I genitori: "Zaky sequestrato e picchiato per farlo parlare di Giulio Regeni"

I genitori del giovane egiziano dell’università di Bologna: «Ha le sue opinioni, ma non è una minaccia per nessuno. In cella il nostro Patrick chiede libri e vuole studiare»

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12 Febbraio 2020 - 08.39


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Patrick George Zaki, il giovane studente egiziano dell’università di Bologna, arrestato nei giorni scorsi al suo rientro al Cairo, è stato “picchiato e torturato per 30 ore” in Egitto perchè volevano conoscere “i suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni”. E’ quanto ha riferito la famiglia del giovane studente egiziano in un’intervista a Repubblica.

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Patrick George Zaki, il giovane studente egiziano dell’università di Bologna, arrestato nei giorni scorsi al suo rientro al Cairo, è stato “picchiato e torturato per 30 ore” in Egitto perchè volevano conoscere “i suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni”. E’ quanto ha riferito la famiglia del giovane studente egiziano in un’intervista a Repubblica. 

“Non sappiamo perchè Patrick sia stato arrestato”, ha spiegatp uno dei suoi avvocati, Wael Ghally, dalla casa delle famiglia del giovane egiziano. “Abbiamo soltanto due certezze. La prima è che nei suoi confronti è stato emesso un mandato di comparizione il 24 settembre ma nessuno glielo ha comunicato. Per questo è stato fermato alla frontiera. La seconda è che lì è stato bendato e portato da qualche parte al Cairo. E’ stato detenuto e interrogato per 30 ore, torturato. Lo picchiavano e gli chiedevano dei suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Patrick non sa nulla di tutto questo. Così alla fine lo hanno trasferito qui a Mansura”.

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“Abbiamo saputo quel che è successo a Regeni attraverso i social media, come tutti qui in Egitto. A casa ne abbiamo parlato e Patrick si è fatto la stessa domanda di tutti noi: perchè è successo? Nulla di più”: così Marize, la sorella di Patrick George Zaki, il giovane studente egiziano fermato al Cairo al suo rientro da Bologna dove sta sostenendo un Master. La famiglia del giovane egiziano, intervistata in Egitto da Repubblica, tiene a sottolineare che non esistono legami tra il ragazzo e il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel 2016, anche se il giovane egiziano al Cairo sarebbe stato torturato per ore -così ha riferito il legale della famiglia- proprio perchè “gli chiedevano dei suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni”.  

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