisce i partiti arabo-israeliani

Umberto De Giovannangeli 22 marzo 2020

“Pur di restare al potere, Netanyahu è arrivato al punto di strumentalizzare l’emergenza sanitaria per i suoi calcoli politici. Il suo cinismo non conosce limiti”. A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a Globalist è Ayman Odeh, il leader della Joint List, la Lista che unisce i partiti arabo-israeliani, terza forza parlamentare con i 15 seggi conquistati nelle ultime elezioni.  La loro indicazione, compatta, 15 su 15, è stata decisiva perché il Capo dello stato israeliano, Reuven Rivlin, assegnasse al leader di Kahol Lavan (Blu-Bianco) Benny Gantz, l’incarico di tentate di formare un nuovo governo. Nelle consultazioni, l’ex capo di stato maggiore dell’Idf, ha ottenuto 61 indicazioni contro le 59 del suo avversario, l’attuale primo ministro in carica, Benjamin Netanyahu.


Netanyahu ha lanciato la sua “offensiva finale” per realizzare un governo Likud-Kahol Lavan (Blu-Bianco): offrire al partito di Benny Gantz i ministeri degli Esteri e della difesa, e una staffetta alla guida dell’esecutivo: i primi 18 mesi al leader del Likud e i successivi all’ex capo di stato maggiore.


“Credevo che Netanyahu avesse toccato il fondo della spregiudicatezza e della strumentalità quando aveva sobillato la piazza contro un inesistente golpe del quale la magistratura, con in prima fila il Procuratore generale d’Israele, si sarebbe fatta strumento. Una dichiarazione eversiva. Netanyahu non esiste se non indica agli israeliani la Minaccia mortale contro cui lui e lui solo può fare argine: l’Iran, la Magistratura ‘golpista’ e ora il Coronavirus. E’ vergognoso e indegno di un uomo che vuole guidare un Paese tentare sfacciatamente di sfruttare la paura e il dolore per fini personali di potere. E’ come se chi si oppone ad un governo con lui alla guida, sia un untore! Con il pretesto dell’emergenza sanitaria ha chiuso i tribunali e rinviato alla fine di maggio il processo che lo vedeva imputato per gravi reati di corruzione. La sua ossessione è l’impunità. E non è un caso che nella proposta di spartizione delle poltrone, Netanyahu abbia tenuto per il Likud il presidente della Knesset (il parlamento israeliano, ndr) al quale compete l’iter della proposta avanzata da Gantz di una legge che vieti a chi incriminato di poter svolgere funzioni istituzionali”.


Spiazzando le previsioni della vigilia, la Joint List, in tutte le sue componenti, ha indicato il leader di Kahol Lavan, Benny Gantz, per l’incarico di primo ministro. E’ un suo successo personale?


“No, è il successo di una leadership plurale che ha mostrato intelligenza di lettura della fase politica che stiamo vivendo, e ha saputo far prevalere le ragioni dell’unità. Ma una cosa deve essere chiara: noi non abbiamo firmato un assegno in bianco a Benny Gantz”.


Il che significa?


“Significa che non sosterremo mai un governo Kahol Lavan -Likud, anche se a farne parte non dovesse esserci Netanyahu. Lo abbiamo affermato in campagna elettorale e ribadito all’indomani del voto: Israele ha bisogno di una discontinuità politica con il passato, ha bisogno di un vero governo del cambiamento. Il voto degli arabi israeliani (il 20,9% su una popolazione, secondo il recentissimo aggiornamento dell’Ufficio Centrale di statistica di  8.907.000,   il 74% ebrei, ndr), è stato decisivo per impedire la vittoria di Netanyahu e della destra radicale e razzista che attorno a lui si è coagulata. Per noi è un motivo d’orgoglio, ma non abbiamo mai pensato che l’emergenza democratica in cui versa il Paese dipenda solo da un primo ministro che si ritiene al di sopra della legge al punto di sobillare la piazza contro un fantomatico golpe della magistratura ed ora strumentalizzare l’emergenza sanitaria.. Chiudere l’era-Netanyahu non significa solo difendere i principi fondamentali di uno stato di diritto, ma porre fine a quelle politiche che hanno imprigionato il paese, moltiplicato le disuguaglianze sociali, fatto fallire il processo di pace con i Palestinesi”.


La Joint List sarebbe pronta a offrire un sostegno esterno a un governo di minoranza senza il Likud e la destra oltranzista?


“Noi siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità di governo ma non ne facciamo il punto discriminante della nostra linea politica. Con il premier incaricato abbiamo aperto un tavolo programmatico su quelli che riteniamo punti cruciali per un nostro sostegno”.


Quali sono questi punti?


“Porre fine ad ogni discriminazione nei confronti della comunità arabo-israeliana, delle sue amministrazioni, in ogni ambito della vita pubblica. Questo è il punto di svolta vero, epocale, per Israele: ogni cittadino ha eguali diritti e doveri, al di là dell’essere ebreo o arabo. Altro punto cruciale riguarda un no secco alla politica di colonizzazione dei territori palestinesi portata avanti da Netanyahu e dai suoi alleati. Il che significa no all’annessione della Valle del Giordano o una modifica unilaterale dei confini d’Israele. Occorre invece rilanciare il dialogo con la dirigenza palestinese del presidente Abbas per arrivare ad un accordo di compromesso che salvaguardi le aspirazioni dei Palestinesi ad uno Stato indipendente a fianco dello Stato d’Israele. Il nuovo governo non può essere alle dipendenze del movimento dei coloni e delle sue propaggini politiche. Per finanziare gli insediamenti, le destre hanno smantellato la sanità pubblica, tagliato il sostegno alle ragazze madri, all’istruzione, agli anziani. Come tutto il mondo, anche Israele deve fare i conti con il coronavirus. Nel campo medico abbiamo delle eccellenze. Occorre investire in questo settore. E’ una priorità nazionale”.


Se Gantz ha potuto ottenere l’incarico di formare il nuovo governo è anche grazie al sostegno di Yisrael Beiteinu, il partito della destra nazionalista dell’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Gantz può riuscire nel “miracolo” politico di tenere assieme ciò che fino a ieri sembrava impossibile: Lieberman e Odeh?


Non è una questione di ambizioni personali ma di scelte politiche nette sui temi che le ho indicato. Se penso alle posizioni anti-arabe di Lieberman vedo la cosa francamente alquanto difficile, ma sta a Gantz provarci. Lo ripeto: siamo disposti a dare i nostri voti dall’esterno ad un governo di svolta. Se ciò risulterà impossibile, ci assumeremo comunque le nostre responsabilità come la maggiore forza parlamentare di opposizione”.


Netanyahu prova a giocare la carta dell’emergenza sanitaria per sostenere l’esigenza di un governo di emergenza nazionale...


“Lo ripeto: Netanyahu è maestro nel trovare una emergenza su cui innestare le sue mire politiche: ieri l’Iran, oggi il coronavirus. L’emergenza esiste ma per affrontarla c’è bisogno dell’unità di tutti gli israeliani, c’è bisogno di una società coesa. Unità e coesione: due parole estranee al vocabolario politico di Netanyahu e delle destre. Un governo che voglia offrire un futuro diverso al Paese non può fondarsi sull’emergenza. Deve avere una visione d’insieme, una idea del cambiamento, un’agenda delle priorità”.


Tra le priorità c’è anche l’attuazione del “Piano del secolo” di Donald Trump?


“Assolutamente no. Su questo siamo stati chiari in campagna elettorale e nelle discussioni avviate in questi giorni con i dirigenti di Kahol Lavan. Non è proseguendo sulla strada della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati che Israele potrà raggiungere una pace giusta e duratura con i palestinesi. Una pace fondata sulla soluzione a due Stati. L’alternativa è istituzionalizzare il regime di apartheid nei Territori, ma questo darebbe un colpo mortale alle residue speranze di pace. Noi vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno stato palestinese accanto allo Stato d’Israele, sulla vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, sulla giustizia sociale e sicuramente sulla democrazia per tutti. Un’aspirazione che non potrà mai essere realizzata se al governo ci saranno ancora sostenitori di un Israele che fa dell’identità ebraica un’arma di divisione interna, e dell’annessione di territori palestinesi una scelta strategica”.


Israele, anche alla luce dell’emergenza coronavirus, può permettersi di andare al voto, per la quarta volta in un anno?


“Evitare nuove elezioni è impegno di tutti, ma non può essere la ragione per imporre soluzioni ‘emergenziali’. Se c’è una cosa che Israele non può permettersi è un governo in continuità col passato. Con o senza Benjamin Netanyahu”.