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Erdogan affila le armi in Libia mentre la Ue discute sulla missione diplomatica

Il Sultano forza i tempi e in attesa del via libero del parlamento di Ankara i charter hanno portato a Tripoli alcuni jihadisti filo-turchi che hanno partecipato alla pulizia etnica dei curdi nel Rojava

Jihadisti filo-turchi che hanno invaso il Rojava per conto di Erdogan
Jihadisti filo-turchi che hanno invaso il Rojava per conto di Erdogan

Umberto De Giovannangeli

28 Dicembre 2019 - 16.38


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Roma prepara una missione diplomatica europea, Erdogan affila le armi. In Libia la guerra per procura sembra giunta a un punto di non ritorno. 

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Da una parte le forze del generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, che avanzano sulla capitale conquistando anche la strada che porta all’aeroporto; dall’altra la Turchia, con il secondo esercito più grande della Nato, che si prepara a scendere sul campo di battaglia in difesa del sempre più debole Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj. La terza via è quella diplomatica, tracciata dall’Ue.
Sette gennaio: il giorno cruciale
La proposta di una missione europea in Libia  avanzata nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ricevuto il primo ok dei suoi omologhi europei, ma è ancora tutto in definizione. Riferiscono fonti della Farnesina dopo che l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Josep Borrell, aveva annunciato in una telefonata con il ministro degli Esteri di Tripoli, Mohamed Taher Siala, che la visita si terrà il 7 gennaio prossimo. Con lui ci saranno, oltre a Di Maio, anche i capi della diplomazia di Francia, Germania e Gran Bretagna.

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“Si tratta di un importante passo avanti ma stiamo ancora definendo alcuni dettagli. L’unica soluzione possibile alla crisi libica è politica e non militare”, spiegano sempre dalla Farnesina.
Il 7 gennaio sarò una data importante anche perché il Parlamento turco si pronuncerà sul progetto di legge per autorizzare l’invio di truppe in difesa del premier libico Fayez al-Sarraj. L’esito è scontato, viste le premesse del presidente Recep Tayyip Erdogan e non è escluso che si possano anticipare i tempi per la votazione. “Il governo libico ha richiesto il sostegno militare della Turchia. Come ha affermato il presidente Erdogan, onoreremo ovviamente il nostro accordo. Siamo pienamente impegnati a proteggere i nostri interessi reciproci e a riaffermare la stabilita’ nel Mediterraneo”, ha twittato il direttore della comunicazione della Repubblica, Fahrettin Altun.

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“Sosteniamo il governo legittimo riconosciuto a livello internazionale. Le potenze esterne devono smettere di sostenere gruppi illegittimi contro il governo libico”, ha aggiunto.Lo stesso appello arriva anche dagli altri attori in campo. In una telefonata, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo collega egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, hanno discusso della risoluzione della crisi in Libia. I due leader hanno riaffermato la loro determinazione a continuare a coordinare i loro passi per stabilizzare la situazione. Putin e Sisi hanno riconosciuto l’importanza degli sforzi di mediazione della Germania e delle Nazioni Unite nel contesto della promozione di un processo politico che coinvolga tutti i principali partiti libici.
La Grecia da parte sua ha messo in guardia il presidente turco sostenendo che “sta scherzando con il fuoco” e che Ankara rischia un ulteriore isolamento diplomatico per via del suo probabile coinvolgimento nel conflitto libico.
Le milizie del Sultano
Il governo turco pare abbia allertato già i combattenti della divisione del Sultano Murat e delle brigate Suquor al-Sham, il cui trasferimento sarebbe già iniziato in vista del voto parlamentare del 7 gennaio prossimo che invece riguarda l’esercito regolare di Ankara.
Il vantaggio per i turchi risiede nel fatto che un eventuale (ma a questo punto probabilissimo) invio sul terreno libico dei miliziani, a differenza delle truppe ufficiali, non richiederebbe alcuna autorizzazione formale, per cui non sarebbero sottoposti neanche ad eventuali controlli preliminari.
Secondo quanto pubblicato dalla stampa libanese la Turchia ha in programma di trasferire 200 militanti siriani in Libia, confermato anche da alcuni media arabi secondo cui un volo charter da Istanbul a Tripoli ha rifiutato di condividere l’elenco dei passeggeri per motivi di sicurezza.
Ma il partito di giustizia e sviluppo (
Akp) al potere in Turchia ha annunciato che la mozione che autorizzerà il governo a inviare truppe in Libia potrebbe essere anticipata al 30 dicembre. Un’accelerazione forse dettata dalla mossa dell’Ue e che a questo punto potrebbe innescare una reazione a catena da parte di tutte le parti in causa. Secondo Fahrettin Altun, speaker presidenza turca, la Turchia onorerà il suo accordo con il governo di Tripoli: “Mentre sosteniamo il governo libico, non vogliamo che la Libia sia una zona di guerra. Quelle forze regionali che lavorano per ristabilire regimi repressivi che non rispondono al popolo, sono già attive in Libia”, con riferimento a Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, ovvero quei players che appoggiano Haftar. Al comando di queste truppe paramilitari ci saranno gli uomini di Faylaq al-Sham, accusati di crimini di guerra nelle azioni condotte nel nord della Siria: “Le forze di Tripoli hanno inviato armi e munizioni per aiutare i ribelli siriani nel 2011. Hanno persino inviato loro comandanti ad aiutarli – ha detto la fonte siriana – Faylaq al-Sham ha ricambiato il favore nel 2013 con l’invio di ufficiali con compiti di consulenza a favore delle forze di Tripoli contro le forze di Bengasi“. E come per le incursioni nei villaggi curdi in Siria, le milizie irregolari non verrebbero di fatto sottoposte a controlli. 
Continua intanto l’avanzata delle milizie fedeli all’uomo forte della Cirenaica impegnate nell’offensiva su Tripoli. L’autoproclamato 
Esercito Nazionale Libico(Lna) legato ad Haftar, secondo diversi tweet diffusi da al-Arabiya, fa sapere di aver preso il controllo dell’aeroporto di Tripoli, chiuso dal 2014, di alcuni depositi di carburante, del ponte al-Frosseya e del campo militare di al-Naqlia, ribadendo che l’avanzata delle forze della Cirenaica continuerà fino a quando la capitale non sarà finita sotto il loro controllo. Sempre secondo l’emittente, violenti scontri sono in corso sulle strade che portano al centro della capitale. “Nelle prossime ore ci saranno sorprese per tutti i libici”, ha aggiunto il portavoce di Haftar, il generale Ahmed al Mismari
Roma declassata
“L’Italia –  dice all’Agi Pietro Figuera, analista autore de ‘La Russia nel Mediterraneo’ (Aracne editrice) e vicepresidente dell’Istituto analisi relazioni internazionali – mantiene una posizione ambigua e a larghi tratti indecifrabile, in primis per noi stessi analisti. Se fino a ieri ciò poteva apparire all’estero come parte di una raffinata o contorta strategia, oggi invece è sempre più evidente, purtroppo, che non si tratti di questo”. “La volontà di non inimicarsi nessuno – anche chi ci è stato apertamente ostile, come le forze di Haftar – si è unita alla generale disattenzione della nostra politica (riflesso del disinteresse dell’opinione pubblica) su questi temi. Provocando mosse blande e contraddittorie. La Libia è chiaramente la cartina di tornasole di questo atteggiamento: la prossima conferenza di Berlino certificherà il declassamento del nostro Paese da un dossier che invece su tanti fronti (da quello energetico a quello migratorio) sarebbe per noi vitale”, conclude l’analista. “L’Italia – rimarca al Sir Michela Mercuri, analista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano e di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata.
sta attuando degli sforzi diplomatici tardivi ma sicuramente. importanti. Sta tenendo aperto un dialogo con tutte le parti, tra al-Sarraj e Haftar, e con tutti gli attori che li sostengono. Ci sono state telefonate del nostro premier Conte con Putin e il presidente egiziano al-Sisi, entrambi alleati di Haftar. Tuttavia credo che questi sforzi diplomatici – in un momento in cui si registra da un lato una escalation di violenze sul terreno e dall’altro si nota che le sorti del conflitto sono gestite da Turchia e Russia, che combattono sul terreno – difficilmente troveranno una loro reale applicazione a meno che le due potenze non decidano di convergere all’interno di un tavolo internazionale. Ma una cosa è certa: se la soluzione del conflitto libico sarà diplomatica o militare questo non dipenderà né dall’Italia, né dall’Ue, ma da cosa vorranno fare i due player internazionali coinvolti, Russia e Turchia”. Duro il giudizio di Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di geopolitica economica: ”La situazione – afferma – è drammatica ma non poteva finire altrimenti, L’Italia ha infatti sbagliato completamente lo schieramento. Si è messa cioè col perdente, anziché con i vincitori. E poi ha sbagliato del tutto l’analisi strategica, e mi spiego partendo da una domanda: qual è l’interesse chiave dell’Italia? La risposta è duplice: che l’Eni possa continuare a godere di una buona posizione, e che dalla Libia non partano profughi che mettano in difficoltà il nostro paese. L’interesse nazionale italiano, pertanto, consiste nel chiudere rapidamente questa crisi aiutando chi può vincere. Noi invece, ci siamo messi ad aiutare il perdente.. Il problema è che il nostro governo deve cambiare linea ma non sa come farlo. Tra l’altro, mi tocca ricordare che è del tutto normale in politica internazionale cambiare schieramento. E questo è proprio ciò che il nostro governo dovrebbe fare adesso che la Turchia, firmando un patto con Sarraj che apre all’intervento militare di Ankara in Libia, gli ha fornito la scusa per farlo. L’Italia ha scelto la parte minoritaria e perdente, mettendosi contro, in un colpo solo, i sauditi, l’Egitto, Israele, gli Usa e la Russia. Non riesco francamente ad individuare un solo motivo per giustificare una scelta così strampalata”. Insomma, siamo messi molto male. “Grazie alla sua egemonica influenza sul GNA – annota Gianandrea Gaiani, tra i più autorevoli analisti di strategia militare italiani – Ankara potrebbe puntare a breve termine al ritiro dei militari italiani dalla Libia e successivamente ad acquisire, con proprie compagnie e a spese dell’ENI, le concessioni per l’estrazione di gas e petrolio in Tripolitania. Senza contare il ricatto che Erdogan potrebbe esercitare sull’Italia minacciando di lasciare via libera ai trafficanti di esseri umani anche sulla “rotta libica” come già minaccia di fare su quella balcanica”.

 

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