La sfida di Ayman Odeh: "Cambiare Israele portando gli arabi al governo"

Parla il leader della Joint List, la Lista araba unita che con 13 seggi è diventata terza forza alla Knesset, il Parlamento israeliano

Ayman Odeh, leader della Joint List, la Lista araba unita

Ayman Odeh, leader della Joint List, la Lista araba unita

Umberto De Giovannangeli 19 gennaio 2020

La rivista Time lo ha inserito tra i 100 astri nascenti della politica a livello mondiale. Di certo, oggi è uno dei leader politici più carismatici nel panorama politico israeliano. Ayman Odeh, 45 anni, leader della Joint List, la Lista araba unita, pensa in grande. E in questa intervista esclusiva concessa a Globalist, svela il suo sogno che vuole trasformare in realtà: “Cambiare la storia d’Israele, portando gli arabi israeliani al governo”. Nelle elezioni del 17 settembre 2019, la Joint List ha ottenuto 13 seggi, terza forza alla Knesset, il Parlamento israeliano. I sondaggi per le elezioni del 2 marzo, danno La Lista araba unita  in crescita, con una previsione di 15 seggi. “Una cosa è certa – dice Odeh -  gli arabi israeliani (il 20,9% su una popolazione, secondo il recentissimo aggiornamento dell’Ufficio Centrale di statistica di  8.907.000,   il 74% ebrei, ndr) hanno conquistato uno spazio centrale nella vita politica d’Israele. Non siamo più una riserva indiana, chiunque intenda governare il paese deve fare i conti con noi. Siamo diventati l’ossessione di Netanyahu e della destra più integralista. Per noi è una medaglia”.


Israele torna al voto, per le terze elezioni anticipate in nemmeno un anno. Sarà l’ennesimo referendum su Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo nella storia d’Israele?


“Lui vorrebbe che fosse così, ma noi faremo di tutto per non cadere nella trappola. Netanyahu tiene in ostaggio Israele, anteponendo i propri interessi personali a quelli del Paese. E’ arrivato a istigare la piazza contro un inesistente golpe, perché il procuratore generale d’Israele, peraltro nominato dallo stesso Netanyahu, ha ‘osato’ incriminarlo per gravi reati di corruzione. Il vero golpista è lui, Benjamin Netanyahu, un uomo che pretende di essere al di sopra della legge”.


Come intende essere in campo la Joint List?


Con l’orgoglio della nostra identità, con la forza delle nostre idee. Per tanto, troppo tempo, la discriminazione verso gli arabi israeliani è stata trasversale ai partiti israeliani. Variavano i toni, ma non la sostanza: la nostra era un’esclusione pregiudiziale. Ora non è più così. Nessuno ci ha regalato niente. Abbiamo combattuto perché le problematiche che riguardano una comunità che rappresenta oltre il venti per cento della popolazione d’Israele entrassero nell’agenda politica di chi ha l’ambizione di governare”.


Il riferimento è al leader di Kahol Lavan (Blu Bianco), l’ex capo di stato maggiore di Tsahal, Benny Gantz. Lei lo ha indicato come premier nelle consultazioni che aveva avviato il capo dello Stato israeliano, Reuven Rivlin, dopo il voto del 17 settembre. Vale anche per il futuro?


Dipenderà dalle sue scelte. Di certo, dovrà conquistare il nostro sostegno. Gantz ha dimostrato di avere capacità di ascolto e ha convenuto che le questioni che noi abbiamo posto sul tavolo devono essere affrontate e portate a soluzione Per quanto ci riguarda, restiamo fedeli ai valori di pace e uguaglianza e, come sempre, accogliamo con favore l’isteria del Likud. Il voto degli arabi israeliani, con la loro massiccia partecipazione elettorale, è risultato decisivo per sconfiggere Netanyahu e il peggiore governo della storia d’Israele, dominato da una destra razzista, nemica di una pace giusta con i palestinesi. Per noi è un motivo d’orgoglio essere attaccati da questi fanatici”.


Ad attaccare la Joint List non è solo Netanyahu, ma anche il leader di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, che ha definito l’alleanza dei partiti arabi israeliani una “quinta colonna”, aggiungendo che questa definizione non va messa tra virgolette, ma intesa letteralmente.
“Quinta colonna di chi? Dei palestinesi, che la destra oltranzista vorrebbe spazzare via dalla West Bank, come se milioni di persone potessero essere cancellate con un tratto di penna o deportate in massa verso dove peraltro… Una pace giusta e duratura con i palestinesi, fondata sulla soluzione a due Stati, non è una concessione che Israele fa sulla base di un astratto principio di giustizia e legalità internazionale, tanto meno un cedimento ai “terroristi”. Riconoscere il diritto del popolo palestinese a vivere in uno Stato indipendente a fianco dello Stato d’Israele, è un investimento sul futuro che Israele fa per se stesso. Non esistono scorciatoie militari per dare soluzione al conflitto israelo-palestinese, l’unica via praticabile è quella del dialogo, del negoziato, del compromesso. Se questo per qualcuno vuol dire essere una “quinta colonna”, allora sì, lo siamo. Siamo la “quinta colonna” di una pace tra pari. Noi vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele, sulla vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, sulla giustizia sociale e sicuramente sulla democrazia per tutti. Un’aspirazione che non potrà mai essere realizzata se al governo ci saranno ancora Netanyahu e le destre razziste”.


Gantz ha accusato Netanyahu di “sfascismo” per aver portato Israele alle terze elezioni anticipate...
“Il terrore di Netanyahu si chiama incriminazione per reati gravi come frode e corruzione. Egli pretende di essere al di sopra della legge, e continua ogni giorno, con dichiarazioni irresponsabili come quelle del ministro della Giustizia, ad attaccare frontalmente la magistratura, la polizia. Quello che Netanyahu pretende è l’impunità, che nella sua testa otterrebbe se fosse confermato primo ministro. Un politico che tiene in ostaggio un Paese non può candidarsi a guidarlo. C’è bisogno di una discontinuità netta col passato. L’uscita di scena di Netanyahu è importante ma non basta per imprimere una svolta radicale nel governo d’Israele. Noi arabi israeliani non vogliamo essere tollerati, ma considerati cittadini d’‘Israele a tutti gli effetti, né più né meno degli ebrei israeliani. È questa la sfida che lanciamo. Ed è una sfida che investe l’essenza stessa della democrazia e dell’idea di nazione. A votarci, il 17 settembre, non sono stati solo gli arabi israeliani, ma tanti ebrei israeliani che condividono la nostra idea di democrazia, che si battono perché lo Stato d’Israele sia, a tutti gli effetti e su ogni piano, lo Stato degli Israeliani, ebrei e arabi. È la rivendicazione di un diritto di cittadinanza che supere le appartenenze comunitarie. Un governo che lavorasse per questo, sarebbe davvero un governo del cambiamento”.


Un governo che potrebbe contare sui voti della Joint List?
“Non farlo sarebbe difficile da spiegare”.


Lei parla di svolta. Questo deve riguardare anche il processo di pace con i vostri “fratelli” palestinesi? A Ramallah come a Gaza non si fanno grandi illusioni.


”Israele potrà ambire ad essere un Paese normale solo quando raggiungerà una pace giusta e duratura con i Palestinesi. Una pace fondata sulla soluzione a due Stati. Fuori da questa prospettiva, c’è solo il perpetuarsi dello status quo. Una pace giusta con i Palestinesi è un investimento sul futuro. Perché non sarà con la forza che costruiremo un futuro di pace, né portando avanti la colonizzazione dei Territori palestinesi. Le risorse economiche che le destre hanno utilizzato per ampliare gli insediamenti vanno destinate all’istruzione, al sostegno delle fasce più deboli della società, a creare opportunità di lavoro per i giovani. Un Israele più giusto non si costruisce con più colonie”.


Haaretz, il quotidiano progressista israeliano, la candida come il vero leader in pectore della sinistra israeliana...


Ne sono onorato, non per me ma perché vuol dire che pensare ad un arabo israeliano come un possibile leader della sinistra israeliana, è già di per sé un segno importante di cambiamento, culturale, prim’ancora che politico. Una cosa è certa: il mio impegno va alla costruzione di un movimento ebraico-arabo progressista, che ridefinisca l’idea stessa di identità nazionale ,non più legata ad una appartenenza etnico-religiosa che istituzionalizzi cittadini di serie A, gli ebrei, e di serie B, gli arabi israeliani. Per farlo c’è bisogno di una battaglia culturale che accompagni e rafforzi l’azione politica. Perché si tratta di riscrivere la storia d’Israele, ridefinire l’idea stessa di cittadinanza, combattere una deriva etnocratica alimentata dalle destre. Non si tratta solo di cambiare governo. Si tratta di cambiare mentalità. E questo, ne sono consapevole, è un impegno di una vita”.


Verrà un giorno in cui Israele potrà accettare un primo ministro non ebreo?


“Lo spero, e non solo da arabo israeliano. Perché quel giorno sarebbe la consacrazione di una democrazia compiuta, l’alba di un nuovo Israele”.