Libia, il fronte mediterraneo di una nuova Guerra fredda

Mentre l’Europa continua a cianciare il ministro dell'Interno della Libia ha invitato gli Stati Uniti a stabilire una base nel Paese per contrastare l'influenza crescente della Russia nell'intero continente.

Il ministro dell'Interno e capo della sicurezza in Libia, Fathi Bashagha
Il ministro dell'Interno e capo della sicurezza in Libia, Fathi Bashagha
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

23 Febbraio 2020 - 15.23


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Libia, la nuova linea di fuoco tra Usa  e Russia. Con l’Europa che continua a cianciare su una sempre più problematica “missione, il ministro dell’Interno e capo della sicurezza in Libia, Fathi Bashagha, ha invitato gli Stati Uniti a stabilire una base nel Paese nordafricano per contrastare l’influenza crescente della Russia nell’intero continente.

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Bashagha, che è ministro del Governo di accordo nazionale guidato da Fayezal-Sarraj , ha dichiarato che il suo esecutivo ha proposto di ospitare una base Usa dopo che il segretario alla Difesa Mark Esper ha presentato i suoi piani per ridimensionare la presenza militare degli Stati Uniti nel continente e ridispiegare i contingenti a livello globale per meglio contrastare la minaccia di Russia e Cina agli interessi americani.

Lo Zar contro il Tycoon

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Il governo di Tripoli è impegnato da mesi nel tentativo di respingere l’offensiva delle truppe fedeli al generale Khalifa Haftar, sostenute dai mercenari russi. “Il ridispiegamento non ci è chiaro”, ha detto Bashagha, durante un’intervista telefonica con Bloomberg. “Ma speriamo che la ridistribuzione includa la Libia in modo da non lasciare spazi che la Russia possa sfruttare”.

Bashagha ha avvertito che l’appoggio della Russia ad Haftar fa parte di una più ampia spinta per accrescere l’influenza di Mosca nel mondo. “I russi non sono in Libia solo per Haftar”, ha detto. “Hanno una grande strategia in Libia e Africa”. “La Libia è importante nel Mediterraneo: ha ricchezza di petrolio e una costa di 1.900 chilometri e porti che consentono alla Russia di vederla come la porta per l’Africa”, ha insistito ancora il ministro dell’Interno di Tripoli. “Se gli Stati Uniti chiedessero una base, come governo libico non ci dispiacerebbe, per combattere il terrorismo, la criminalità organizzata e mantenere a distanza i Paesi stranieri che intervengono” direttamente nella crisi libica. “Una base americana porterebbe alla stabilità”, ha commentato Bashagha.

Il Generale spazientito

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Di avviso opposto è l’uomo forte della Cirenaica. “ La nostra pazienza sta per esaurirsi perché l’altra parte non si è impegnata a rispettare la tregua” che viene “violata ripetutamente dalle bande armate”. E’ l’accusa mossa del capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), il generale Khalifa Haftar, al governo di accordo nazionale del rivale Fayez al-Sarraj. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Sputnik prima dell’annuncio venerdì ieri sera della ripresa dei negoziati intralibici a Ginevra, Haftar ha sostenuto che Sarraj “prende ordini da Ankara e Doha”, ricordando una recente dichiarazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in cui quest’ultimo ha sottolineato la necessità del ritiro del governo di Tripoli dai colloqui di Ginevra.  Haftar ha posto alcune condizioni per il rispetto del cessate il fuoco in Libia tra cui il ritiro dei “mercenari” turchi e siriani dal Paese. “Un cessate il fuoco sarebbe il risultato di una serie di condizioni soddisfatte: il ritiro dei mercenari siriani e turchi, la fine della forniture di armi dalla Turchia a Tripoli e lo scioglimento dei gruppi terroristici” a Tripoli, . Haftar ha quindi sottolineato che il “Consiglio di Sicurezza dell’Onu deve prendersi la responsabilità di fermare l’afflusso di mercenari siriani e turchi che arrivano quotidianamente a Tripoli”. “Se i colloqui di Ginevra non serviranno a ristabilire pace e sicurezza nel nostro Paese ed i mercenari non saranno allontanati, sicuramente le forze armate adempieranno al loro dovere costituzionale di proteggere i cittadini per rispettare la sovranità dello Stato e proteggere i confini dall’invasione turco-ottomana e dalla ambizione di Erdogan”, ha aggiunto il generale. 

Quanto alla missione Ue, Haftar è perentorio “L’Ue deve svolgere il proprio ruolo di controllo sulle forniture di armi ai mercenari terroristi siriani e turchi portati a Tripoli attraverso la Turchia. Sosteniamo la presenza di pattuglie marittime europee che impediscano alla Turchia di continuare a fornire armi e trasportare mercenari a Tripoli”, ha affermato nell’intervista.

Missione in alto mare

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Spero che la nuova missione” di controllo dell’embargo Onu sulla Libia “possa essere lanciata al prossimo consiglio Affari esteri, ed essere operativa da fine marzo” ha affermato nei giorni scorso l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, chiarendo che è stato trovato “un accordo politico” e che ora saranno gli ambasciatori, ed il Comitato militare Ue, presieduto dal generale Claudio Graziano, a lavorare sui dettagli e sulle regole di ingaggio.

“Di fatto quindi nessuno controllerà i cargo che portano armi in Libia per almeno un altro mese e mezzo,  mentre non sembrano esserci singoli Stati pronti a far rispettare l’embargo con le proprie forze navali in attesa della flotta Ue”, annota Gianandrea Gaiani, direttore di Affari Difesa. “I mercantili che portano armi al Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al-Sarraj a Tripoli sono scortati da navi da guerra turche – rimarca Gaiani –  e, ‘passeggiata o meno’ nessuno riesce a immaginare, a Roma come a Bruxelles, che la flotta Ue abbia regole d’ingaggio così robuste da permetterle di scatenare una battaglia navale contro la Marina di Ankara per bloccare le forniture di armi al governo libico legittimo riconosciuto dall’Onu”. D’altro canto, rileva ancora Gaiani, “se la Ue crede di poter fermare così i flussi di armi diretti all’esercito Nazionale Libico (Lna) di Haftar rischia di incassare solenni delusioni poiché la gran parte degli aiuti militari arrivano da tempo per via aerea con decine e decine di voli dei super cargo Antonov e Iliyushin noleggiati dagli Emirati Arabi Uniti o attraverso il confine terrestre egiziano. Altri mezzi e rifornimenti in arrivo via nave vengono sbarcati nel porto egiziano di Sidi el-Barrani, nei pressi del confine, e poi trasferiti su strada in Cirenaica….L’idea sostenuta da Di Maio che in caso di aumento dei flussi di clandestini incoraggiati dalla presenza delle navi europee, la missione venga bloccata sembra quasi una barzelletta e la dice lunga circa la ‘ferrea determinazione’ dell’Europa nell’esercitare il blocco alle forniture di armi alla Libia…”.

Nonostante i dubbi, la missione fa gola a tanti. Lo dimostra la vivacità della corsa ad aggiudicarsene il comando. L’Italia, che aveva proposto un potenziamento di Sophia prima di passare alla nuova missione, vuole confermarsi leader dell’impegno europeo in quella zona del mare nostrum. C’è però anche la Francia, che si sta muovendo compatta per ottenere la guida della nuova missione, considerata da Parigi strategica per la proiezione nel Mediterraneo centrale. Forte interesse arriva anche da Madrid, che però ha già il comando di EuNavFor Somalia, l’operazione Atalanta di anti-pirateria nelle acque del Corno d’Africa. L’ipotesi di un doppio comando non agevola le pretese spagnole.

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Di Maio bacchettato

“Chiedo al vostro governo di sospendere ogni attività di cooperazione con la guardia costiera libica che comporta, direttamente o indirettamente, il respingimento di persone intercettate in mare», e riportate a terra nei campi di tortura di un Paese in guerra civile. La richiesta della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa al governo italiano è perentoria. E comincia da un rimprovero: “L’Italia deve riconoscere la realtà della situazione in Libia”. 

L’accusa, neanche troppo implicita, è che la “ragion di stato” impedisca al nostro governo di prendere atto della tragedia umanitaria, perciò la commissaria Dunja Mijatovic, in una lettera inviata il 23 febbraio al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, non è andata per il sottile. La Farnesina ha reagito quasi senza entrare nel merito, tuttavia facendo ammissioni. «Siamo pienamente consapevoli che esiste un margine di miglioramento nella cooperazione stabilita nel 2017 con la Libia, ma i dati in quanto tali – si legge nella lettera di risposta a Strasburgo – ci dicono che dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione, piuttosto che disimpegnarci dal Paese”.

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Nella lettera indirizzata a Di Maio, la Commissaria esorta il governo italiano a introdurre garanzie sui diritti umani nel corso della rinegoziazione. Pur rilevando che sono in corso discussioni per migliorare la conformità dei diritti “in futuro”, Mijatovic  “invita l’Italia a riconoscere la realtà attualmente prevalente sul terreno in Libia e a sospendere le attività di cooperazione con la Guardia costiera libica”.

Già nei mesi scorsi la Commissaria aveva fatto appello all’Italia e all’Unione europea affinché venissero intraprese misure urgenti per sottrarsi all’accusa di complicità con trafficanti e torturatori, ponendo al primo posto nelle relazioni con la Libia il rispetto dei diritti umani. “Politicizzando una questione di natura umanitaria”  gli Stati “hanno adottato leggi, politiche e pratiche che – ha denunciato Mijatovic  nel giugno 2019 – sono state spesso contrarie ai loro obblighi giuridici di garantire efficaci operazioni di ricerca e soccorso, lo sbarco rapido e sicuro e un altrettanto tempestiva accoglienza delle persone soccorse, e la prevenzione di tortura e trattamenti inumani o degradanti”.

Mesi dopo secondo il Consiglio d’Europa non vi sono stati significativi passi in avanti. Anzi, viene sottolineata “la necessità di valutare i rischi per i diritti umani dei migranti e dei richiedenti asilo”. Una necessità destinata a restare inevasa nella “nuova Somalia” di nome Libia.

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