Di Maio punta a emendare il Memorandum con la Libia ma Tripoli non prende impegni

Giggino ha fatto il 'ruggito del coniglio' visto che l'accordo non può essere modificato unilateralmente e Serraj oggi ascolta molto più Erdogan che l'Italia

Di Maio e Serraj

Di Maio e Serraj

Umberto De Giovannangeli 4 febbraio 2020

Un colloquio di un’ora e mezza per provare a dimostrare l’indimostrabile: che il Governo italiano è pronto a sospendere l’attuazione del Memorandum d’intesa Italia-Libia stipulato durante il governo Gentiloni è automaticamente rinnovato domenica 2 febbraio. Ieri, ad appena 24 ore di distanza, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, dopo un incontro con il ministro dell’Interno di Tripoli, Fathi Bashagha, ha dichiarato che sarà presto sottoposta alla parte libica una serie di emendamenti che puntano a migliorare i contenuti dell’accordo, con particolare riguardo al rispetto dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo, incluso il necessario sostegno alle attività dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). 


Il ruggito del coniglio


Prendendo in prestito il titolo di una nota trasmissione radiofonica, si è trattato del “ruggito del coniglio”. Traduzione diplomatica: Di Maio sa bene che quel Memorandum non può essere modificato unilateralmente ma che ha bisogno del consenso del Governo di Accordo Nazionale (Gna) libico, guidato da Fayez al-Sarraj. E si dà il caso che al-Sarraj sia oggi più in buoni rapporti con la Turchia di Erdogan che con l’Italia del duo Conte&Di Maio, e che qualsiasi richiesta italiana deve essere “vistata” da Ankara.


Nella nota diffusa dopo l’incontro si legge che il titolare della Farnesina ha sottolineato l’importanza di un forte impegno delle autorità libiche nel contrasto ai trafficanti di essere umani, con un impegno parallelo per il miglioramento delle condizioni di vita dei migranti. E questo era scontato. Ma la nota non contiene alcuna  specifica sui provvedimenti proposti, dopo il fallimento del tentativo di chiedere la chiusura dei centri di detenzione, tristemente noti per le violazioni dei diritti umani, le violenze, le uccisioni e le estorsioni ai danni dei detenuti.


Genericità nei contenuti, genericità nei tempi di attuazione. Insomma, tante chiacchiere ma nessun impegno concreto e immediato da parte di Tripoli.


Di Maio, nel corso dell’incontro ha ribadito il sostegno italiano al governo di Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite, confermando  l’impegno di Roma nella ricerca di una soluzione politica della crisi libica, a partire dai punti stabiliti dalla Conferenza di Berlino: “Ribadiamo il nostro appello affinché la tregua venga effettivamente rispettata e le parti si impegnino lungo il percorso politico tracciato a Berlino – ha detto – L’Italia parteciperà alla prima riunione ministeriale dell’International Follow-up Committee a Monaco di Baviera ed è pronta a fare la sua parte e ospitare la successiva riunione a livello tecnico”.  La strada da seguire, aggiunge poi Di Maio su Facebook, “è il rispetto dell’embargo sulle armi, che deve essere categorico, per un cessate il fuoco permanente. E l’Ue deve dare il proprio contributo, parlando con una sola voce, affinché possa prevalere la diplomazia”


Dichiarazioni-fotocopia, puntualmente smentite dai fatti. E un fatto acclarato è che quel “Memorandum della vergogna” è ancora in vigore, nonostante la sollevazione di Ong, associazioni umanitarie che di quel Memorandum hanno documentato le nefandezze perpetrate. Attualmente in Libia vi sarebbero almeno 300mila sfollati a causa delle guerra civile, mentre i migranti occupati in gran parte dell’industria petrolifera sono circa 700milaPer favorire una collaborazione con la Guardia costiera di Tripoli, affinché ricominciasse a pattugliare coste e la zona Sar di competenza, l’Italia propose ad Al Serraj un accordo. Sostanzialmente, il governo Gentiloni garantì, secondo dati Oxfam, 150 milioni di euro in tre anni per addestrare le forze della Libia addette al controllo dei barconi in mare.


Cancellare, non emendare


Domenica mattina il comitato promotore della campagna #Ioaccolgo, ha dato il via ad un'iniziativa di mailbombing per chiedere ai ministri Di Maio e Lamorgese di cancellare l'accordo. "Si continuerà dunque a finanziare la guardia costiera libica - spiega il Comitato promotore - per lo più formata da quegli stessi trafficanti che si dice di voler fermare, perché riporti i migranti in fuga nei lager dove sono sottoposti a ogni tipo di tortura e dove si può morire a causa dei bombardamenti. L'unica scelta 'umana' da compiere subito sarebbe quella di svuotare i lager e trasferire chi vi è trattenuto".


La Cgil e gli altri promotori rinnovano le loro richieste: "Chiediamo l'evacuazione di tutti i migranti trattenuti nei centri libici, l'apertura di corridoi umanitari europei, il ripristino di un'operazione vera di soccorso in mare, un'Italia e un'Europa impegnate nell'accoglienza, il rispetto dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita".


Il rinnovo è per il Centro Astalli “inaccettabile già dal 2017”. Lo ha affermato  al Sir padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, il centro dei gesuiti con sede a Roma che ogni giorno incontra “uomini e donne che portano negli occhi la paura per ciò che hanno vissuto in Libia”. “Torture e violenze – sottolinea padre Ripamonti – ritornano nei racconti dei migranti che accogliamo e sempre più spesso assistiamo persone segnate nel corpo da percosse e abusi. Per ciascuno dei migranti che incontriamo e per i tanti che rimangono intrappolati nell’inferno libico vogliamo ribadire la grave responsabilità che l’Italia ha nel rimanere ferma e nel rinnovare tacitamente un accordo con la Libia, inaccettabile già nel 2017”. In particolare, il Centro Astalli ritiene “inaccettabile” che le denunce anche molto recenti delle Nazioni Unite riguardo a gravi violazioni accertate dei diritti fondamentali in Libia, “siano rimaste inascoltate e non abbiamo sortito alcun effetto sulle condizioni in cui versano migliaia di uomini e donne nei centri per migranti in Libia”. È “inaccettabile” che, “in aperta violazione del principio di respingimento contenuto nella Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, migliaia di migranti sono stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia contro la loro volontà”. E che “nella gestione dei flussi migratori si continui a considerare la Libia come se non fosse un Paese in guerra”, come se avesse un governo riconosciuto e stabile, “negando di fatto il caos in cui versa da tempo il Paese”. Per questo il Centro Astalli, come tante altre organizzazioni umanitarie che si sono espresse in questi giorni, chiede “un piano di evacuazione rapido e immediato per i migranti imprigionati in Libia; l’istituzione di vie legali d’ingresso in Europa che interrompano la tratta degli esseri umani e le mortali traversate del Mediterraneo; il ripristino immediato di un’operazione europea di ricerca e soccorso che nel Mediterraneo eviti la morte quotidiana di innocenti o l’intervento dei libici”.


Il governo ha rinnovato il patto con la Libia con una imperturbabilità che offende il buon senso e i valori consacrati dalla Costituzione e dalle Convezioni internazionali sui diritti umani “, denuncia su Repubblica Luigi Manconi.


Tripoli presenta il conto


Sotto un profilo prettamente politico, il ministro dell’interno libico ha ancora una volta chiesto chiarezza al nostro paese. In particolare, Tripoli vorrebbe sapere da Roma da che parte sta l’Italia e se il governo ha o meno reale volontà di supportare l’esecutivo guidato da al-Sarraj. Bashaga però, ha anche presentato un conto economico: se da parte italiana si insiste con il chiedere maggiori garanzie per il rispetto dei diritti dei migranti in Libia, allora secondo le autorità di Tripoli da Roma occorrono più soldi e più investimenti in attrezzature. Così come rivelato da La Stampa, Bashaga in particolare avrebbe chiesto all’Italia più fondi per allestire campi per migranti, molti dei quali sono stati chiusi sia dal governo libico che dalle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, sono state chieste attrezzature per garantire un migliore pattugliamento sia delle coste che dei confini meridionali. Vale la pena di ricordare, anche al titolare degli Esteri, che Bashaga, l’uomo forte del governo Sarraj, legato a doppio filo alla potente milizia di Misurata, nel Conte 1 aveva come principale referente, e non solo per ragioni di ruolo, Matteo Salvini. Se Tripoli cadrà, Tunisi cadrà e così anche Algeri”, ha avvertito  Bashaga, durante una sua recente missione ad Algeri. “Haftar ha aperto i confini della Libia ai mercenari senza alcuna richiesta ufficiale dello stato. Ha portato ufficiali degli Emirati Arabi Uniti, mercenari del Gruppo Wagner russo, combattenti Janjaweed e mercenari dei gruppi ribelli sudanesi e ciadiani”, aveva aggiunto.


Alla ricerca di una tregua che regga


Le parti rivali in Libia hanno accettato di trasformare la tregua in un cessate il fuoco permanente. Lo ha reso noto l'inviato dell'Onu Ghassan Salamé, dopo la prima riunione della commissione militare congiunta a Ginevra 5+5 Sempre Salamè riferisce che ''non è stato rispettato l'embargo sulle armi in Libia imposto alla Conferenza di Berlino''. E che ''attualmente in Libia si trovano oltre venti milioni di armi''. Tra le parti, ''c'è un accordo per convertire la tregua in un cessate il fuoco duraturo'', ha proseguito Salamè. ''Il principio è stato espresso, ora la domanda è: in quale modo'' applicare un cessate il fuoco duraturo?, ha aggiunto, dicendosi ''felice di dire che entrambe le parti hanno iniziato a lavorare a questo primo punto dell'agenda e riprenderemo con loro gli incontri per accorciare le distanze nei loro punti di vista''. Il diplomatico ha quindi spiegato che proprio ''di questo discuteremo in questi giorni. Al momento avremo riunioni divise con le varie parti, ma poi si sederanno allo stesso tavolo. Questi colloqui di Ginevra sono concentrati su quali siano le condizioni delle due parti per trasformare la tregua in un cessate il fuoco duraturo''. Al centro dei colloqui delle prossime ore, quindi, ''questioni tecniche, ma molto cruciali'', come appunto ''come un cessate il fuoco duraturo possa essere organizzato sul campo, quale sarà il ruolo di monitoraggio, quale ruolo per l'Onu, per le autorità libiche'', ha dichiarato Salamé. Rispetto a un ruolo dell'Unione europea nel monitoraggio del cessate il fuoco, l'inviato Onu ha detto che ''sono i libici che devono decidere''. E c'è una ''chiara e genuina volontà da parte di entrambi di negoziare insieme''. Facendo riferimento al suo intervento di giovedì scorso, l'inviato Onu ha ricordato di aver "detto chiaramente al Consiglio di sicurezza che la risoluzione di Berlino parla chiaro, ma non viene rispettata dalle parti in conflitto''. "Ci sono prove che nuovi mercenari e nuovi combattenti, oltre che nuove armi arrivano in Libia via terra e via mare a favore di entrambe le parti'', ha accusato ancora Salamé. Quindi, ''abbiamo chiesto al Consiglio di sicurezza di adottare una risoluzione che accolga quanto emerso da Berlino per seguire da vicino la violazione dell'embargo posto sulle armi''.