Alla vigilia delle elezioni c'è chi sogna un Sanders israeliano

Le parole del senatore in corsa per la candidatura alla Casa Bianca contro gli abomini di Netanyahu e la stizzita reazione dell’entourage di “Bibi” danno una scossa alla sinistra israeliana in questo rush finale di campagna elettorale

Bernie Sanders
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27 Febbraio 2020 - 17.49


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Dal “Piano Trump” al “Piano Sanders”. Israele entra nelle presidenziali Usa. E lo fa grazie a un ebreo “scomodo”: Bernie Sanders. Un razzista reazionario“. Così il candidato democratico alla Casa Bianca ha definito Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. Sanders ha inoltre assicurato che una volta eletto riporterà l’ambasciata degli Stati Uniti da Gerusalemme a Tel Aviv, rovesciando la decisione di Donald Trump. Apriti cielo! Il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha definito “scioccanti” le affermazioni di Sanders. Il senatore del Vermont ha sottolineato che “deve essere assicurata l’indipendenza e la sicurezza di Israele, ma non si può ignorare la sofferenza del popolo palestinese”.

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Alla Radio Militare, il ministro degli Esteri ha dichiarato che le affermazioni di Sanders sono “le sue seconde contro lo Stato di Israele su temi che sono la base del credo ebraico, della storia ebraica e della sicurezza di Israele. La prima volta ha parlato di Gaza senza comprendere la realtà, la minaccia, i razzi e quello che fronteggiamo in quanto attaccati dall’Islam radicale e per il fatto che ci difendiamo”. “Quello che vuole è negarci il diritto all’autodifesa“, ha continuato Katz. “E ora Gerusalemme. Non c’è ebreo che non abbia sognato per millenni il ritorno a Gerusalemme. Penso che il presidente Trump abbia fatto una cosa importante”.

Sanders non ha atteso la deriva ultranazionalista della destra israeliana per assumere una posizione critica verso le politiche portate avanti dai passati e presenti governi a guida Likud, governi di cui Benjamin Netanyahu è stato a capo più e più volte. Ciò avvenuto anche durante le primarie democratiche del 2016. La forza di questa posizione sta in un principio di fondo che l’ebreo Sanders ha sempre rispettato: si critica Israele per quel che fa, per le politiche colonizzatrici che i governanti portano avanti, ma mai  per ciò che è, il focolaio nazionale ebraico fattosi Stato nel 1948.

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Coerenza scomoda

Nelle sue prese di posizioni sul Medio Oriente e su Israele non c’è niente di rivoluzionario, né di antisionista. C’è solo coerenza tra parole e atti conseguenti. Quasi tutti negli Usa, perfino i più filo-israeliani alla Casa Bianca, come il consigliere-genero di The Donald, Jared Kushner, si dicono favorevoli a una soluzione “a due Stati”. Sanders però pone l’asticella un po’ più in alto e pone una questione che è ben conosciuta dai diplomatici americani: come è possibile realizzare questo assunto se chi governa Israele fa di tutto, sul campo, per rendere irrealizzabile questa soluzione? Perché uno Stato per essere davvero tale, e non una sorta di bantustan sudafricano in salsa mediorientale, deve avere un controllo totale e una effettiva sovranità su tutto il suo territorio nazionale. Perché uno Stato indipendente deve poter contare su confini sicuri, sul controllo delle risorse idriche (l’oro bianco in Medio Oriente) presenti sul proprio territorio. Cose che, con la sua politica del fatto compiuto, Israele nega. Di questo ne erano consapevoli sia Barack Obama che Bill Clinton: consapevoli ma, nei fatti, inermi. Perché nonostante la condanna a parole, né l’uno né l’altro hanno mai esercitato pressioni vere nei confronti d’Israele, portando così acqua (cioè consensi) ai mulini di quanti, in campo israeliano come in quello arabo, hanno sempre lavorato per sabotare ogni compromesso, minare il dialogo e trasformare il negoziato in uno stanco rituale. Sanders prova a rompere questo approccio, e nel farlo si dimostra un vero amico d’Israele, se per amico s’intende qualcuno che non avalla e copre ogni tua scelta, ma se la ritiene sbagliata e foriera di gravi conseguenza, prova a dirtelo e a convincerti che esiste un’altra strada, più sicura, per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e il suo pieno inserimento nel contesto mediorientale.

Una posizione costruttivamente critica che, e questo è un elemento di importante novità, sta facendo presa tra le organizzazioni liberal dell’ebraismo americano, sempre più frustrate dalle scelte compiute da Netanyahu, dalla deriva sovranista della sua politica. Alla domanda se la sua identità ebraica sarebbe “un aiuto o un ostacolo” mentre si candida alla presidenza, Sanders ha affermato che la sua ebraicità è uno dei due principali fattori che hanno influenzato la sua visione. Il senatore del Vermont, in un confronto sulla Cnn tra i candidati democratici alla presidenza, prima del voto di giovedì in New Hampshire, ha risposto alla domanda di una spettatrice sulla sua identità ebraica. 

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“Mi ha influenzato molto profondamente”, ha detto. “Quando provo a pensare ai punti di vista che ho ottenuto, ci sono due fattori. Uno sono cresciuto in una famiglia che non aveva molti soldi … e il secondo è essere ebreo “. Sanders ha ricordato da bambino che leggeva “grandi libri illustrati della seconda guerra mondiale” e “le lacrime mi rigavano le guance” quando ha visto cosa è successo agli ebrei. “In tenera età, anche prima che i miei pensieri politici fossero sviluppati, ero consapevole delle cose orribili che gli esseri umani possono fare ad altre persone in nome del razzismo o del nazionalismo bianco, o in questo caso nazismo”, ha affermato Sanders, che ha anche ricordato di aver visto i sopravvissuti dell’Olocausto nel suo quartiere di Brooklyn con i numeri tatuati sulle braccia e una recente visita alla città natale di suo padre in Polonia, dove i locali hanno portato lui e suo fratello in un luogo dove i nazisti hanno commesso un omicidio di massa di ebrei. Gran parte della famiglia allargata di Sanders morì nell’Olocausto. Tacciare un ebreo di antisemitismo è una impresa improba anche per i più ardimentosi falchi israeliani.

Un giovane kibbutzim

Sanders non è solo un ebreo ma per un lungo periodo del 1963 è stato anche un “kibbutzim” – vivendo e lavorando in un kibbutz in Israele – ma nel suo passato vi sono prese di posizioni vicine a Israele quando Israele si è trovato a dover fare i conti con l’aggressività militare araba e con una impressionante ondata di attacchi terroristici. Altra cosa, però, è sostenere posizioni politiche e ideologiche che rimandano al disegno del “Grande Israele” o chiudere gli occhi di fronte al regime di apartheid che, nei fatti, si sta realizzando nella West Bank, o considerare chiusa la questione, cruciale, relativa allo status di Gerusalemme, o sdoganare, per calcoli elettorali, partiti apertamente razzisti che si rifanno alla dottrina “khahanista”. Le critiche mosse da Sanders al “sovranismo” di Netanyahu, che ha portato il premier d’Israele a fare del suo omologo  ungherese Viktor Orban uno dei principali referenti in Europa, è l’altra faccia della critiche che il senatore democratico rivolge alla politica estera dell’amministrazione Trump caratterizzata, per restare al Medio Oriente, con relazioni strettissime (potenza degli affari, soprattutto in armamenti) con i più brutali dittatori del Golfo, quelli che hanno fatto scempio dei diritti umani, riempiendo le carceri di oppositori o facendoli fuori brutalmente come è avvenuto per il dissidente e giornalista saudita Jamal Khashoggi.

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Nel sostenere, con coerenza, la soluzione a “due Stati”, Bernie Sanders dimostra di essere un “sionista”, nell’accezione originaria del termine, quella della quale si erano fatti portatori i padri fondatori dello Stato d’Israele. Riflette in proposito Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano: “Il sionismo ha il diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole negare ai palestinesi l’esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se stesso soltanto. Purtroppo, la realtà dei fatti, ultimo in ordine di tempo il moltiplicarsi dei piani di colonizzazione da parte del governo in carica, confermano quanto da me sostenuto in diversi saggi ed articoli, vale a dire che gli insediamenti realizzati dopo la guerra del ’67 oltre la Linea verde rappresentano la più grande catastrofe nella storia del sionismo, e questo perché hanno creato una situazione coloniale, proprio quello che il sionismo voleva evitare”. Considerazioni che Sanders ha fatto sue, anche nella sua netta opposizione al “Deal of the century” di Donald Trump.  Gli Stati Uniti possono portare una leadership senza eguali nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, ma dobbiamo usare quella leadership per promuovere un accordo giusto e duraturo. Qualsiasi accordo di pace accettabile deve essere coerente con il diritto internazionale e molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite”, ha twittato Sanders.  “Bisogna porre fine all’occupazione israeliana – ha continuato il senatore dem –  e consentire l’autodeterminazione palestinese in uno stato indipendente a fianco di un Israele sicuro». Ai tweet è seguita una dichiarazione dell’ufficio del senatore, dove Sanders ha riaffermato che qualsiasi accordo accettabile “deve porre fine all’occupazione israeliana iniziata nel 1967 e consentire l’autodeterminazione palestinese in uno stato indipendente, democratico, economicamente valido e accanto a un sicuro e democratico stato di Israele”. Sanders ha aggiunto che “il cosiddetto” accordo di pace “di Trump non  avvicina e perpetuerà il conflitto e minerà gli interessi di sicurezza di americani, israeliani e palestinesi”.

Alla ricerca di un “Sanders israeliano”

A cinque giorni dal voto, le parole di Sanders, e la stizzita reazione dell’entourage di “Bibi”, dà una scossa alla sinistra israeliana in questo rush finale di campagna elettorale: “Sanders ha avuto il coraggio che è mancato a Benny Gantz (il leader del partito centrista Kahol Lavan, che i sondaggi danno in un testa a testa con il Likud di Netanyahu, ndr): definire Netanyahu per quello che è: un razzista reazionario -dice a Globalist Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare laburista, figlia di uno dei ‘miti’ d’Israele: l’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan -. Non è rincorrendo la destra sul suo terreno – aggiunge Yael Dayan – che si costruisce una vera alternativa alle destre”.  Un endorsement per Sanders viene da Gideon Levy, firma storica di Haaretz:: “Sanders – dice Levy – dimostra che la radicalità non è una bestemmia politica ma una visione che mobilita, dà speranza e mette in crisi l’idea che si vince solo se si mostra un ‘volto’ moderato. Purtroppo Benny Gantz non è il Sanders israeliano”.

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