La Cina è potente ma Pechino sta camminando su un terreno minato

Il rallentamento economico e Hong Kong possono minare la stabilità del paese. E l'aggressività diplomatica cinese sta portando molti stati a prendere le distanze

Il leader cinese Xi jinping

Il leader cinese Xi jinping

globalist 22 ottobre 2019

di Riccardo Bosetti
Quarant’anni fa sarebbe stato impossibile immaginare quale futuro politico attendesse la Cina: rampante crescita economica, sviluppo tecnologico e industriale, totale coinvolgimento nelle istituzioni internazionali e crescente peso politico e militare. Pechino oggi si presenta al mondo come una potenza eccezionale, le cui ambizioni, a differenza delle grandi potenze del passato, non sono aggressive bensì pacifiche, cooperanti e rispettose delle leggi internazionali. Sebbene queste affermazioni siano spesso contestate, sulla base di esempi concreti come i continui scontri e dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale (con Giappone, Filippine e Vietnam) e le crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, la Cina è riuscita a crearsi un’immagine di “forza responsabile” agli occhi di molti paesi. In effetti, il successo del proprio socialismo economico ha permesso a Pechino di diventare, per molte nazioni in via di sviluppo, un modello di riferimento; non solo per l’efficacia nello sviluppo economico ma anche per la capacità di sfidare e competere con i paesi industrializzati.


A questo ruolo di difensore del “Sud del Mondo” che lotta contro le iniquità e i soprusi perpetrati dai paesi sviluppati, è dovuto  in gran parte il prestigio politico di cui oggi il paese gode. Tale prestigio politico è per Pechino fondamentale nel  promuovere e supportare la propria immagine all’interno della comunità internazionale, convincendo gli altri stati a condividere e sostenere la propria agenda politica.


Tuttavia, la necessità di mantenere, e nel contempo accrescere, tale prestigio può rappresentare una debolezza per il paese. In effetti, un eventuale delegittimazione politica, sia essa esterna od interna, potrebbe danneggiare il prestigio e in definitiva gli obiettivi politici che il paese si è prefissato di raggiungere.


A livello domestico, lo spettro di un eventuale rallentamento economico, da sempre smentito da Pechino, così come l’esplosione di proteste interne, il cui caso più recente sono le violente manifestazioni di Hong Kong, possono minare la stabilità politica del paese. Da un lato infatti, i continui scontri per le strade di Hong Kong tra manifestanti e forze dell’ordine evidenziano un esempio di frattura sociale e politica che contraddice totalmente lo spirito d’unità nazionale da sempre sbandierato dal regime. Dall’altra parte invece, il rallentamento economico provocato internamente dalla sovrapproduzione in alcuni settori, come acciaio e carbone, ed esternamente dalla guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti, sconfessa l’immagine di efficienza e strabiliante crescita economica a cui il “modello Cina” veniva accostato negli ultimi anni, specialmente in contrapposizione all’arrancante Occidente. Queste difficoltà interne oltre che ledere il prestigio e l’autorità politica del governo centrale, rischiano di contraddirne e pregiudicarne, la narrazione; ovvero quella di un paese forte, unito e in costante espansione economica, così come è stato ribadito dallo stesso Xi Jinping durante le celebrazioni per il 70 anniversario della Repubblica Popolare.


A tutto questo si aggiunge la crescente aggressività diplomatica che ha contraddistinto negli ultimi anni la politica estera cinese. Tale predisposizione ad una sempre maggiore assertività politica ed economica, ha suscitato timore e diffidenza tra molti partner di Pechino, portandoli a contestare apertamente l’operato cinese o a rivedere la propria posizione nei confronti dell’Impero di Mezzo. Una parte di questi stati, in quanto membri della Belt and Road Initiative, hanno espresso crescente insoddisfazione per il mancato impiego della propria forza lavoro nel completamento dei progetti infrastrutturali concordati ma anche per la mancata condivisione di tecnologie da parte delle imprese cinesi appaltatrici.


L’opinione diffusasi è che Pechino miri più ad espandere e consolidare la propria penetrazione economica in nuovi mercati che a promuovere un effettivo sviluppo economico dei propri partner. Finora questo atteggiamento, da alcuni definito neocolonialista, non ha pregiudicato l’avanzamento della Nuova Via della Seta, un po’ per le continue rassicurazioni cinesi che l’iniziativa sia win-win game per tutti i partecipanti, ma soprattutto per l’enorme quantità di investimenti e aiuti allo sviluppo che Pechino ha messo sul piatto: 130 miliardi di dollari solo nel quinquennio 2013-2018. Ciononostante, le prime fratture di questo neocolonialismo “made in China” hanno già cominciato a manifestarsi: nel 2015, a seguito delle crescenti pressioni economiche di Pechino, il Kazakistan, l’Uzbekistan e il Kyrgyzstan si sono allineati con la Russia di Putin in funzione anticinese,  entrando a far parte dell’ Unione Economica Eurasiatica. Con questa unione doganale, i paesi membri hanno di fatto posto un freno alla penetrazione economica cinese, che avrebbe ulteriormente aggravato la dipendenza economica di questi paesi nei confronti di Pechino. 


Pertanto, questi esempi dimostrano come, a dispetto della sua forza, Pechino cammini su un sentiero minato e costellato di insidie che  può comprometterne il futuro. Il costante bilanciamento tra i propri interessi strategici e il rispetto degli altri paesi per ottenerne l’appoggio limita l’azione di Pechino, rendendo molte volte precario il perseguimento della propria agenda politica. Come detto, bastano poche dinamiche interne od esterne a lenire il prestigio politico che Pechino ha faticosamente accumulato negli anni. Il doversi confrontare con il giudizio di una comunità internazionale caratterizzata da culture ed interessi diversi da quelli cinesi richiederà una sempre maggiore sensibilità nell’affrontare tutte quelle problematiche che possono minare la crescita e la percezione della Cina all’estero.


* Dottore in Relazioni Internazionali presso Soas University of London