Padre Paolo dall’Oglio, il rapimento tra dubbi e rimozioni

Dal 29 luglio 2013 non si sa più nulla del gesuita sparito a Raqqa dopo essere entrato nella sede dell’Isis. Ma serve conoscere tutta la verità

Padre Paolo Dall'Oglio

Padre Paolo Dall'Oglio

Riccardo Cristiano 29 luglio 2019

Il sequestro di padre Paolo Dall’Oglio, avvenuto a Raqqa il 29 luglio del 2013, è stato oggetto di numerose inchieste e ricerche giornalistiche. Tutte accurate, anche appassionate, e convergenti su un fatto testimoniato anche da chi lo accompagnava: Dall’Oglio entrò dopo aver chiesto inutilmente un appuntamento nella sede dell’Isis e di lì in avanti di lui non si seppe più nulla.
Non  vi è stata neanche una rivendicazione. Dunque un sequestro, certo, ma a seguito del suo spontaneo ingresso in quella sede, ex palazzo del governatorato di Raqqa. C’è però una coincidenza strana. La sera del 27 luglio del 2013 il suo account twitter venne hackerato.
I pirati informatici inserirono il link ad un sito,
tinyurl.com, che risulta essere un indirizzo fake che riempie di virus il telefono di chi lo visiti. Ma quell’indirizzo è preceduto da queste parole scritte dai pirati informatici: “brucia due pollici del tuo giro vita mentre perdi 20 libbre in 30 giorni.” Perdere 10 chilogrammi in un mese e ridurre di 5 centimetri la circonferenza del proprio stomaco non è un risultato da poco, che un sequestrato però può raggiungere. Così questo hackeraggio potrebbe anche apparire curioso;  tutti ormai sappiamo che attacchi del genere coinvolgono tantissime utenze, ma non è lecito pensare anche all’ipotesi di un annuncio di sequestro? Si tratta solo di una coincidenza, come è probabile, o il sequestro “successivo” alla sua decisione di entrare in quella sede è stato studiato, progettato? Tutti i racconti dei suoi accompagnatori convengono nel dire che il primo tentativo di Paolo di entrare nella sede dell’Isis risale proprio al 27 luglio, dunque un po’ di ore ora prima dell’hackeraggio.
C’è un nesso? La risposta a questa domanda deriva dalla valutazione del fatto: l’account twitter del gesuita romano è ancora lì a dimostrarlo. Ognuno può farsi l’idea che ritiene.


C’è poi la tesi, più volte esposta da numerosi interlocutori della stampa internazionale, che fonti definite credibili da chi rilascia l’intervista indicherebbero che padre Paolo sia stato ucciso poche ore dopo il sequestro. Personalmente non presto particolare attenzione né a questi racconti indiretti né a quelli, altrettanto indiretti,  che affermano che Paolo sarebbe stato visto successivamente. Troppi motivi, troppi calcoli, troppi interessi inducono a diffidare. Lo spiega il fatto che su tutto in Siria esistono versioni, ipotesi, letture, testimonianze divergenti. La Siria è stata e rimane la patria della post-verità, purtroppo.
Ma mi ha sempre colpito che la tesi dell’assassinio di poco successivo al sequestro sia emersa, per quanto io sappia per la prima volta, in una ricostruzione offerta da un giornale particolarmente vicino ad Hezbollah e al regime siriano, al-Akhbar. Se quella ricostruzione fosse fondata si dovrebbe desumere che Assad e Hezbollah avevano, e forse hanno, delle ottime fonti interne all’Isis, che non è finito, ma ha ancora qualche unità proprio nel punto più delicato dell’attuale mappa siriana e il suo capo latitante in Iraq, senza attenzioni. Tornando alla tesi dell’omicidio avvenuto poco dopo il sequestro: è possibile, può risultare anche plausibile, ma dirlo non risolve il problema:  perché Hezbollah o il regime avrebbero dovuto riferire a un giornale amico una simile notizia? Non credo per amore di verità, più plausibilmente per celare qualche altra cosa. Una delle più serie e apprezzate ONG che cerca di documentare ogni singola violazione dei diritti umani in Siria, il VDC, sostenuta dal governo svizzero e dalla Fondazione umanitaria Asfari, con operativi in Siria e accuratissima nel documentare tantissimi dei nomi ricostruibili delle violazioni dei diritti umani compiute da tutti i soggetti coinvolti in Siria: ebbene il VDC indica il nome di padre Paolo tra i detenuti, non tra i sequestrati in Siria, e lo cataloga lì a decorrere dal 4 dicembre 2013, cioè da sei mesi dopo il suo notissimo sequestro. Potrebbe trattarsi di un’indicazione sbagliata, ovviamente, ma potrebbe anche trattarsi di una spiegazione del fatto che lo stesso al-Akhbar, il giornale che ha indicato per primo la morte di Paolo poche ore dopo il sequestro, dopo la recente indiscrezione che  dava Paolo in vita a Baghouz, ha annunciato una sua imminente liberazione. Quasi che lì si volesse comunque assicurare che padre Paolo lo avevano loro, quelli dell’Isis.
Non si può prestare a questa ipotesi più attenzione che alle altre, ma la fonte non è sospetta, come può essere il sito arabo che raccoglieva le testimonianze di fuggitivi dalla Siria e che asseriva che un profugo giunto in Europa indicava la cella di isolamento del penitenziario damasceno dove Paolo sarebbe stato visto.


Ma in Siria ci sarebbe, raggiungibile, l’uomo che potrebbe sapere quali voci siano vere e quali false. Il 29 luglio del 2018, cioè pochi mesi fa, l’inviato del Tg1, Amedeo Ricucci, ha realizzato un servizio per Tv7, per realizzare il quale si è recato a Raqqa. Lì ha saputo che quando Paolo entrò nella sede dell’Isis ci sarebbe stato un alto esponente dell’Isis, Abdul Rahman Faysal Abu Faysal. Lui, ha appurato sempre Ricucci affermandolo dai microfoni della Rai, è a Raqqa. Al tempo della visita di Ricucci era a casa sua, ma irraggiungibile dalla stampa. Non sappiamo se le autorità curde lo abbiano interrogato: su questo punto proprio non sembra, visto che ufficialmente dicono di non sapere alcunché su di lui. Ma non sappiamo neanche se l’autorità italiana abbia chiesto una rogatoria, o abbia richiesto ufficiosamente di ascoltarlo. Abdul Rahman Faysal Abu Faysal, secondo il racconto di chi accompagnò Paolo quel giorno, era presente nella sede dell’Isis, dunque dovrebbe sapere esattamente cosa successe a padre Paolo Dall’Oglio, anche se agli amici di Paolo che ore dopo la sua sparizione lo riuscirono a contattare giurò di non averlo visto. E se un leader dell’Isis giura chi poteva insistere? Amici che vivono a Raqqa mi assicurano che ancora in questi giorni Abdul Rahman Faysal Abu Faysal è a casa sua, nelle medesime condizioni di controllo a distanza.  


Ma i punti non chiari non sono finiti.
Il 19 novembre dello scorso anno, cioè in occasione del compleanno del gesuita romano,  il quotidiano cattolico francese La Croix ha pubblicato una lunga inchiesta durata anni di Jeremy André ed ha scritto che, in modo abbastanza rocambolesco, la valigia con gli effetti personali di Paolo fu fatta giungere all’ambasciata d’Italia a Parigi. Sempre secondo la Croix però la valigia giunse a Roma e venne consegnata a chi di dovere ben quattro anni dopo e tra gli effetti personali del gesuita vi erano i suoi sistemi di comunicazione e scrittura.
Questo risvolto ne comprende un altro: è vero che Paolo portava con sé una lettera delle autorità del Kurdistan iracheno per capi dell’Isis? Lo ha affermato il dottor Muhammad al Saleh, che ospitava padre Paolo a Raqqa. La persona che ha portato i suoi effetti personali a Parigi ha detto di aver guardato tra le carte del sacerdote e di non aver trovato traccia di questa missiva, il che può non sorprendere, ma chi ha avuto i suoi effetti personali per quattro anni potrebbe saperne di più.


Si parla molto poi della possibilità che il corpo di Paolo sia in qualcuna delle agghiaccianti fosse comuni che da sempre si sa costellare l’area di Raqqa, fosse comuni imputabili indubitabilmente all’Isis. Ma per identificare e dare una degna sepoltura a coloro che si trovano in quelle fossi comuni risulta che in anni sia stato fatto poco o nulla dalla comunità internazionale.
Eppure questo è un diritto, di tutti, non solo, eventualmente, di Paolo. Ricordo anni fa di aver visitato in Bosnia un impressionante centro per l’identificazione e la tumulazione delle vittime che vennero ammassate in odiose fosse comuni. A Raqqa, stando a quanto riferito da tutti i colleghi che vi sono andati, nulla del genere viene ancora preso in considerazione. E’ così che arriviamo al motivo di fondo per cui occuparsi di Paolo è importante. Il destino di Paolo è il destino della Siria, il silenzio sulla verità relativa al suo sequestro è il silenzio sull’abbandono del popolo siriano. Espulso da Assad e sequestrato dall’Isis, proprio come i siriani, espulsi da Assad e sequestrati da questa entità abietta e misteriosa che ha giustificato tutto e il contrario di tutto. Così occuparsi di Paolo e della verità sul suo sequestro equivale a occuparsi della Siria e della sua tragedia.
Chi vuole farlo? Chi è interessato non ad affermare un’ipotesi, ma la verità siriana sull’abbandono dei siriani? Qualche giornalista, certamente ed encomiabilmente, ci prova, riferendo quella notizia che più addolora o quella che più fa sperare, non cambia: loro cercano di dare il contributo che si può: lo fanno con passione tra mille tranelli e rischi, perché in Siria la verità è stata uccisa e per molti deve seguitare a giacere magari in una fosse comune. Per questo ogni sforzo fa bene, perché ci ricorda il vero motivo per cui Paolo è rientrato due volte in Siria: prima per andare a pregare sulle fosse comuni scavate nella Valle dell’Oronte dal regime siriano e da nessuno indagate, poi per andare a dire all’uomo di Raqqa che non tutti lo avevano abbandonato al suo destino di imminente preda dell’Isis: non siete soli, c’è ancora chi vi  guarda come si guarda a un fratello.
Ad un gruppo di amici lo scrisse lui stesso, invitando però, cosa mai fatta prima, a pregare per lui. Segno che lui sapeva cosa rischiava. Per questo Dall’Oglio non va dimenticato e il lavoro di tanti cronisti deve proseguire fino all’accertamento di tutta la verità; ci serve per noi stessi e per i siriani, oltre che per Paolo e i suoi familiari, che lo aspettano da anni, come tutti gli uomini di buona volontà.