Mairead Maguire: "Vogliono fare di quei migranti i nuovi appestati. Fermiamo questo crimine"

La Premio Nobel per la Pace nel 1976 parla della tragedia umanitaria in Siria e al confine tra Grecia e Turchia che in breve tempo può trasformarsi in una catastrofe sanitaria

Migranti al confine tra Grecia e Turchia

Migranti al confine tra Grecia e Turchia

Umberto De Giovannangeli 14 marzo 2020

“Non so dire se l’Europa è morta a Lesbo. Quel che so, e mi fa piangere di dolore e di rabbia, è che sulle isole greche, a Idlib, ai confini tra Grecia e Turchia, rischiano di morire migliaia e migliaia di persone, persone e non ‘migranti’. Persone come noi europei che stiamo combattendo contro il Coronavirus dimenticando che a poche ore dai nostri confini, una umanità sofferente, senza protezione né difese, è vittima di una tragedia umanitaria che in breve tempo può trasformarsi in una catastrofe sanitaria. Chi usa la violenza contro questa umanità sofferente non è degno di far parte dell’Unione europea, una Unione che non può basarsi solo su una moneta e su interessi economici, ma anche, e soprattutto, su principi, valori condivisi: e quelli dell’accoglienza e dell’inclusione dovrebbero essere tra i pilastri dell’Ue”.


Ad affermarlo è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace nel 1976. Nata a Belfast da famiglia cattolica, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo Paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un’auto di cui aveva perso il controllo un membro dell’esercito repubblicano irlandese, colpito poco prima a morte da un soldato inglese.
A seguito di quella tragedia la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha condiviso il Nobel, il movimento “Donne per la pace
”. 


Maguire è anche presidente della Nobel Women’s Initiative, la fondazione che unisce le donne insignite di questo prestigioso riconoscimento.


Dai confini tra Grecia e Turchia come da Lesbo giungono notizie drammatiche sulle condizioni di decine di migliaia di esseri umani ammassati in campi sempre più affollati. E tutto questo con il rischio di una catastrofe sanitaria legata all’estendersi del coronavirus.


“E’ una condizione angosciante. Io ho avuto modo di visitare altri campi di accoglienza, e ne sono uscita scioccata. Nessuno, e mi riferisco in particolare a chi detiene il potere politico, può dire di non sapere ciò che le associazioni umanitarie denunciano ormai da tempo: le condizioni di vita nei centri di detenzione, perché di detenzione si tratta, si stanno rapidamente deteriorando e migliaia di persone vivono in condizioni indecenti. E in molti casi, si tratta di bambini, di donne incinte, di persone con disabilità. L’Europa non può continuare a ignorare questa situazione disumana”.


Gli operatori sanitari che operano nelle isole greche paventano il diffondersi del coronavirus nei campi profughi...


R)”Quel grido d’allarme va raccolto subito, prima che sia troppo tardi. Gli esseri umani che sono ammassati in quei campi sono i più indifesi tra gli indifesi: hanno dovuto subire violenze indicibili, che hanno indebolito i loro corpi, abbassato le loro difese immunitarie. E questo vale soprattutto per le donne, i bambini, gli anziani. Cosa altro deve accadere perché queste persone vengano messe in sicurezza? Vogliono centinaia di orti, magari con tanto di foto su cui versare lacrime di coccodrillo? L’Europa se ha ancora un briciolo di umanità e rispetto per quei valori che ne sono stati a fondamento, dovrebbe predisporre un piano straordinario di evacuazione che metta in sicurezza queste persone. Non vorrei che dietro questa colpevole inerzia si celi un calcolo vergognoso...


Vale a dire?


“Trasformare i migranti in ‘appestati’ per giustificare così i campi di detenzione, per blindare le sue frontiere esterne. In passato c’è chi ha provato a costruire i propri consensi elettorali evocando una inesistente ‘invasione’ di migranti. Dobbiamo vigilare perché non passi l’assioma migrante=appestato. Sarebbe un crimine, l’ennesimo di una lunga serie”.


L’Europa ha deciso di affrontare l’emergenza, perenne,  migranti con l’ accordo sottoscritto con la Turchia.


”In molti hanno contestato questo accordo, portando a sostegno della loro tesi motivazioni fondate. Da parte mia, vorrei rimarcare due cose: l’Europa non può fuggire dalle proprie responsabilità scaricando su un Paese esterno, non importa quale, l’onere di farsi carico di milioni di persone. E poi c’è un fatto specifico che non può essere messo tra parentesi: a chi fugge da guerre e abusi deve essere garantita la possibilità di esercitare i propri diritti, fra cui quello di asilo. E la Turchia è uno Stato che non riconosce lo status di rifugiato. Mi lasci aggiungere che quando mi riferisco alle responsabilità che l’Europa deve assumersi, includo anche il fatto che molte di quelle persone fuggono da guerre e conflitti dei quali l’Europa porta su di sé una parte di responsabilità. Cose concrete e immediate da poter fare ce ne sono e a indicarle sono quelle associazioni che lavorano ogni giorno nei campi profughi: mettere fine, ad esempio, ad arresti e detenzioni arbitrari; sospendere con effetto immediato i rientri forzati dalla Grecia alla Turchia: non è pensabile che in un solo giorno si possa decidere il destino di una persona o stabilire se la Turchia sia un Paese sicuro o meno; aprire tutti i campi dove le persone hanno manifestato l’intenzione di chiedere asilo; potenziare e moltiplicare i corridoi umanitari legali. Sono solo alcune cose che l’Europa potrebbe fare da subito. Non agire è una vergogna morale, prim’ancora che politica.  Garantire un’accoglienza rispettosa dei diritti e della dignità della persona deve essere il primo atto che porti poi alla ricostruzione, non solo materiale ma civile, dei Paesi dai quali milioni di persone fuggono, a cominciare dalla Siria, dove da anni si sta combattendo una guerra per procura. E’ urgente risolvere il problema della guerra, mettendosi attorno a un tavolo, senza escludere nessuno e trovare una pace vera, dando un futuro alla Siria e al suo popolo”..


Intanto il popolo siriano continua a essere costretto alla fuga.


”E’ qualcosa di terribile, difficile da raccontare. Per cogliere appieno il senso di un dramma che ha pochi eguali nella storia post seconda Guerra mondiale, bisognerebbe guardare negli occhi le vittime di questa guerra senza fine, ascoltare e non emettere sentenze. Si scoprirebbero tante cose la prima delle quali è che un popolo siriano esiste ancora, e nonostante tutto ciò di indicibile ha sofferto e continua a soffrire, è un popolo che non ha perso la speranza, che continua a dialogare al proprio interno. Un popolo orgoglioso della propria storia e della propria identità nazionali che altri vorrebbero cancellare. Perché per costoro la Siria altro non è che una terra di conquista. Dov’è la giustizia, dov’è l’umanità in Siria? Ciò che accade in Siria, entrata nel decimo anno di guerra, è qualcosa di terribile, di devastante, che oltre al dolore dovrebbe suscitare in ogni coscienza umana un moto di indignazione e di rabbia. Un popolo intero è vittima di una guerra per procura portata avanti da potenze che hanno finanziato e alimentato il terrorismo. Nei miei viaggi in quel Paese martoriato ho avuto modo di parlare con tanti siriani di ogni etnia e fede religiosa: sciiti, alawiti, sunniti, cristiani…Ho trovato in loro non solo una sofferenza indicibile ma anche una straordinaria dignità e un desiderio comune: vivere in pace. La Siria, mi hanno detto in molti, non sta vivendo una guerra civile ma una invasione straniera. In Occidente si pensa che la Siria sia popolata solo da combattenti e sfollati, ma non è così, perché nonostante tutto ciò che hanno dovuto subire, sono ancora in tanti, la grande maggioranza, a credere e lavorare per la riconciliazione, per superare la paura e per mantenere unito il loro paese che altri vorrebbero dividere, realizzando protettorati confessionali. Una delle colpe della comunità internazionale è di non aver voluto ascoltare queste voci, sostenerle, riconoscerle. Ma questa Siria del dialogo esiste e rappresenta l’unica speranza per un futuro di pace. E’ la Siria di quanti rifiutano tutte le violenze e continuano a lavorare per la risoluzione dei conflitti attraverso la negoziazione e l'attuazione di un processo democratico. La pace va sostenuta e non boicottata. Mi lasci aggiungere che non c’è pace senza giustizia e senza il rispetto dei diritti delle minoranze, di ogni minoranza”.


Papa Francesco ha definito “disumano” quanto sta accadendo in Siria, e in particolare a Idlib.


”So bene dell’impegno del Santo Padre per la pace, so del suo dolore vero per la sofferenza del popolo siriano. E so anche che il pontefice, che certo non può dirsi un simpatizzante di Assad, ebbe un ruolo importante, se non decisivo, per evitare che l’America entrasse in guerra, ripetendo in Siria la catastrofe irachena. Papa Francesco ha scelto di stare dalla parte di chi soffre e non concede alibi a quanti vorrebbero strumentalizzare quelle sofferenze. Lui sta dalla parte dell’umanità. Quella che in Siria si sta perdendo”.


L’Europa non solo continua a dividersi sulle quote-migranti, ma innalza altri Muri e blinda le sue frontiere


”Quei Muri sono una prova di debolezza, una vergogna ma anche una illusione. L’illusione che si possa fermare in questo modo una marea umana che fugge da situazioni di sofferenza indicibili, da regimi sanguinari dove la tortura è normalità e anche i più elementari diritti umani e civili vengono calpestati. Ho paura di quelle forze razziste che strumentalizzano l’insicurezza della gente, che alimentano la caccia al migrante. Ciò di cui sento il bisogno è di una “battaglia” culturale, è la riscoperta di quei valori di solidarietà, di inclusione, di ospitalità che sono stati a fondamento della civiltà europea. Non bastano leggi o misure di sicurezza. Io credo che vi siano dei valori non negoziabili, valori universali che vanno difesi ovunque e comunque. Da cittadini del mondo, un mondo più libero e giusto”.