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E' finita la segregazione delle donne nei ristoranti in Arabia Saudita

Abolite le entrate separate, altro passo avanti dopo il diritto alla guida. Le innovazioni decise dal principe ereditario Mohammed bin Salman

Mohammed bin Salman
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globalist

9 Dicembre 2019 - 08.21


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L’Arabia Saudita ha abolito la segregazione delle donne nei ristoranti e locali pubblici. Non sarà più obbligatorio avere due ingressi separati, uno per gli uomini e uno per donne e famiglie, che finora erano la norma. Come racconta Giordano Stabile su La Stampa. Da oggi saranno i proprietari degli esercizi a decidere se mantenerli oppure no. E’ un altro passo in avanti nell’abolizione delle discriminazioni nei confronti delle donne promossa dal principe ereditario Mohammed bin Salman. A partire dalla fine del 2017 sono state abolite una serie di norme discriminatorie: il divieto alla guida di automobili, nel giugno del 2018, poi l’obbligo di aver il permesso del “custode” per viaggiare all’estero, infine l’obbligo di essere accompagnata da un maschio della famiglia nei soggiorni in albergo all’interno del Regno.

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Nei ristoranti in Arabia Saudita ci sono in genere due aree, una riservata alle famiglie e l’altra soltanto agli uomini. A donne e famiglie viene riservato di solito un ingresso laterale, perché siano meno in vista. Le riforme del principe stanno introducendo in primi cambiamenti sociali. A Riad si vedono le prime donne al volante e alcune senza più neppure lo hijab, il velo non integrale. Cala anche il numero di niqab, velo integrale. Il principe ha anche raccomandato la fine dell’obbligo di indossare l’abaya, il lungo soprabito nero. L’obbligo è già stato abolito per le straniere, anche in vista dell’apertura al turismo, che dalla fine di questo mese vedrà la sua prima stagione internazionale, con l’apertura di siti prima inaccessibili per gli stranieri come l’oasi di Al-Ula.

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All’apertura nei costumi non corrisponde però ancora quella politica. A luglio dell’anno scorso, subito dopo la concessone del permesso alla guida, una decina di attivisti per i diritti umani sono state arrestate e sono tuttora a processo, con il rischio di condanne fino a 5 anni di carcere. Una è stata di recente messa in isolamento, dove secondo alcune ong internazionali rischia torture fisiche e psicologiche.

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