Quando il mondo conobbe Chernobyl e il disastro nucleare cambiò tutti noi

Alle ore 1.24 (ora locale, le 2.24 di notte in Italia) del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose.

Una ex abitante di Chernobyl

Una ex abitante di Chernobyl

globalist 26 aprile 2019
Sono passati 33 anni, era il 26 aprile del 1986. Il mondo era ancora diviso in due, la Cortina di Ferro era ancora salda in piedi, l’Unione Sovietica una forza nucleare.
Alle ore 1.24 (ora locale, le 2.24 di notte in Italia) del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose. All’esplosione del contenitore seguì il violento incendio della grafite contenuta nel nocciolo. L’incendio, in alcune ore, disperse nell’atmosfera una enorme quantità di isotopi radioattivi, i prodotti di reazione fissili contenuti all’interno. Fu il primo incidente nucleare a essere stato classificato come livello 7, il massimo livello della scala Ines degli incidenti nucleari. Un’esplosione che, immediatamente, causò 57 morti, ma da allora la zona di Chernobyl ha visto migliaia di persone, in particolare bambini, morire per le conseguenze dell’esposizione nucleare, o nascere deformi.
“Fino all’anno 2005, tra i residenti della Bielorussia, la Federazione Russa e l’Ucraina, ci sono stati più di 6.000 casi di tumore alla tiroide in bambini e adolescenti che sono stati esposti al momento dell’incidente, e più casi sono da aspettarsi nei prossimi decenni” ha dichiarato l’Unscear (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation, Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti). È stato calcolato che l’incidente di Černobyl’ abbia rilasciato una quantità di radiazioni pari a 400 volte a quelle rilasciate in occasione della bomba caduta su Hiroshima.
La centrale di Černobyl’ è situata vicino all’insediamento di Pryp”jat’, in Ucraina, 18 km a nord-ovest della città di Černobyl’ e 110 km a nord della capitale, Kiev, e dista 16 km dal confine con la Bielorussia. L’impianto era composto da quattro reattori, ognuno in grado di produrre 1 gigawatt di energia elettrica. Il 26 aprile 1986 alle ore 1.23 locali la centrale stava effettuando un esperimento definito come test di sicurezza: si voleva verificare se, in assenza di alimentazione esterna, la turbina accoppiata all’alternatore potesse continuare a produrre energia elettrica sfruttando l’inerzia del gruppo turbo-alternatore anche quando il circuito di raffreddamento non producesse più vapore, per alimentare le pompe di circolazione. Per consentire l’esperimento vennero disabilitati alcuni circuiti di emergenza.
Riguardo alle cause dell’incidente sono state pubblicate due tesi: la prima, contenuta nel rapporto pubblicato dalle autorità nell’agosto 1986, attribuiva la responsabilità interamente agli operatori dell’impianto; la seconda, in un secondo studio pubblicato nel 1991, evidenziava anche il ruolo delle gravi debolezze intrinseche di progettazione del reattore nucleare RBMK; un elemento importante, tra gli altri, risultò essere un errore nella progettazione delle barre di controllo.
L’incidente e soprattutto i ritardi da parte delle autorità italiane nel dare l’allarme in una situazione che vedeva già dalla metà degli anni settanta una crescente mobilitazione contro il nucleare rappresentarono un punto di svolta nella storia dell’ambientalismo italiano: per il referendum del 1987 vennero raccolte in pochi mesi oltre un milione di firme, l’associazione Legambiente e il WWF raddoppiarono i soci, mentre alle elezioni politiche del 1987 i Verdi ottennero quasi un milione di voti.