A Beirut è in corso il suicidio del ceto politico cristiano

Il Libano si appresta ad aver un governo espressione della maggioranza che ha sostenuto Assad nella guerra siriana e con l'appoggio della minoranza cristiana

Proteste a Beirut

Proteste a Beirut

Riccardo Cristiano 21 gennaio 2020
Il fatto è clamoroso. Da quasi quattro mesi ormai il Libano è un Paese sull’orlo del precipizio. Ma siccome queste espressioni sanno di falso, sembra che certi Paesi trascorrano anni fermi sull’orlo del precipizio, possiamo dire che a ottobre il Libano ha preso atto di aver cominciato la sua discesa in un precipizio alla cui fine c’è il default. Il Paese così è sceso in piazza per mandare a casa un ceto politico corrotto oltre il verosimile. Il premier Hariri e il suo governo di unità nazionale si sono dimessi e la coalizione di maggioranza costruita intorno a Hezbollah dal suo eterno alleato, Nabib Berri, anche lui sciita, e dal principale partito cristiano, che fa riferimento al capo dello stato Michel Aoun e che è guidato da suo genero, il ministro degli esteri Gebran Bassil, ha intrapreso la costituzione di un governo politico, espressione della sola maggioranza. Dunque il Libano si appresta ad aver un governo espressione della maggioranza che ha sostenuto Assad nella guerra siriana e che propone risolvere i problemi interconfessionali con la scelta dell’alleanza della minoranza, cioè un accordo confessionale tra la minoranza religiosa della regione, i cristiani, e la minoranza dell’Islam, gli sciiti, contro un mondo, quello sunnita, ritenuto pericoloso.
Ma l’alleanza delle minoranze si arenata nello scontro delle minoranze cristiane. Accade infatti che questo governo, espressione di una maggioranza politica, non riesce a definirsi da oltre un mese per il conflitto che oppone il leader del principale partito cristiano, Gebran Bassil, a quello di un altro piccolo partito cristiano, Sleiman Frangie. Gli altri due partiti cristiani contrari a questa visione non faranno parte della coalizione. Ma allora il disaccordo cristiano su cosa è? Semplice. Sul fatto che entrambi i leader che aderiscono alla maggioranza vorrebbero succedere a Michel Aoun alla presidenza della repubblica. Frangie e Bassil esprimono la stessa visione politica, le stesse alleanze. Il primo è amico personale di Assad, il secondo si è speso espresso per lui in tutti gli anni del conflitto. Entrambi sono apprezzati da Hezbollah. Ma entrambi i leader vogliono essere il futuro presidente. E così un Paese sull’orlo del default è paralizzato da un conflitto inter-cristiano. Da un mese. Questo conflitto lo capiscono solo i libanesi. Accade infatti che in Libano ci sia una norma, detta “il terzo bloccante”, che comporta che se un terzo dei ministri è contro un provvedimento governativo quel provvedimento è bloccato, non può essere varato. E’ stata pensata tempo fa come garanzia interconfessionale, visto che i governi di norma rappresentano equamente cristiani, sunniti e sciiti. Si volevano evitare decisioni contro una singola comunità. Ecco che ora di Frangie si dice che voglia due ministri per il suo partitino. E’ normale che un partito ritenga che avere due ministeri sia meglio di averne un ministero solo, ma in questo caso l’intenzione è un’altra: impedire che il rivale Bassil abbia il terzo bloccante. E allora? Allora il premier ha pensato di proporre l’incremento dei ministri: Sleiman Frangie avrebbe il suo secondo ministro e, sembrerebbe, Bassil il suo terzo bloccante. Ma non basta.
Bisogna anche sapere che nei moti di piazza tantissimi libanesi hanno chiesto che i ministri siano tecnici, non i vecchi politici, screditati e ritenuti corrotti. La richiesta è stata accettata. Ma sono i capi partito che trattano nei minimi dettagli la lista dei ministri e dei sottosegretari, al punto che Bassil sarebbe arrivato a proporre un suo uomo per l’incarico contemporaneo di ministro difesa e dell’energia. Ora, che nel contesto attuale il Libano abbia bisogno di un ministro della difesa energico appare logico, ma non sembra una buona ragione per inventarsi un tecnico competente in materia di difesa e di approvvigionamento energetico.
È per tutto questo che le parole del patriarca maronita, la comunità alla quale appartengono sia l’uno che l’altro protagonista di questa contesa, per il quale chi ritarda la formazione dell’esecutivo è un nemico del Libano, sono apparse a tutti durissime, quasi una sconfessione. Ma nulla è cambiato. I protagonisti sono sempre loro e si è arrivati al fatto che maggiormente dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore il futuro dei cristiani in quella regione: migliaia di manifestanti, tra i quali tantissimi cristiani, hanno protestato perché Gebran Bassil, che è ministro degli Esteri dimissionario ma che certamente non rientrerà nel governo, ha confermato la sua partecipazione all’incontro di Davos. Una prima petizione on line contro la sua partecipazione al summit elvetico ha raccolto rapidamente 6mila firme. Poi è arrivata la seconda: “Gebran Bassil è stato protagonista di tutte le scelte disastrose che ci hanno condotto sin qui. I libanesi non possono accettare che un ministro fallito, corrotto e messo alla porta li rappresenti sulla scena mondiale.” Poche ore dopo la sua comparsa ha ottenuto 12mila firme. Intanto i feriti degli scontri verificatisi da sabato a Beirut sono arrivati in totale a 540. C’erano forze occulte dietro i teppisti di sabato? C’erano solo loro? Dirlo oggi è difficile, ma il comportamento politico che i leader cristiani alleati di Hezbollah stanno tenendo è così grave da rasentare l’irresponsabilità. Intanto non si può che rimandare ulteriormente, a fine mese, la discussione del bilancio dello stato per il 2020. Il Libano merita, non solo per i libanesi, più serietà. Proprio oggi però Frangie ha sparato ad alzo zero contro Gebran Bassil. E meno male che loro due, nel campo cristiano, propongono l’alleanza delle minoranze per salvare il futuro dei cristiani nel Medio Oriente...