Hanan Ashrawi accusa Israele: "In questi anni ci sono stati governi di piromani"

Parla la palestinese prima donna a essere nominata portavoce della Lega Araba: "È un delirio di onnipotenza che non prevede compromessi ma solo l’annientamento della controparte"

Hanan Ashrawi

Hanan Ashrawi

Umberto De Giovannangeli 22 gennaio 2020

“Quelli succedutisi in Israele da anni a questa parte, sono governi di piromani. Sistematicamente hanno dato fuoco ad ogni possibilità di dialogo e hanno scelto la strada dello scontro frontale mascherandola a volte con la retorica delle buone intenzioni.. Con un'aggravante ulteriore rispetto al passato: negli ultimi tempi, con le destre razziste al potere, viene esaltato l'aspetto religioso, ideologico, nella loro logica militarista e colonizzatrice. E' un delirio di onnipotenza che non prevede compromessi ma solo l’annientamento della controparte. Per costoro pace è solo sinonimo di resa incondizionata del nemico”.


È stata il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington. La prima, come donna, ad essere nominata portavoce della Lega Araba. Più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, parlamentare, paladina dei diritti umani nei Territori palestinesi, Hanan Ashrawi è una delle figure più rappresentative, e indipendenti, della dirigenza palestinese: tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, ricordiamo  il Mahatma Gandhi International Award for  Peace and Reconciliation e Sydney Peace Prize. “Parlare di pace con l’attuale governo israeliano mi sembra un andare contro natura, significa non voler fare i conti con la logica che sottende ogni loro azione”, afferma Hashrawi, oggi membro del Comitato esecutivo dell’Olp.  E da questa sua considerazione che inizia l’intervista concessa in esclusiva a Globalist.


Qual è la logica che sottende ogni azione dei governanti israeliani?


“Quella militarista, colonizzatrice, impastata di nazionalismo e fondamentalismo religioso. La logica di chi non contempla il compromesso, di chi sfida apertamente le leggi internazionali, incurante delle critiche della comunità internazionale. A partire da Gerusalemme dove stanno conducendo una pulizia etnica”.


Come fermarli?


”Isolandoli. Con i fatti, non a parole. Facendo intendere loro, con i fatti, che il tempo dell'impunità è finito. Quando parlo di fatti, penso agli accordi economici e militari che molti Paesi, tra cui l’Italia, hanno con Israele. Penso a pressioni diplomatiche, a manifestazioni di protesta. Il silenzio è complicità con questi falchi animati da un delirio di onnipotenza”.


C'è il rischio che si ritorni ai tempi, tragici, della seconda Intifada?


”La rabbia è tanta e rischia di esplodere. Noi palestinesi dobbiamo riflettere sugli errori commessi ed evitare di cadere nella trappola dei falchi israeliani. Ho sempre ritenuto che la militarizzazione dell'Intifada sia stato un grave errore che non dobbiamo ripetere. Tra gli “shahid” e la rassegnazione esiste una terza via...”.


Quale?


”La via della rivolta popolare, non violenta, che recuperi lo spirito della prima Intifada, di quella ‘rivolta delle pietre’ che riportò la questione palestinese al centro dell'interesse internazionale.  La via della disobbedienza civile, quella del boicottaggio di tutti i prodotti israeliani che provengono dalle colonie. E' la protesta non violenta che palestinesi e israeliani stanno portando avanti contro la costruzione di nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme Est. Non è facile, lo so bene. Ma è la strada giusta. C’è rabbia, tanta rabbia tra la mia gente, soprattutto tra i giovani. Pensi a Gaza, a 1,8 milioni di palestinesi costretti a vivere in una prigione a cielo aperto, isolati dal mondo, sottoposti a punizioni collettive che vanno contro non solo al Diritto internazionale ma anche a più elementari diritti umani. In quell’inferno quali altri sentimenti possono crescere se non l’odio, la vendetta? Ma forse è proprio questo che vogliono i falchi d’Israele: dimostrare che i palestinesi sono tutti dei potenziali terroristi contro i quali l’unica legge che va applicata è quella della forza. Mi lasci, aggiungere una cosa che riguarda come i grandi mezzi di comunicazione raccontano la tragedia in Palestina. C’è un mantra che viene ripetuto in continuazione: i palestinesi incitano alla violenza. I palestinesi pensano che i loro prigionieri siano eroi e sono terroristi. E dunque ecco creato l’assioma: palestinese =terrorista. Ma dal 1967, Israele ha imprigionato più di 800.000 palestinesi, tra cui anch’io,  e molti altri miei amici. Non credo che ci siano 800.000 terroristi. Persone che non hanno accettato l'occupazione o accettano di aver rotto il loro spirito, non sono terroristi. Israele ha ucciso più di 75.000 palestinesi dal '67. Chi sono i terroristi?”.


In Israele anche Netanyahu, almeno a parole, non esclude un negoziato con i Palestinesi.


Ma di quale negoziato parlano i governanti d’Israele! Quale tragica finzione intendono perpetuare. Nel corso degli anni, Israele ha portato avanti, attraverso l’opera di colonizzazione, quella politica dei fatti compiuti che azzera la prospettiva di uno Stato palestinese che sia ben altra cosa da una sorta di bantustan mediorientale. Uno Stato è una entità compatta territorialmente, con una piena sovranità  su ogni zolla del proprio territorio. Uno Stato indipendente deve avere pieno controllo dei suoi confini e delle sue risorse idriche. Altrimenti è uno “Stato-farsa”. Una farsa a cui non possiamo soggiacere. Il popolo palestinese ha pagato un prezzo altissimo a un processo che ha negato la pace. L'ha pagato, l'abbiamo pagato, con la vita di molti civili palestinesi, con la colonizzazione forzata della Cisgiordania,  con i palestinesi di Gerusalemme Est cacciati dai quartieri arabi per far posto ai coloni ebrei, con l’assedio di Gaza. L'abbiamo pagato con un furto senza precedenti di terre e di risorse perpetrato dal governo israeliano anche attraverso la pulizia etnica e misure degne di un regime di apartheid. C'è solo una definizione che dà il senso di questo sistematico scempio di legalità: punizione collettiva contro il popolo palestinese. Su un punto vorrei insistere con forza, perché lo ritengo davvero dirimente: il riconoscimento dello Stato palestinese non dipende, non può dipendere dai risultati delle trattative con Israele; è un diritto naturale, politico e giuridico del nostro popolo e non è merce di scambio. Il negoziato deve vertere sui confini, sullo status di Gerusalemme, sul controllo delle risorse idriche…ma non sul principio dell’autodeterminazione nazionale. Questo principio non è negoziabile”.


Lei fa riferimento al processo di pace. E’ ancora convinta che una pace giusta, duratura, debba fondarsi sulla soluzione “a due Stati”?


“Non vedo altre possibilità. Se questa prospettiva viene meno, per molto tempo non ci sarà speranza di pace”.


Il 2 Marzo Israele torna alle urne, per le terze elezioni anticipate in meno di un anno. Cosa si attende, da palestinese, da questa tornata elettorale?


“Da tempo non mi faccio più grandi illusioni. Forse daranno vita a un governo di unità nazionale, magari alcuni falchi impresentabili a livello internazionale verranno messi ai margini, ma nella sostanza no, non credo che il 2 Marzo si aprirà un nuovo capitolo nelle relazioni fra Israeliani e Palestinesi. Ora leggo che anche il più accreditato rivale di Netanyahu (Benny Gantz, il leader del partito centrista Blu-Bianco, ndr) si proclama favorevole all’annessione della Valle del Giordano da parte d’Israele. Se questa è l’alternativa alle destre! Gantz vuole dimostrarsi ancora più affidabile di Netanyahu quanto a negare i diritti dei Palestinesi, una faccia più presentabile ma non un’alternativa al pugno di ferro contro il mio popolo. Se il negoziato riprenderà un giorno è solo se ci sarà una fortissima pressione esterna, se gli Stati Uniti e l’Europa s’impegnassero assieme per costringere i governanti israeliani a una trattativa che avesse chiari tempi e sbocchi. Ma all’orizzonte non mi pare di intravedere questa determinazione, non con Donald Trump alla Casa Bianca. Certo, la pace non può essere imposta dall’esterno né calata dall’alto, ma è altrettanto vero che serio negoziato o nasce da un’assunzione di responsabilità della comunità internazionale altrimenti sarà una ennesima presa in giro destinata al fallimento”.


Netanyahu ha chiesto più volte al presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di riconoscere Israele come Stato ebraico. Una richiesta che Abu Mazen ha sempre rigettato.


R)”E lo ha fatto a ragione. Con questa richiesta, del tutto strumentale, Netanyahu vuole che i palestinesi cancellino la loro storia, che neghino l’esistenza stessa del problema dei rifugiati. Con una richiesta del genere, vogliono metterci contro i nostri fratelli arabi con passaporto israeliano (oltre 1milione di persone, il 20% della popolazione dello Stato d’Israele, ndr). Sia l’Olp che l’Autorità Palestinese hanno riconosciuto lo Stato d’Israele. Cos’altro vogliono di più? Israele si fa vanto di essere l’unica democrazia in Medio Oriente. Ma che democrazia è quella che tiene sotto occupazione un altro popolo, negandogli diritti e identità, espropriandone le terre, le risorse idriche, chiudendo gli occhi di fronte alle sistematiche violenze dei coloni!”.


C’è chi sostiene che, in fondo, una Terza Intifada non sia nell’interesse né dell’Autorità nazionale del presidente Abu Mazen e neanche di Hamas…


R)”La prima Intifada spiazzò lo stesso Arafat ed anche  Hamas. I Palestinesi non sono comandabili a bacchetta, hanno sfidato i carri armati israeliani perché la rabbia e il dolore accumulati in decenni avevano incrociato un progetto politico, si erano riconosciuti in una leadership interna e in quello che veniva riconosciuto come un simbolo di quella causa: Yasser Arafat. Oggi non esistono più simboli, il malessere sociale è cresciuto. Attenzione, però,  a tirare conclusioni affrettate misurando la reazione palestinese di questi giorni solo in termini numerici. Perché ciò che abbiamo imparato sulla nostra pelle in questi cinquant’anni di occupazione, è che i movimenti di resistenza hanno momenti di esplosione e altri di ripiegamento, ma l’importante è far vivere la speranza che esista un futuro. Mi lasci aggiungere che se è sbagliato tratteggiare i giovani palestinesi come eroi da fumetti, pronti a sfidare sempre e comunque, uno degli eserciti più agguerriti e armati al mondo, è altrettanto sbagliato pensarli e raccontarli come persone prive di ideali e di passioni, il cui principale problema è quello di trovare il modo di sopravvivere al meglio. Quello palestinese è un popolo giovane, mediamente colto, e i giovani palestinesi hanno le qualità per emergere. Ma sanno che per sentirsi liberi non basta navigare in internet o sognare di realizzarsi al di fuori della Palestina. Non sono carne da macello, né una massa di disperati mossi da un insaziabile desiderio di vendetta. Vogliono vivere e non trasformarsi in strumenti di morte. Ma vivere da donne e uomini liberi. Ed è su questa volontà che noi dobbiamo puntare. Nei modi e nei tempi necessari”.


Qual è il suo giudizio sulla politica mediorientale portata avanti dalla Presidenza Trump, in particolare per ciò che concerne il conflitto israelo-palestinese?


“Assolutamente negativa. Non c’è un atto, uno solo dell’amministrazione Trump che non abbia favorito i falchi israeliani.  In questo modo, il presidente Trump ha tolto ogni significato ad un negoziato tra Israele e i Palestinesi. Di cosa dovremmo discutere? Di qualche milione di risarcimento? O di un mini stato modello bantustan sudafricano? I nostri diritti non hanno prezzo, La nostra libertà non è in vendita”.


Cosa si sente di chiedere oggi al Governo italiano?


Di riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina, entro i confini del’67 e con Gerusalemme Est sua capitale.  A fianco e non contro Israele. Sarebbe una importante assunzione di responsabilità, oltre che un atto che va nella direzione di una pace giusta, tra pari”.