Libia: la triste fine di Di Maio, ossia "Giggino l'ammiraglio"

Una missione nata morta: quella che avrebbe dovuto sostituire l’operazione “Sophia” per contrastare i trafficanti di esseri umani e far rispettare l’embargo Onu sulle armi in Libia.

Di Maio in Libia

Di Maio in Libia

Umberto De Giovannangeli 19 febbraio 2020

Dilettanti allo sbaraglio. Venditori di fumo spacciato per grande azione diplomatica. L’ultimo buco nell’acqua dell’”ammiraglio” Di Maio. Una missione nata morta: quella che avrebbe dovuto sostituire l’operazione “Sophia” per contrastare i trafficanti di esseri umani e far rispettare l’embargo Onu sulle armi in Libia.


Il piano proposto dall'Unione europea "per vietare il flusso di armi in Libia fallirà nella sua forma attuale, in particolare sulle frontiere terrestri e aeree nella regione orientale". Lo dichiara in una nota il ministero degli Esteri del Governo di accordo nazionale libico di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj.  "Il governo di accordo nazionale - spiega la diplomazia libica - ha ripetutamente chiesto per anni la rigorosa attuazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza che hanno vietato il flusso illegale di armi nel nostro Paese". Tripoli rivendica inoltre il suo "diritto di continuare le sue alleanze militari aperte attraverso canali legittimi". Il che vuol dire continuare a ricevere armi dalla Turchia.


Armi e chiacchiere


E' di tre civili morti e altri cinque feriti il primo bilancio del raid del sedicente l'Esercito nazionale libico (Lna) di Khalifa Haftar sul porto di Tripoli. Lo scalo marittimo della capitale non era stato finora mai colpito dal generale della Cirenaica. Dopo il raid, il Governo di accordo nazionale ha deciso "di sospendere i colloqui militari di Ginevra fino a quando non saranno presi provvedimenti contro l'aggressione e contro le sue continue violazioni". L'esecutivo guidato da Fayez al-Sarraj condanna "i continui raid sulle capitale e sulle sue strutture vitali che vanno a paralizzare la vita della popolazione”.


"La situazione sul terreno in Libia resta fragile, la tregua viene violata in continuazione. Oggi (ieri, ndr) c'è stato un attacco al porto di Tripoli". Lo ha detto l'inviato speciale dell'Onu Ghassan Salamè dopo il secondo round di colloqui tra il governo di al-Sarraj e rappresentanti delle forze del generale Haftar. "Fino a che la tregua continuerà ad essere violata, come oggi contro il porto di Tripoli, è molto molto difficile pensare a un dialogo e un negoziato tra le due parti", ha sottolineato Salamè , ricordando che "dal 19 gennaio ci sono state violazioni dell'embargo sulla vendita di armi alla Libia e sull'invio di mercenari". D’altro canto, L’inefficacia dell’Onu nel far rispettare il proprio divieto di vendere armi alla Libia è dovuta al fatto che nel corso degli anni la guerra libica è diventata sempre più una guerra di altri, con il coinvolgimento di Paesi stranieri che sono membri permanenti con potere di veto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, o che sono da loro protetti: il potere di veto è quella cosa che permette a Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Cina e Russia di bloccare unilateralmente qualsiasi risoluzione del Consiglio, senza bisogno di avere la maggioranza dei voti. Al momento ci sono almeno due paesi con potere di veto coinvolti direttamente nella guerra in Libia: la Russia e la Francia, che appoggiano entrambi il maresciallo Khalifa Haftar. Il generale di Bengasi  è appoggiato anche dagli Emirati Arabi Uniti, accusati di essere i responsabili dell’attacco al centro di detenzione vicino a Tripoli dello scorso luglio e individuati da molti come i maggiori violatori dell’embargo sulla vendita delle armi alla Libia.


Il Sultano minaccia Bruxelles


Dopo il bombardamento di Tripoli, questa mattina di Libia ha parlato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha detto di appoggiare la decisione del governo Sarraj di ritirarsi dai colloqui del comitato militare: "È stato un passo importante, la Turchia continua a restare dalla parte del governo legittimo della Libia a Tripoli".  Erdogan ha aggiunto per la prima volta che "se un accordo giusto non potrà essere raggiunto attraverso i negoziati internazionali, sosterremo la legittima amministrazione della Libia nel prendere il controllo dell'intero Paese" contro le forze di Khalifa Haftar. Come dire che Ankara sarebbe pronta a  un'offensiva militare contro le postazioni tenute da Haftar. Il presidente turco ha poi parlato della decisione dell'Unione europea di avviare una missione marittima per provare a bloccare l'afflusso di armi in violazione dell'embargo Onu. Per Erdogan "l'Unione europea non ha alcuna autorità per prendere una decisione sulla Libia".


Tutto accade il giorno dopo che un drone turco è stato abbattuto nell'area di Ain Zara, alle porte di Tripoli dall'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna). Secondo il generale Mabrouk al Ghazwi il drone era in missione sull'area da cui erano partiti i colpi sparati dalle forze del generale Haftar contro il porto della capitale. Nell'attacco sono stati uccisi tre civili e almeno altri cinque sono rimasti feriti. Il comando generale dell'Esercito della Cirenaica ha rivendicato l'attacco sostenendo di aver "colpito un deposito di armi e munizioni" e di aver "impedito l'arrivo di mercenari siriani".


"L'attacco al porto di Tripoli avrebbe potuto portare a un disastro umanitario e ambientale e avrà un impatto significativo su una regione affollata come Tripoli", ha dichiarato in una nota invece il presidente della Noc, la compagnia petrolifera libica, Mustafa Sanalla. "La città non ha strutture operative per lo stoccaggio del carburante in quanto i serbatoi principali della capitale è stato evacuato a causa dei combattimenti nell'area della strada verso l'aeroporto, dove si trova la struttura. Le conseguenze saranno immediate: ospedali, scuole, centrali elettriche e altri servizi vitali verranno interrotti", ha aggiunto. 


I razzi sono caduti a pochi metri da una delle petroliere impegnate nella fornitura di gas gpl alla capitale. "Il bombardamento poteva avere conseguenze catastrofiche", ha dichiarato Samalla, che ha fatto ritirare due navi dalla zona per portarle in acque sicure. 


Al -Sarraj, per risposta, ha deciso di sospendere i colloqui 5+5 di Ginevra decisi alla Conferenza di Berlino per monitorare la tregua di cui, a questo punto, rimane ben poco.


Intanto due famiglie libiche, di Bengasi, hanno fatto causa negli Stati Uniti ad Haftar, che ha anche la cittadinanza americana e può essere quindi giudicato per i reati contestati. Lo rende noto il New York Times, secondo cui i querelanti, rappresentanti delle famiglie Suyid e Krshiny, accusano il generale e i suoi due figli di essere responsabili della tortura, fino alla morte, dei loro parenti durante la sua offensiva a Bengasi nell'ottobre 2014 contro il sedicente Stato islamico.


Il Torture Victim Protection Act, approvato nel 1991, consente ai familiari delle vittime di omicidi extragiudiziali e torture di fare causa ai presunti autori. In particolare la legge viene applicata a chi agiscono sotto apparente autorità governativa. E Haftar per anni è stato una risorsa della Cia.


Molte altre cause intentate sulla base della stessa legge non hanno avuti esiti a causa dei pochi beni sequestrabili. Haftar e i suoi figli invece possiedono almeno 17 proprietà in Virginia per un valore di almeno 8 milioni di dollari, secondo quanto dichiarato nella causa.


I “fratelli-coltelli” francesi


“La nuova missione Ue per la Libia che rimpiazzerà Sophia a partire dal 20 marzo, non è ancora definita che già Parigi sta facendo di tutto per ottenerne il comando – rimarca Pietro Batacchi, direttore di RID (Rivista Italiana Difesa), tra i più autorevoli analisti militari - Attualmente il Comando di Sophia è a guida italiana, con un Quartier Generale ospitato nella struttura del Comando Operativo Interforze (COI) di Roma/Centocelle. L’Italia punta a mantenere la guida pure della nuova missione, ma la transizione da questo punto di vista non è automatica, e Roma dovrà imporsi su Parigi, visto che è in gioco l’interesse nazionale in un teatro, il Mediterraneo Centrale, di vitale importanza per l’Italia. Ci sarebbero poi, più banalmente, una questione di costi, che andrebbero sostenuti per mettere in piedi una nuova struttura in un Paese diverso, e di tempi, con la difficoltà in così breve tempo di assemblare e formare il personale necessario a gestire un nuovo Comando. Insomma, al solito i Francesi ci provano. L’altra problematica, che non ha nulla a che vedere con il comando, è quella del mandato, definito nell’ambito della Risoluzione 2292/3 dell’Onu, e delle regole d’ingaggio. Oggi è previsto per SOPHIA la possibilità di ispezionare un’imbarcazione sospettata di trasportare armi verso la Libia, ma solo con il consenso dello stato di bandiera. Se questo non arriva, dopo che è stato fatto in “buona fede” ogni tentativo per ottenerlo, si può passare all’abbordaggio ed all’ispezione. Generalmente questo consenso non arriva quasi mai – essendo i Paesi di bandiera tipicamente Panama, Ucraina, ecc. - ma cosa succederebbe se la nave in questione battesse bandiera, per esempio, turca o fosse scortata da unità da guerra turche, sempre più frequentemente presenti nel Mediterraneo Centrale? Sicuramente questo è un aspetto critico che andrà affrontato nelle prossime settimane, anche se è difficile immaginare in questo contesto una nuova Risoluzione dell’Onu “più incisiva”.


Dal 2011 gli ispettori dell’Onu hanno rilevato violazioni sistematiche dell’embargo sulla vendita di armi da parte di numerosi Paesi stranieri, ha scritto il New York Times, e le hanno comunicate al Consiglio di Sicurezza. Finora però le uniche due persone sanzionate per la loro azione nella guerra libica sono stati due cittadini eritrei, accusati nel 2018 di traffico di esseri umani. E cose non sono cambiate nemmeno con l’incontro sulla Libia tenuto a gennaio a Berlino, nel quale i leader presenti hanno firmato una dichiarazione che chiedeva una tregua nei combattimenti e confermava il divieto della vendita delle armi alle fazioni che combattono la guerra libica.


Poco dopo l’incontro, in Libia sono arrivate nuove armi, probabilmente in preparazione a una nuova serie di attacchi e contrattacchi: tra le altre cose, sono arrivate nelle acque libiche navi da guerra turche cariche di veicoli corazzati destinati al governo di Sarraj, mentre nella Libia orientale decine di aerei forse carichi di rifornimenti per Haftar sono atterrati in una base controllata dagli Emirati Arabi Uniti. Sia la Turchia che gli Emirati Arabi Uniti sono tra i firmatari della dichiarazione di Berlino. Insomma, firmata la dichiarazione, scoperto l’inganno. E così, a credere nella missione salvifica sembra essere rimasto solo l’uomo della Farnesina:  “Giggino l’ammiraglio”.