Il cambiamento d'epoca e la sinistra sovranista

Nel cuore delle sinistre europee la sensibilità al sovranazionale si riduce sempre di più mentre resiste tra i cristiano-popolari, che vedono nei nazionalisti un loro acerrimo avversario, soprattutto se manipola simboli religiosi.

Il vertice di Davos

Il vertice di Davos

Mario Giro 30 dicembre 2019

Il cambiamento d’epoca di cui parla papa Francesco riguarda anche la politica. Il caso regna tra le vecchie culture politiche. Tra antimondialisti e sovranisti ormai esiste una linea di comunicazione costante. Così come tra sovranisti ed iperliberisti preoccupati dalla Cina. Le regole di schieramento non sono più valide e tutto si confonde, prova ne sia il lento convergere verso Salvini non solo degli ex Forza Italia ma anche di pentastellati in cerca di nuove sponde.


In particolare nella sinistra-sinistra sta avvenendo una certa mutazione. Sovranismo di sinistra non è solo una contraddizione in termini: una parte della sinistra europea guarda alle tesi sovraniste con sempre maggior interesse. D’altra parte una ragione ai frequenti passaggi di elettori ed eletti (per ora solo locali) dal mondo della sinistra verso la Lega ci deve pur essere. Si tratta di quella sinistra che guarda alle nuove forme di anti-mondialismo associandolo orami alle sirene sovraniste. Tale travaso accade altrove in Europa: dai comunisti verso i lepenisti in Francia ad esempio, con interi quartieri operai rossi che hanno spostato il proprio voto. Un aiuto a tali posizioni viene da ultrà di sinistra come Yanis Varoufakis, ex ministro di Tsipras, e Jean-Luc Mélenchon, leader della “France Insoumise” (Francia Indomita): il primo aveva simpatia per alcune posizioni giallo-verdi; il secondo lodò la manovra finanziaria del 2018.


No-global e nazionalisti contemporanei concordano almeno su guerra al grande capitale (per ora a parole), ai fondi di investimento e alle imprese transnazionali; si oppongono alla globalizzazione e alle sue quattro libertà (movimento di merci, servizi, finanza e persone); criticano le organizzazioni internazionali e auspicano un processo di “de-mondializzazione”.


Essere di sinistra (o dire qualcosa di sinistra) oggi si è trasformato in un problema di coscienza per i progressisti: se critichi la globalizzazione e il multilateralismo (assortito da multiculturalismo ecc.) divieni compagno di strada dei populisti e destre estreme; se la abbracci ti ritrovi con Davos, Wall Street e accusato di essere radical chic. “Main Street” è occupata ormai da ogni specie di arrabbiati, neo-luddisti, confusi e senza un reale programma solidaristico se non una ipotetica quanto sfuggente retromarcia, che in Italia significa appunto l’assistenzialismo del reddito di cittadinanza. Eppure, se le soluzioni non convincono il problema esiste. Il lavoro manca e mancherà sempre di più, complice l’innovazione tecnologica galoppante. I “forgotten” d’Occidente non hanno strumenti per cavalcarla: alle prese con “la fine del mese” non capiscono i discorsi sulla “fine del mondo” alla Harari (transizione tecnologica, crisi ambientale, fake news e libertà di stampa o declino della democrazia) che giungono dall’alto, dalle elites. Ecco perché alla fine il reddito di cittadinanza piace. Disoccupazione, crisi degli ammortizzatori e abbassamento del potere d’acquisto acciecano la maggioranza della classe media europea in crisi da declassamento e che non vuole sentire ragioni.


Tutto ciò è già accaduto: il tema del “lavoro sovrano” ha le sue radici in una storia. Per capire si è costretti ad iniziare sempre dallo stesso argomento: l’immigrazione. L’idea che la presenza di braccia straniere indebolisca il proletariato nazionale è “antica quanto il marxismo” come sostiene la studiosa del fenomeno Anne Chemin. Il capitalismo è stato sempre criticato perché, pur di abbassare i salari, è pronto a rifornirsi nell’ “esercito di riserva” di braccia straniere. Marx nel Capitale parla della dinamica dei salari che il capitale manipola mediante: “la dilatazione o il restringimento dell’esercito industriale di riserva”. Già attorno al 1880 la Francia aveva circa un milione di lavoratori stranieri e nel programma del Partito Operaio francese (scritto da Marx e Engels) si stigmatizzava il comportamento del patronato che “pesca nel serbatoio dei morti di fame del Belgio, d’Italia, di Germania…”. Jean Jaurès, il campione del socialismo d’oltralpe, difensore di Dreyfus e paladino del pacifismo, credeva che i lavoratori immigrati fossero “riservisti”, una minaccia per quelli francesi. In un discorso del 1894 significativamente intitolato “Per un socialismo doganale”, Jaurès affermava: ”ciò che non vogliamo è che il capitale internazionale vada a cercare la manodopera sui mercati in cui essa è più svilita, umiliata, deprezzata per gettarla senza controlli e senza regole sul mercato francese, e per portare dovunque nel mondo i salari al livello dei paesi in cui sono più bassi. È in questo senso, e in questo senso soltanto, che noi vogliamo proteggere la manodopera francese contro quella straniera, non per esclusivismo campanilistico ma per sostituire l’internazionale del benessere all’internazionale della miseria”.


Ragioni che i leghisti nostrani potrebbero sottoscrivere senza problemi, assieme a tanta attuale sinistra. Già allora i socialisti francesi chiedevano quote e salario minimo. Alla fine ciò che realmente accadde fu una gerarchizzazione del lavoro: ai lavoratori immigrati vennero affidati i compiti più “ripugnanti e pericolosi” e mal pagati, che i francesi iniziavano a rifiutare. Proprio come da noi ora. Travolta dalle due guerre mondiali e congelata dalla guerra fredda, la polemica restò latente mentre la sinistra occidentale si concentrava giustamente sul welfare. Ma dopo la svolta blairiana ora la contesa riprende a causa del fallimento del social-liberismo da pensiero unico. Troppo globalisti, i progressisti si ritrovano senza programma e senza idee.


Per circa due secoli “essere di sinistra” o progressista ha significato immettersi nella corrente che dall’illuminismo porta fino al presente: positivismo, modernizzazione, progresso, libertà dal bisogno, socialismo, civiltà unificata. Il marxismo era la base filosofica di tale cammino; il comunismo la sua nota eroico-militante; la decolonizzazione e l’afro-asiatismo la sua pulsione universale. C’erano varianti (guevarismo, maoismo, “vie nazionali” ecc.) ma la linea era questa, con il sottinteso che occorreva essere pazienti e tolleranti coi regimi autoritari o (temporaneamente?) crudeli del Secondo e Terzo Mondo, mentre in Occidente bastavano euro-comunismo, socialismo o social-democrazie. “Sinistra” era una fede nel potere unificante dell’avanzamento della storia. I fedeli non erano tutti uguali: ci si divideva tra praticanti, veri credenti, vecchi credenti, non praticanti o agnostici, esoterici e financo eretici, ma tutti ancorati allo stesso retroterra culturale.


Poi la storia ha avuto una delle sue svolte inattese, colpendo di sorpresa: c’è stato il crollo di un muro e di un mondo; un inaspettato risveglio del religioso (quello vero) a livello mondiale ma non secondo traiettorie tradizionali; l’affermarsi di un “discorso unico” economico e infine la globalizzazione con i dovuti contraccolpi nazionali o locali. Un improvviso “sciogliete le righe” ha rimescolato tutte le carte. Non ne siamo ancora usciti ma intanto tutto si è confuso. Ecco il cambiamento d’epoca.


Oggi anche dalla sinistra europea si levano voci che potrebbero essere scambiate di destra. Ambienti della Die Linke tedesca ancora criticano l’apertura della Merkel ai migranti del 2015, proprio come fa AfD. I socialdemocratici danesi accusano l’immigrazione di mettere a rischio la coesione nazionale. Quelli svedesi hanno cercato di non perdere le elezioni con norme restrittive. Riprendendo la vecchia polemica ottocentesca, nella sinistra europea si diffonde l’idea che occorra combattere l’apertura delle frontiere non in nome delle “radici cristiane” ma per la difesa del welfare acquisito. Ma ciò non la rende più progressista né la fa sembrare meno bigotta. In molti riscoprono una qualche forma di “atea devozione” per difetto di idee.


Il paradosso è che nel cuore delle sinistre europee la sensibilità al sovranazionale si riduce sempre di più mentre resiste tra i cristiano-popolari, che vedono nei nazionalisti un loro acerrimo avversario, soprattutto se manipola simboli religiosi. Sebbene anche molti cattolici e protestanti stiano cedendo alle sirene sovraniste, i discorsi dei pontefici e l’atteggiamento delle leadership religiose fanno ancora da argine. Il discorso sulla “sicurezza” (leitmotiv di destra) contagia invece come un’ossessione tutti i progressisti laici una volta aperti ai diritti, al multikulti o alla disobbedienza civile e contrari ad ogni forma autoritaria. Così spesso si ritrovano a “destra” di cattolici e protestanti. Il valore dei confini nazionali come protezione di identità (prodotte e mai originarie) e di economie interne (per lo più asfittiche), varca le frontiere ideologiche: in Europa occidentale la Lega di Salvini l’ha intuito per prima. Così i discorsi sull’ “anima dell’Europa“ di inizio millennio, sembrati ai più una retorica per anime belle, entrano ora nel loro vero e vivo significato: ha spaccato le sinistre e aperto un varco a destra, verso l’estrema. Resistono solo alcune posizioni di matrice liberale (pur sospettate di intelligenza con la globalizzazione) e tutti coloro che si richiamano ai valori cristiano-democratici. Potrebbero aggiungersi i verdi, ma solo quelli della versione alla tedesca, comunitaria e non ideologica.


Di fronte al ciclo dell’eterno ritorno delle destre, come far riprendere la marcia della storia? Per l’Italia: come ricreare quel “flusso di vita” che fu l’Ulivo? Concentrandosi sulla persona e sulle persone: al contrario del “popolo”, categoria astratta che il populismo fabbrica con le emozioni e che il sovranismo spaventa, le persone –se le guardi in faccia e le ascolti- non sono intercambiabili né manipolabili. Solo la folla lo è. Un lavoro di rammendo, un lavoro nella società, lungo ma il solo possibile.