La nipote di Rabin: "Israele prigioniero di Netanyahu, questa destra fa paura"

Noa Rothman, la nipote del premier laburista assassinato la notte del 4 novembre 1995 da un giovane estremista di destra: "Ha alimentato un clima di odio e dato un colpo mortale alla pace

Noa Rothman

Noa Rothman

Umberto De Giovannangeli 24 dicembre 2019

“Israele non può restare prigioniera di un politico che sta scientemente operando per lacerare il Paese, distruggere le fondamenta stessa dello stato di diritto, sposando le tesi più radicali di una destra fanatica e oltranzista. I grandi leader si riconoscono per la capacità di fare un passo indietro quando in gioco è il bene della Nazione, quando sanno come uscire con dignità dalla scena politica. Benjamin Netanyahu ha ampiamente dimostrato di non avere lo spessore di uno statista”.
A sostenerlo, in questa intervista concessa è Noa Rothman, la nipote del premier laburista assassinato la notte del 4 novembre 1995 da un giovane estremista di destra, Yigal Amir, al termine di una imponente manifestazione per la pace a Tel Aviv. Ventiquattro anni fa le sue parole commossero il mondo, molto più dei discorsi dei grandi della Terra riuniti sul monte Herzl, nel cuore della Gerusalemme ebraica, per dare l’ultimo saluto a Yitzhak Rabin.
In lacrime, Noa, allora diciottenne, aveva letto il suo addio al nonno materno, nella sua casa passava la maggior parte del tempo perché quand’era piccola la madre era malata: “Mi perdonerete perché non voglio parlare di pace. Voglio parlare di mio nonno. Eri, e ancora sei, il nostro eroe. Voglio che tu sappia: in tutto quello che ho fatto ti ho sempre avuto davanti ai miei occhi. Persone molto più importanti hanno parlato prima di me, nessuna di loro ha avuto la fortuna di sentire la carezza delle tue mani calde, morbide o di provare il tuo abbraccio che era solo per noi o il tuo mezzo sorriso che diceva così tanto, lo stesso sorriso che ora non è più”.


Per la terza volta in meno di un anno Israele torna al voto, fissato per il 2 marzo 2020, in un clima avvelenato. Si preannuncia una campagna elettorale intrisa di odio, fatta di colpi bassi, di una personalizzazione esasperata. E’ possibile una inversione di tendenza?


”Lo spero ardentemente ma in tutta sincerità non mi faccio illusioni.  Sull’odio non si costruisce nulla di buono, ma si ipoteca il futuro delle giovani generazioni. Quella che dobbiamo condurre è una battaglia culturale, prim’ancora che politica. Non è più questione di destra o di sinistra, ma di civiltà o barbarie”.


Una civiltà che deve fare i conti con una vittoria, culturale prima ancora che politica, che ha permesso alla destra e a Netanyahu di governare ininterrottamente negli ultimi dieci anni. Un grande storico israeliano, Zeev Sternhell, ha sostenuto che l’affermarsi di questa destra che estremizza l’elemento identitario e trova nel messianesimo nazional-religioso, ispirato al pensiero dell’ideologo del revisionismo sionista, Zeev Jabotinsky, il suo punto di forza, sancisce la morte del sionismo, quello dei padri della patria, quel sionismo che ispirò anche l’azione di suo nonno, Yitzhak Rabin.


”Il professor Sternhell, di cui mi onoro di essere amica, ha ragione quando afferma che senza una grande battaglia culturale è impossibile pensare ad una vittoria politica che vada oltre il successo in una tornata elettorale. Questa destra agita il tema della sicurezza per alimentare paure e un clima di perenne emergenza. Quella che la ispira, è l’idea di un Paese in trincea, sempre alle prese con un Nemico, sia esterno che interno. Ma il sionismo non è stato mai questo. I fondatori dello Stato d’Israele erano animati da una concezione aperta, inclusiva, dello stesso ebraismo e il loro sogno era quello di far vivere un Paese ‘normale’, che non aveva missioni divine, da popolo eletto, da dover condurre né territori da conquistare in nome di ‘Eretz Israel’, la sacra Terra d’Israele. Mio nonno, Yitzhak Rabin ha trascorso gran parte della sua vita a combattere i nemici d’Israele: alla storia è passata una foto, che conservo gelosamente, di lui e Moshe Dayan al Muro del Pianto, dopo la vittoria nella Guerra dei Sei giorni. Ma quella guerra, nella visione di coloro che la combatterono veramente, era comunque una guerra di difesa, che non aveva nulla di mistico: una narrazione che invece fu portata avanti dalla destra oltranzista. L’Israele di Yitzhak Rabin era un Paese orgoglioso dei suoi successi in campo economico, dell’innovazione tecnologica, oltre che fiero di Tsahal, il suo esercito. Ma mio nonno era anche consapevole che la sicurezza d’Israele non può reggersi sempre e solo sulla forza militare, e che la pace comporta anche il riconoscimento dell’altro da sé, in questo caso dei Palestinesi, e necessita di compromessi. E la pace la si fa con il nemico. Per lui, mi creda, non fu facile, stringere la mano a Yasser Arafat, quel giorno di settembre del 1993 alla Casa Bianca, davanti agli occhi di tutto il mondo e, quello che per lui contava sopra di ogni altra cosa, agli occhi del popolo d’Israele. No, non fu affatto facile,  ma lo fece per dimostrare che il dialogo era possibile, e che la più grande vittoria che Israele avrebbe potuto conquistare era quella di una pace nella sicurezza. Per averci provato, è stato accusato dalla destra di essere un traditore, che aveva svenduto Israele ai terroristi di Arafat. Forse Yigal Amir (il giovane estremista di destra che assassinò Rabin, ndr) ha agito da solo, ma una cosa è certa: in molti hanno ideologicamente armato la sua mano, e alcuni hanno anche provato a giustificare, se non addirittura ad esaltare, il suo gesto criminale. L’odio è un virus letale, che può portare ad uccidere una persona o a distruggere le fondamenta di una convivenza civile tra cittadini dello stesso Paese. Ma a questa deriva io non mi arrendo, né la ritengo iscritta in un destino ineluttabile per il Paese che amo”.


Le fa davvero così paura la destra del suo Paese?


”Sì, mi fa paura. Per quello che è diventata, qualcosa di altro rispetto a ciò che per decenni il Likud era stato: una forza conservatrice, certo, ma che non aveva mai sposato le posizioni più estreme, avventuriste, che erano proprie di frange minoritarie di una destra estrema. Pur di restare al potere, con un cinismo senza eguali, Netanyahu ha radicalizzato le posizioni del suo partito, alimentando un clima di odio, proclamando che in caso di vittoria avrebbe annesso parte della Cisgiordania occupata, dando un colpo mortale ad ogni residua possibilità di rilanciare un processo di pace. La ‘red line’ dell’irresponsabilità l’ha superata quando è arrivato ad evocare la sollevazione della piazza contro un inesistente ‘golpe legale’ del quale si sarebbe fatto strumento una persona per bene e un giudice di specchiata onestà intellettuale e indipendenza, qual è il procuratore generale d’Israele, Amichai Mandelblit. Questo è un attacco allo stato di diritto, condotto da un politico che pur di non sottoporsi, come ogni cittadino, al giudizio di un tribunale, tiene in ostaggio un Paese, impone nuove elezioni e rivendica impunità davanti alla Legge. Una cosa del genere non si era mai vista. Israele rivendica, giustamente, di essere l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Lo è non perché si vota, ma perché esiste una magistratura indipendente, una stampa indipendente...E’ questo che fa paura a Netanyahu, che ha trasformato un magistrato, peraltro da lui nominato, nel peggiore degli ayatollah. Oggi il grande pericolo per Israele viene dall’interno, da un politico che non ha il senso delle istituzioni e del bene nazionale e che trasformerà le elezioni del 2 marzo, ancor più di quanto aveva fatto per quelle di aprile e settembre scorsi, in un referendum su se stesso”.


Per anni, sua nonna, Leah Rabin, la moglie di Yitzhak, si rifiutò di stringere la mano a Netanyahu. Già malata (Leah è morta il 12 novembre del 2000 per un tumore ai polmoni),  alla fine quel gesto lo compì. Il tempo lenisce il dolore?


”No, quando il dolore è così forte, straziante, il tempo non fa da anestetizzante né cancella la memoria di quell’atto che non ha stravolto la vita di una famiglia ma ha cambiato la storia d’Israele e del Medio Oriente. Quello di mia nonna fu un gesto che non equivaleva a un perdono ma che era un tributo alla memoria di suo marito, di mio nonno, del primo ministro d’Israele che aveva provato a far vincere le ragioni della speranza su quelle dell’odio. Ma questo Netanyahu non l’ha compreso”.


Nelle elezioni del 17 settembre, lei ha deciso di scendere nell’arena politica accettando di candidarsi nella lista Campo Democratico guidata dall’ex premier Ehud Barak. Ripeterà questa esperienza?


No, anche se è stata una esperienza importante, formativa. Ma amo troppo il mio lavoro (Noa è una sceneggiatrice di successo, ndr) e poi sono convinta che si possa manifestare impegno e passione civile anche non sedendo nei banchi della Knesset (il Parlamento israeliano, ndr) o militando in un partito. L’importante, credo, è agire dal basso, ognuno nel proprio ambito, per far crescere una cultura del rispetto senza la quale la politica è davvero poca cosa. Mi lasci aggiungere che quella esperienza ha rafforzato in me la convinzione che si può vincere solo se si privilegiano le ragioni dell’unità sugli interessi di parte. Mi auguro che si possa dar vita per le elezioni di marzo, ad un’alleanza, la più ampia possibile, tra forze che non rinunciano alla propria identità ma che la mettono al servizio di un obiettivo superiore: sbarrare la strada ad una destra estremista che rischia di ipotecare il futuro d’Israele. E questo mi fa paura, come cittadina e come madre”.


Yitzhak Rabin fu ucciso per aver negoziato e sottoscritto accordi di pace con l’Olp di Yasser Arafat. Si dice che la storia non si fa con i se e con i ma… Ma se Yitzhak Rabin fosse rimasto in vita...”.


”E’ vero, la storia non si fa con i se e con i ma. Ma in tutti i grandi eventi della storia la soggettività di un capo di Governo o di Stato, di un leader politico, si è spesso rivelata decisiva, nel bene e nel male. Quel che so, è che mio nonno soleva ripetere che bisogna negoziare la pace come se non ci fosse il terrorismo, e combattere il terrorismo come se non vi fosse un negoziato di pace. Non erano parole ad effetto, ma la linea di condotta che ispirò gli accordi di Washington. Mai avrebbe fatto qualcosa, concesso qualcosa che avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza d’Israele. Mai. Ma nel tempo che ebbe per arrivare a quegli accordi, ebbe modo di conoscere meglio il nemico di sempre, Yasser Arafat. Non divennero amici, questo no, ma impararono a rispettarsi vicendevolmente e, soprattutto, a cercare un compromesso che fosse un incontro a metà strada tra le aspirazioni dei loro popoli. Avevano imparato l’importanza dell’ascolto, del fare i conti con le ragioni dell’altro. Solo così la pace non resterà un sogno irrealizzabile”.