Padre Paolo Dall'Oglio, il gesuita che sapeva leggere il futuro

Il sacerdote invisto ad Assad fu rapito a Raqqa in Siria 5 anni orsono e da allora non se ne sa più nulla. Alle 23,30 di domenica 29 luglio, Raiuno trasmetterà il reportage di Amedeo Ricucci

Una veglia per padre Dall'Oglio

Una veglia per padre Dall'Oglio

Riccardo Cristiano 28 luglio 2018

Ci sono tre parole con cui occorre fare dimestichezza per collegarsi, almeno cinque anni dopo il suo sequestro che lo ha messo a tacere, a quanto ci disse fino al 2013 padre Paolo Dall’Oglio. La prima è “tanatocrazia”, un sistema di potere dove governa la morte. La tanatocrazia siriana unisce le tre forme di tortura possibili in una sola: quella per l’estorsione di informazioni, quella per l’intimidazione di massa e quella per lo sterminio. Come spiegarsi altrimenti che in questi giorni il regime siriano abbia diramato l’elenco di mille detenuti morti in prigione solo nel cittadina di Daraya, una popolazione complessiva stimata anni fa in 70mila persone? Analoghi elenchi pubblicati nei giorni scorsi prevedevano che chi volesse il corpo di suo congiunto debba firmare documenti che riconoscono i decessi per “cause naturali”.
La seconda parola è “normalizzazione”: si può parlare di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con una tanatocrazia? Cosa può contare la persona, il pensiero, la genitorialità, la figliolanza, la libertà, l’identità sempre complessa e mai univoca di ciascun essere umano in una tanatocrazia?
La terza parola è “migranti”. Dalla Siria tanatocratica sono fuggiti 5 milioni di persone su 20. Come l’Enea della Troja data alle fiamme, sono fuggiti spesso e volentieri con i loro vecchi Anchise sulle spalle. Altri 6 milioni vivono da rifugiati interni, senza casa, senza dimora, sotto la soglia della povertà estrema. Questi numeri ormai si avvicinano alla realtà per difetto, perché aumentano sempre, l’unico numero che diminuisce è quello dei vivi, visto che ogni giorni si scopre che tra le centinaia di migliaia di presunti internati molti sono morti, chissà da quando. Chi riesce a fuggire dalla Siria tanatocratica viene inserito nelle nostre stime dei “migranti”. Dal 2015 hanno invaso l’Europa. Ma nel 2013 Paolo Dall’Oglio ci aveva già avvisato, arrivando a vedere questo 2018 italiano: “Non li senti i rumori di questi di questi milioni di profughi che si preparano ad arrivare in Europa? Non senti i colpi dei remi, il respiro ansimante dei fuggiaschi, i motori lenti dei barconi? Sono milioni, capisci? E’ il nuovo esodo dalle terre del Faraone, ma non ha Terre Promesse? Credi che l’Europa sia pronta ad accoglierli? Credi che l’idea stessa di Europa possa sopravvivere accanto al più grande terreno di pulizia etnico-confessionale della storia recente? E’ evidente che questo riporterà la xenofobia, l’isteria. Il negazionismo di ieri, mai morto, si unirà al negazionismo di oggi, per impedirci di vedere. Ma in questo mondo globale c’è un vecchio proverbio arabo che è divenuto un proverbio universale e ci dice che una mano da sola non applaude. E’ proprio così. Se lasceremo senza solidarietà cittadina i nostri vicini, finiremo inghiottiti dal loro destino. E sarà, quello sì, un applauso terrificante”.
Visto che li abbiamo lasciati senza solidarietà cittadina possiamo vedere come il destino dell’una sponda del Mediterraneo si sia unito con il nostro: lì tante aberrazioni jihadiste, qui un ritorno razzista ancora inspiegabile per tanti di noi. Abbiamo scarsa dimestichezza con la teoria dei vasi comunicanti.
Per prevenire questo sviluppo padre Paolo invocava un’attenzione particolare per i cristiani di quelle terre, ma non un’attenzione strumentale. Già allora, nel 2013, ci avvertì così: “Non ho l’impressione che al di là del pigolìo vittimista ci sia stata una vera preoccupazione per i cristiani orientali. Non c’è stata in Iraq, non c’è stata in Libano durante la primavera dei Cedri del 2005; non c’è stata una vera solidarietà costruttiva, cittadina incoraggiante i cristiani e richiedente all’altra parte, alle altre parti, di accogliere l’idea di una cittadinanza comune all’interno di un progetto civile democratico. No, ho l’impressione che i cristiani orientali siano una buona scusa per progetti elettorali. Altrimenti bisognava operare da subito, appena venuta questa occasione senza ritorno che è la Primavera araba, in solidarietà con un popolo che chiede democrazia colorata di Islam come in Europa la democrazia è colorata di radici cristiane. E allora i cristiani sarebbero stati coprotagonisti, coautori. C’è ne sono, grazie a Dio. Ma se questa solidarietà continua a mancare nel cinismo, nello sfruttare la condizioni dei cristiani orientali a scopi elettorali, be’... un giorno bisognerà celebrare un altro giorno della memoria...” Chi oggi si cimenti in esercizi di stile aritmetico nel contare il declino dei cristiani nel mondo arabo, anche in quella Aleppo dove il cristianissimo Putin ha però reimposto la sua “pax” da oltre un anno, provi a rileggere queste parole del gesuita Dall’Oglio, e vedrà anche le cifre future, oltre a quelle presenti.
Perché? E’ stato lo stesso Dall’Oglio a portarci addirittura oltre l’odierno, affermando nel 2013: “ Se i cristiani sostengono il regime (di Assad) perché hanno paura dell’islamismo lasceranno in massa il paese. E’ quello che è successo in Iraq, è quello che accadrà in Siria e se non si trova una soluzione è quello che si verificherà anche in Libano. I cristiani del Medio Oriente non sanno più perché Dio li abbia mandati a vivere con i musulmani. Quando uno non trova più una risposta a questo, allora uno parte, lascia il paese. La loro deve essere una risposta spirituale, non soltanto sociale o economica.”
Mistico con l’urgenza dell’azione sociale, monaco capace di dire a un mondo che non voleva né sentire né capire che “i nostri monasteri sono migliore riprova che non c’è miglior protezione del buon vicinato”, Paolo Dall’Oglio ha parlato all’oggi e io credo al domani soprattutto con il titolo di un suo libro tra i più profondi: “innamorati dell’Islam, credente in Gesù”. Quale testimonianza può più efficacemente combattere il jihadismo mistificato dei terroristi che parlare di amore per l’Islam da un credente in Gesù, insegnando così a tanti musulmani ad amare il cristianesimo da credenti nella profezia di Maometto.
Chi ha preferito il progetto politico che vediamo dipanarsi davanti a noi ha dimenticato con sollievo Paolo Dall’Oglio. Ma tra poche ore, alle 23,30 di domenica 29 luglio, Raiuno trasmetterà il reportage di Amedeo Ricucci, andato a Raqqa, per ricostruire i giorni del suo sequestro. Un eccellente lavoro culturale e giornalistico, di documentazione e ricostruzione anche con chi, inosservato dai più, ha scritto mesi fa cosa ricorda di quel 29 luglio trascorso insieme a Paolo. Emergerà così il nome dell’emiro dell’Isis che era nel palazzo dove Paolo entrò alle 13.00 di quel giorno. E’ Abdel Rahman al Faysal Abu Faysal. Sarebbe interessante, credo anche per i magistrati italiani, sentirlo, interrogarlo, cercarlo, visto che è a piede libero a Raqqa e sembra che usi un falso nome per restare più sereno tra le macerie della città che aveva contribuito a trasformare in un inferno sulla terra insieme al suo carissimo sodale Abu Luqman, governatore della Raqqa dell’Isis.