Tibi: "Noi arabi israeliani diciamo no a quel Piano della vergogna"

Parla il leader della lista araba unita che alle ultime elezioni è diventato il terzo partito alla Knesset israeliana: "Quel Piano tutto potrà portare meno che la pace con i Palestinesi. La nostra opposizione è totale"

Ahmed Tibi

Ahmed Tibi

Umberto De Giovannangeli 29 gennaio 2020

“Altro che ‘Piano del secolo’. Quello di Trump è un regalo al suo amico Netanyahu, oltre che una inaudita ingerenza nella politica interna d’Israele. Quel Piano tutto potrà portare meno che la pace con i Palestinesi. La nostra opposizione è totale. Quel Piano legittima la colonizzazione dei Territori occupati palestinesi e fa carta straccia del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu. Come Joint List non appoggeremo mai un governo che farà suo quel Piano”. A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a Globalist è Ahmed Tibi, il leader storico degli arabi israeliani ed oggi presidente della Joint List, la Lista araba unita ,terza forza alla Knesset con i suoi 13 parlamentari. Tibi è stato anche vice presidente del Parlamento israeliano e, attirandosi l’ira e minacce di morte dall’estrema destra israeliana, consigliere di Yasser Arafat per gli affari israeliani. “Noi arabi israeliani – afferma Tibi – diciamo no a quel Piano della vergogna”. E a Globalist ne spiega le ragioni. 


Il “Piano del secolo” è stato varato ufficialmente. Benjamin Netanyahu lo ha subito fatto suo..


”C’è qualcuno così ingenuo o in malafede di averne potuto dubitare! Quel Piano è il più sfacciato sostegno tra i tanti che Donald Trump ha dato al suo amico Netanyahu. Tutto potrà portare tranne che la pace.  A un primo ministro incriminato per gravi reati di corruzione, l’amico americano lancia una ciambella di salvataggio alla quale Netanyahu si aggrapperà nella sua campagna elettorale. Non a caso ha già annunciato che nella riunione di domenica del governo proporrà l’avvio dell’annessione della Valle del Giordano. Quella del presidente Usa è una gravissima ingerenza nella politica israeliana, è uno spot elettorale per una destra ultranazionalista che Trump ha inteso ricompattare attorno al garante del suo Piano: Benjamin Netanyahu”.


Trump ha parlato anche di un riconoscimento futuro di uno Stato palestinese


”Un’assoluta presa in giro, buona, forse, per dimostrarsi agli occhi dell’opinione pubblica americana, anche Trump è in campagna elettorale, come il presidente che passerà alla Storia come quello che è riuscito laddove tutti i suoi predecessori hanno fallito: dare soluzione al conflitto israelo-palestinese. A provarci è un presidente che, come Netanyahu, intende stornare l’attenzione interna e internazionale dal procedimento di impeachment. In questo, i due si sostengono a vicenda. Quanto al cosiddetto Stato palestinese, che Trump evoca in un futuro proiettato negli anni, si tratta di una truffa clamorosa. Quella parvenza di Stato dovrebbe sorgere su un territorio ancora più ristretto di quello previsto dalle risoluzioni Onu, una sorta di francobollo territoriale sul quale i Palestinesi non avrebbero nemmeno il controllo dei confini. Nel frattempo, in modo unilaterale, Netanyahu può modificare i confini d’Israele, mettendosi contro non solo i Palestinesi ma anche Paesi come la Giordania che non sono in conflitto con Israele. Davvero un bel risultato! Altro che pacificatore. Con questo Piano Trump è il piromane del Medio Oriente”.


Nel Piano c’è anche un punto che vi riguarda direttamente come arabi israeliani: il riconoscimento da parte palestinese d’Israele come Stato ebraico.


”E’ una dichiarazione di guerra ad una comunità che rappresenta oltre il 20% della popolazione dello Stato d’Israele. Trump ha sposato le posizioni razziste della destra israeliana. Quella che lui ha legittimato è una posizione ideologica prim’ancora che politica, portando acqua al mulino di quanti vogliono realizzare un regime etnocratico in Israele. Una ragione in più per opporsi a questa nefandezza”.


Uno dei problemi più spinosi riguarda la contestata legge su Israele “Stato nazionale ebraico”.  Da parlamentare e leader degli arabi israeliani, Lei ha avuto parole durissime verso quella legge votata a maggioranza dalla Knesset che, ha sostenuto nel corso di quell’infuocato dibattito parlamentare, apre la strada all’apartheid.


”Non rinnego una parola di quanto  ho detto allora. Quella legge Ha un elemento di ‘supremazia ebraica  e la creazione di due classi separate di cittadini, una che gode di pieni diritti e una che ne è esclusa  – e anche nel secondo gruppo vi è uno sforzo per creare diverse categorie. Mi sono battuto e continuerò a farlo contro la differenziazione fatta dai sostenitori della legge sulla nazionalità tra diritti collettivi, di cui godono gli ebrei, e diritti individuali, che sono dati a tutti gli altri. I diritti individuali, compresi quelli culturali e politici, derivano dall’appartenenza a una collettività, come la grande minoranza araba in Israele. L’impegno che come Joint List ci assumiamo anche in questa  campagna elettorale è quello di batterci perché quella legge venga abolita2.


Alla Casa Bianca, Trump ha invitato anche Benny Gantz, il leader di Kahol Lavan (Blu Bianco), il rivale più pericoloso per Netanyahu nella corsa a primo ministro. Nelle consultazioni successive alle elezioni del 17 settembre, al Capo dello Stato, Reuven Rivlin, la maggioranza dei parlamentari della Joint List, 10 su 13, indicarono Gantz come premier incaricato. Ed oggi?


”Oggi deve essere chiaro a tutti che un governo che dovesse far suo il Piano Trump, non potrà contare sul nostro sostegno. E questa è una posizione assolutamente unanime dei partiti che compongono la Joint List. Benny Gantz commetterebbe un grave errore nell’inseguire Netanyahu sul terreno più favorevole alle destre. Io rivendico con orgoglio il ruolo decisivo che gli arabi israeliani hanno avuto nell’impedire a Netanyahu e al governo più razzista e anti-arabo della storia d’Israele di poter vincere le elezioni, cosa che sarebbe accaduto se gli arabi israeliani non si fossero recati in massa alle urne. Di questo, lo stesso Gantz ci ha dato atto. Il discorso è un altro: l’uscita di scena di Netanyahu non risolve da sola il problema di un governo che non sia segnato dalla politica estremista che il Likud ha portato avanti con i suoi alleati estremisti: non mi pare che da quel partito si sia alzata una voce critica quando Netanyahu ha evocato l’annessione della Valle del Giordano o delle Alture del Golan, né quando il suo governo ha implementato la colonizzazione dei Territori palestinesi occupati o minacciato una nuova guerra a Gaza. Nessuno dei dirigenti del Likud ha criticato Netanyahu quando ha demonizzato la minoranza araba. Ma cambiare strada non è dar vita a un governo senza un primo ministro incriminato per poi portare avanti la politica dei governi che lui aveva guidato. Sulla pace come sulle questioni dell’eguaglianza in ogni campo tra cittadini israeliani, la discontinuità con il passato deve essere netta. E’ questo il messaggio che lanciamo a Gantz: non cadere nella trappola ordita da Trump e Netanyahu”.


In un passato neanche tanto lontano, lei entrò nel mirino della destra oltranzista ebraica per essere stato consigliere per gli affari israeliani di Yasser Arafat. Fu tacciato di tradimento e c’è chi chiese che fosse cacciato non solo dalla Knesset ma da Israele...


”Per me quegli attacchi sono una medaglia. Ho la scorza dura e questi istigatori di odio non riusciranno mai a piegarmi. Sì, sono stato consigliere di Yasser Arafat, e di questo mi sento profondamente onorato. Ricordo quando per Israele Arafat era considerato un criminale e non il leader di un popolo che rivendicava il proprio diritto all’autodeterminazione. Poi, però, le cose sono cambiate, fino ad arrivare alla storica stretta di mano tra Yasser e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Il Nemico di sempre veniva riconosciuto come l’uomo con cui provare a intraprendere un cammino di pace. Ed è stato per questo che Rabin fu assassinato da un estremista israeliano. Arafat voleva una pace giusta, duratura, tra pari. Una pace che il Piano Trump rende impossibile”.