Mika: “Sono figlio dell'Europa, essere europeo non è una condizione naturale ma un’idea”

“La mia identità me la sono costruita come tutti i figli immigrati: attraverso il mio lavoro, in quel senso di comunità e appartenenza che si è creato fin dal principio durante i miei concerti in Europa”

Mika

Mika

globalist 28 novembre 2019

“Essere europeo non è una condizione naturale, è un’idea”. Figlio di una libanese e di un americano, Mika si sente, si è sempre sentito, europeo pur “senza avere il passaporto” Ue. Il cantante e showman ha iniziato una collaborazione con il Messaggero e, nel suo primo articolo, racconta quanto sia importante l’idea di Europa e quanto possa essere nociva la Brexit. Per farlo inizia ripercorrendo le sue origini:



“La mia identità, un mix di culture, me la sono costruita come tutti i figli immigrati: attraverso il mio lavoro, in quel senso di comunità e appartenenza che si è creato fin dal principio durante i miei concerti in Europa”



Mika lo dice con chiarezza: lui crede davvero nei valori dell’Europa, nel fatto che, per usare parole sue, “essere europeo è un concetto di universalità”. Ma in questo momento storico teme per quei valori. “Mi sento a disagio”, scrive ancora sul Messaggero. E spiega perché:



Sento che l’Europa sta attraversando un momento di grande crisi, e ora più che mai penso che sia indispensabile difendere i veri principi che la rappresentano e ricordarli alle altre persone. Ho l’impressione che abbiamo dimenticato perché l’Europa esista. E questa ignoranza, questa diffidenza che cresce e si diffonde ci rende vittime perfette per qualsiasi manipolazione politica.



A preoccuparlo particolarmente è la Brexit. Lui, spiega, voterebbe per restare in Ue. I suoi timori riguardano soprattutto le fasce più deboli della popolazione: “Le persone che soffriranno di più per l’uscita dall’Europa saranno quelle che hanno più bisogno del supporto dell’Europa... Tante iniziative saranno a rischio chiusura. Poi l’amara conclusione: 



Viviamo un incredibile momento di suspance, con un’unica certezza: la politica divisionista basata sull’odio è una perdita di tempo. Non solo non è in linea con il ventunesimo secolo, ma è la ricetta per assicurarsi un futuro disastroso.