Egitto, lo Stato di polizia imprigiona ancora Patrick Zaky. Amnesty: una vergogna

Il tribunale di Mansura durante la prima udienza del processo a carico dello studente ha respinto la richiesta di scarcerazione formulata dai suoi avvocati: resterà in carcere

Patrick Zaky
Patrick Zaky
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

22 Febbraio 2020 - 16.27


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Le porte del carcere restano chiuse. Lo Stato di polizia egiziano non si smentisce. Resta in carcere l’attivista e studente egiziano dell’Università di Bologna  Patrick Zaky, arrestato all’aeroporto del Cairo non appena rientrato in Egitto. Lo ha deciso il tribunale di Mansura durante la prima udienza del processo a carico dello studente di 27 anni, respingendo la richiesta di scarcerazione formulata dai suoi avvocati. Lo conferma Amnesty International, che segue il caso dell’attivista giudicandolo un prigioniero politico. La prossima udienza è stata fissata per il 7 marzo.

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Sequestrato

La legge egiziana prevede il rinvio del carcere fino a un massimo di 200 giorni, per favorire il corretto svolgimento delle indagini. Ieri l’Egyptian initiative for personal rights, la ong per la quale Zaky collabora, in una nota ha denunciato l’infondatezza delle accuse a carico del giovane studente, la falsificazione del verbale di arresto e le violenze subite durante l’interrogatorio. Per questo aveva fatto appello alla chiusura delle indagini, al rilascio del giovane – anche dietro pagamento della cauzione – e all’apertura di due indagini separate per far luce sugli abusi subiti e le irregolarità nella stesura del verbale.

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Amnesty: non molliamo.

“E’ una decisione crudele, immotivata e contraria persino al codice di procedura penale egiziano. Non c’è alcun motivo per cui Patrick George Zaky debba rimanere in carcere durante le indagini: non ha alcun potere di manomettere le indagini o alterare le prove, ammesso che ce ne siano”. Così all’agenzia Dire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, commenta la decisione dei giudici di rinnovare di altre due settimane la detenzione cautelare per il ricercatore Patrick Zaky, che stamani a Mansoura ha affrontato la prima udienza del processo. “La famiglia di Patrick vive in un luogo noto e raggiungibile- prosegue Noury- quindi la decisione dei giudici dimostra che c’è una volontà di accanimento da parte della magistratura nei confronti di un attivista per i diritti umani, che ha sempre agito alla luce del sole, in maniera pacifica”. Continua il portavoce: “Purtroppo in questi giorni abbiamo visto come da parte dei media egiziani sia partita una campagna di delegittimazione nei confronti di Patrick. Il clima in cui si sta svolgendo questa vicenda giudiziaria è estremamente ostile. Non c’è nessuna garanzia di una procedura equa”. Amnesty International, annuncia Noury, “avvierà una campagna di lungo periodo per tenere alta l’attenzione in vista delle prossime udienze. La politica, i media, i tanti cittadini che sono scesi in piazza a manifestare devo continuare a fare pressioni. Non dobbiamo crederci sconfitti”.

Macchina del fango

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Ecco come i media descrivono Patrick Zaky: un eversore che in Italia studiava immoralità. Un istigatore che voleva sovvertire l’ordine statale. Un cospiratore a cui in Europa erano state inculcate idee depravate. Così in Egitto.

“A livello di discorso pubblico, la macchina del fango è subito entrata in azione: l’attività di Patrick è stato raccontata come istigazione al sovvertimento dello stato e come terrorismo, gli stessi argomenti che sono stati usati per attaccare anche altri dissidenti- spiega  Francesca Biancani, ricercatrice e insegnante dell’Alma Mater Studiorum ed esperta di Medio Oriente- non era un sovversivo, era solo un ragazzo con una forte coscienza politica e una posizione critica nei confronti del regime.

Analizzando alcune clip della trasmissione televisiva ‘Carta e Penna’, in onda sull’emittente governativa egiziana TeN TV, Patrick viene descritto in termini estremamente diffamanti: si dice che studiava ‘immoralità’ e che era venuto in Italia per imparare come diventare omosessuale. Questo non fa ben sperare: il rischio è che la vicenda di Patrick diventi una questione di orgoglio nazionale, davanti a una mobilitazione internazionale che gli egiziani percepiscono come un’ingerenza dall’esterno”.

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Biancani aveva conosciuto Zaky nel maggio 2019, quando lo studente l’aveva contattata dall’Egitto per chiederle qualche suggerimento riguardo il trasferimento a Bologna: “Voleva dei consigli su come cercare casa e mi chiedeva notizie sull’esperienza studentesca in città. Mi ha raccontato che era stato selezionato per il master Gemma, in studi di genere e femminili, e cercava collettivi e associazioni che lavorassero su quei temi. Da allora l’ho seguito su Facebook: ho sorriso quando ha pubblicato una sua foto allo stadio Dall’Ara mentre tifava per il Bologna. Ho pensato che si fosse subito integrato bene e che si trovasse a suo agio in città. Di contro, non ha mai pubblicato post di incitazione alla violenza: sicuramente aveva forti idee politiche, ma non era certo un terrorista. Se oggi è in carcere è perché ha avuto il coraggio di denunciare la repressione del regime, di elaborare un pensiero critico e immaginare un’alternativa allo status quo”.

Nei media egiziani, la figura di Patrick viene accostata a due icone del dissenso: il primo è Khaled Ali, avvocato esperto di diritti umani che tentò di presentarsi alle presidenziali come candidato alternativo all’attuale presidente Abdel Fattah al-Sisi ma che per via delle continue intimidazioni alla fine decise di ritirarsi. Il secondo è Hossam Bahgat, attivista simbolo della rivoluzione di piazza Tahrir, che ora vive all’estero. 

“Creare un parallelismo tra Patrick e queste figure serve a collocarlo al di là della linea della sovversione, come se fosse un pericolo per la nazione, venuto da un Paese occidentale per portare il caos- rimarca Biancani- in questa narrazione, il regime egiziano vuole mostrarsi come l’unico potere che può mantenere l’ordine, la sicurezza e l’armonia sociale. E a questa immagine contribuiscono anche le potenze internazionali, che vedono l’Egitto come l’unico Stato stabile in un’area molto delicata, paese con un ruolo chiave nel mantenimento degli equilibri internazionali. È un discorso ambivalente: da un lato il regime di al-Sisi è un elemento di stabilizzazione della regione, dall’altro soffre di un forte deficit di democrazia e di libertà“. 

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Stato di polizia

Attraverso una serie di leggi draconiane e di tattiche repressive delle sue forze di sicurezza, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. 

Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente – centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente – ed è proseguita l’impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l’uso eccessivo della forza.  Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.  La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive. Secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno bloccato almeno 513 siti web, tra cui portali informativi e di organizzazioni per i diritti umani. 

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Desaparecidos

Dal 2013 migliaia di persone sono state trattenute in detenzione preventiva per lunghi periodi di tempo, a volte anche per cinque anni, spesso in condizioni inumane e crudeli, senza cure mediche adeguate e con scarso accesso alle visite familiari. In alcuni casi, la polizia ha trattenuto per mesi persone di cui i tribunali avevano ordinato il rilascio. Per limitare arbitrariamente la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica, in questi sei anni le autorità egiziane si sono costantemente basate su una legge relativa alle manifestazioni di epoca coloniale, adottata nel 1914, sulla draconiana legge sulle proteste del 2013 e sulla legge antiterrorismo del 2015. Durante una fase particolarmente acuta della repressione, tra dicembre 2017 e gennaio 2019, almeno 156 persone sono state arrestate per aver criticato in modo pacifico le autorità, aver preso parte a riunioni o aver partecipato a manifestazioni. Più di recente, nel maggio e nel giugno 2019, sono stati arrestati almeno 10 oppositori pacifici, tra cui un ex parlamentare, leader dell’opposizione, giornalisti e attivisti. Le autorità hanno anche approvato leggi che rafforzano le limitazioni ai sindacati indipendenti e l’impunità per le alte cariche delle forze armate per reati commessi dal 2013 al 2016, un periodo nel quale centinaia di manifestanti sono stati vittime di uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza. 

Gli emendamenti costituzionali adottati nel 2019 hanno indebolito il primato della legge, compromesso l’indipendenza del potere giudiziario, aumentato i processi in corte marziale per i civili, eroso ulteriormente le garanzie di un processo equo e cristallizzato l’impunità per i membri delle forze armate. Gli emendamenti consentono anche al presidente al-Sisi di controllare dall’inizio alla fine l’applicazione delle norme che “legalizzano” la repressione, attraverso il potere di nomina delle alte cariche giudiziarie e la supervisione in materia giudiziaria. 

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“Sotto il presidente al-Sisi le leggi e il sistema giudiziario, che dovrebbero servire a garantire lo stato di diritto e a proteggere i diritti delle persone, sono stati trasformati in strumenti repressivi da utilizzare per processare chiunque critichi pacificamente le autorità. Questo accade proprio mentre le forze di sicurezza ricorrono sistematicamente alla tortura per estorcere confessioni che determineranno condanne al termine di processi irregolari”, denuncia Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.  Ed è in questo inferno in terra che è finito Patrick Zaky.

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