Lo spettro di Mosca sull'ingresso dei paesi balcanici nell'Unione Europea

La Russia di Vladimir Putin potrebbe approfittare della titubanza di Bruxelles, come sottolineato dal ministro tedesco per gli affari europei Michael Roth, per rafforzare la propria influenza nella regione.

Ue

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globalist 4 dicembre 2019

di Riccardo Bosetti

In una lettera congiunta, l’attuale e futuro presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker e Ursula von der Leyen, assieme al presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e il presidente del Parlamento Europeo Davide Sassoli hanno scritto: “L’Unione Europea si trova di fronte ad una scelta strategica: l’avvio dei negoziati per l’ammissione della Macedonia del Nord e dell’Albania è un test sulla capacità dell’Unione di tener fede alle promesse fatte e guardare al futuro. Crediamo sia giunto il momento di avviare il dialogo con questi due paesi per una prossima adesione”. Tuttavia, come spesso accade negli ambienti europei, queste parole altisonanti sembrano essere cadute nel vuoto.


La decisione del Consiglio Europeo di bloccare l’avvio delle negoziazioni per l’ingresso della Macedonia del Nord e dell’Albania all’Unione Europea stronca sul nascere qualsiasi allargamento nei Balcani. In aperto contrasto con l’opinione favorevole della Commissione Europea, Francia, Danimarca e Olanda hanno votato contro l’avvio dei negoziati. Parigi è stata forse la più critica nei confronti di ulteriori adesioni all’Unione. Il presidente Macron ha sottolineato come sia prima necessaria una revisione dei trattati, dell’attuale assetto comunitario e la certezza che i paesi aderenti rispettino e condividano i valori e le regole dell’Unione. Questo per evitare le divisioni e spaccature che hanno contraddistinto la politica europea degli ultimi anni (vedi quanto accaduto con il gruppo di Visegrad - Polonia, Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia - sulla ridistribuzione dei migranti).


Molti analisti condividono lo scetticismo francese nei confronti di un nuovo allargamento dei 27, nonostante questo darebbe un forte segnale politico di contro tendenza alla Brexit. L’opinione diffusa è infatti che l’accelerazione nel processo di integrazione, in mancanza di un chiaro allineamento in aree chiave, come il rispetto dello stato di diritto, il processo di democratizzazione e la condivisione/promozione dei diritti umani possa aggravare la stagnazione e polarizzazione politica in cui si trova l’Unione Europea. Gli analisti ricordano che proprio l’impazienza nell’ inglobare le ex-repubbliche comuniste dell’Europa orientale, sia all’origine dell’attuale eterogeneità e divisione politica europea. Da un punto di vista di politica interna all’UE, il rinvio nelle negoziazioni potrebbe garantire un processo di adesione più ordinato e ragionato che scongiurerebbe ulteriori tensioni tra stati membri, aprendo forse ad un’eventuale riforma nell’approccio stesso delle future ammissioni. Tuttavia, da un punto di vista geopolitico, questo stallo potrebbe rappresentare un problema per la stabilità politica dei Balcani e per la sicurezza stessa dell’Unione.


Il terzo rifiuto, in soli due anni, rischia di fomentare il crescente nazionalismo in entrambi i paesi, vanificando le riforme ottenute durante l’avvicinamento all’UE. Zoran Zaev, primo ministro della Macedonia del Nord, teme il ritorno della divisione etnica che ha caratterizzato il passato recente del paese (basti pensare alla breve Guerra civile del 2001). Allo stesso modo, il primo ministro dell’Albania, Edi Rama, avverte che l’ennesimo rifiuto di Bruxelles rischia di gettare il paese nel caos destabilizzando il già fragile equilibrio politico della regione. A tutto questo, si aggiunge forse il pericolo più grande: aprire le porte della regione a potenze rivali come la Cina e la Russia.
Soprattutto la Russia di Vladimir Putin potrebbe approfittare della titubanza di Bruxelles, come sottolineato dal ministro tedesco per gli affari europei Michael Roth, per rafforzare la propria influenza nella regione. Mosca condivide un’importante connessione storica, culturale e religiosa con i Balcani, dovuta all’importanza geostrategica che la regione, a cavallo tra il Mar Nero il Mediterraneo, ha sempre rivestito nell’ottica russa di avere un accesso diretto ai porti e commerci mediterranei. Nonostante la perdita di influenza, a seguito del crollo dell’URSS, il Cremlino oggi cerca di recuperare terreno proponendo accordi commerciali in aree strategiche come l’energia, il settore bancario o quello immobiliare ai paesi balcanici. Questo per ricreare quella dipendenza economica e politica che un tempo esisteva nei confronti di Mosca e, al tempo stesso, ritardare o scongiurare l’adesione di questi paesi all’Unione Europea e alla NATO.


Per anni si è sostenuto che questa strategia non rappresentasse una minaccia credibile, sottolineando come il mercato unico europeo offrisse un maggiore appeal economico rispetto ad una Russia martoriata dalle sanzioni e in costante declino economico e demografico. Eppure, lo stop al progetto d’integrazione e la mancanza di un’alternativa di sviluppo per i Balcani potrebbe rappresentare un assist indiretto a Mosca. Stati come l’Albania o la Macedonia del Nord potrebbero seguire l’esempio della Serbia che a fine ottobre ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia. L’accordo non solleva evidenti problemi in merito all’adesione della Serbia all’UE e Sarajevo si è fin da subito impegnata ad abrogare tale accordo non appena venisse formalizzato il suo ingresso nell’Unione Europea. Ma se questo non dovesse accadere? Un primo scenario sarebbe un membro dell’Unione Europea legato e condizionato da Mosca, un vero e proprio cavallo di Troia in seno all’UE. Una seconda ipotesi, in mancanza dell’adesione all’UE, potrebbe essere spingere la Serbia, così come altri paesi (vedi l’Albania e la Macedonia del Nord) tra le braccia del Cremlino, creando una competizione esplosiva tra UE e Russia nei Balcani.


L’integrazione europea rimane l’obiettivo primario di tutti gli stati balcanici e, per ora, la penetrazione della Russia rimane contenuta. Nell’immediato futuro, il Cremlino continuerà a rallentare il processo d’integrazione europeo, facendo leva sulle sue problematiche o eventuali crisi. L’obiettivo di Mosca è di dimostrare ai suoi cittadini e al resto del mondo che esercita ancora influenza e potere in Europa, nonostante le sanzioni europee e il suo isolamento diplomatico con l’Occidente. L’UE deve bilanciare necessità interne (riforme, processi di adesioni più ragionati) con la real politik esterna, scongiurando l’intrusione di potenze esterne nella propria area d’influenza. Il processo di riforma in seno all’UE non può essere abusato ed usato come alibi, perché così facendo si danneggia la credibilità stessa dell’Unione in un contesto internazionale dove l’Europa dovrebbe invece cementare i propri sforzi per diventare un attore politico, non solo economico, di primo piano.