Il massacro di My Lai: una pagina oscura su cui l'America fu costretta a fare luce

Il processo, un simulacro di giustizia, fu in ogni caso una presa d'atto ed una vittoria della verità nonostante il tentativo di coprire una strage inutile e gratuita.

Ron Haeberle (a sin.) con Tran Van Duc (a des:) uno dei sopravvissuti di My Lai

Ron Haeberle (a sin.) con Tran Van Duc (a des:) uno dei sopravvissuti di My Lai

Diego Minuti 17 marzo 2018

Tutte le guerre sono 'sporche' perché, lo insegna la Storia, hanno sempre delle pagine oscure su cui vorrebbero tacere e che vorrebbero cancellare. Ma la forza di un popolo e di una nazione sta anche nel fatto di come reagisce quando si avvede che i suoi 'ragazzi in divisa' hanno abbandonato il codice militare per abbracciare quello dei macellai, di chi crede che tutto sia giustificato, persino il massacro, se si vuole vincere una guerra.
Il massacro di My Lai, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario, è una di qelle pagine nere di cui oggi si cerca di marginalizzare l'importanza, ponendolo in un angolo quasi nascosto della memoria collettiva. Ed invece, pur se incongruo possa apparire, anche quell'orrendo capitolo della campagna americana in Vietnam, ha un valore che va oltre il ribrezzo di centinaia di donne, bambini, anziani massacrati a colpi di baionetta, mitra o peggio.
Perché l'America, che pure aveva tutto l'interesse a tenere nascosta quella strage (ma crediamo veramente che sia stata l'unica o è una delle poche venute alla luce?), ebbe la forza di prenderne atto e di affrontare il lavacro della pubblicità, tenendo un processo che, farsa per come si dimostrò, trovando un solo reietto responsabile dato in pasto all'opinione pubblica, fece capire che la democrazia e la verità devono - non 'possono' -, prevalere sempre. Anche a costo di mostrare al mondo che i propri soldati sono uomini come tutti gli altri, con le pulsioni, gli ardori, le nefandesse e le paure di tutti e che la bandiera che impugnano non può essere usata per coprire le loro responsabilità e colpe.
La guerra in Vietnam, un Paese lontano, ostile, un terreno di battaglia al quale i soldati americani, cresciuti nelle metropoli o nelle immense pianure, non erano abituati e, peggio, addestrati, fece di tanti ragazzi delle macchine da omicidio, giustificato o meno, che perdevano ogni controllo, e non solo quando erano sotto pressione, come un combattimento. E forse su proprio questo che accade nel villaggio di My Lai dove i soldati americani arrivarono in un giorno come gli altri e massacrarono. A poco vale pensare che forse molti di loro aveva visto compagni cadere sotto i colpi dei mitra dei 'giap' o che quel villaggio poteva avere ospitato dei vietcong.


L'enormità di quella strage - di cui Ron Haeberle ha lasciato una traccia che resterà nella storia degli Stati Uniti - non sta solo nel fatto che furono massacrati civili, quanto che essa, se non fosse stato per il coraggio del fotografo americano, sarebbe stata messa in un cantuccio della memoria dell'Esercito americano, classificata come una semplice operazione di guerra, con un certo numero di 'danni collaterali'. Ma il processo, che si concluse con la ridicola condanna del sottotenente William Casey e con l'assoluzione di tutti gli altri imputati, dimostrò una coscienza generale, un rispetto verso i morti che altri non hanno mai avuto (penso solo alla scandalosa lavanda delle colpe cui la Germania diede il via non dando la caccia ai suoi soldati che, in Italia, Francia, Russia, si erano macchiati di indicibili massacri). Oggi, per chi non ha vissuto direttamente quei giorni, in cui in Occidente due parti contrapposte si schieravano divise dalle ideologie, quel nome, My Lai, appare come un ricordo lontano, sfocato, qualcosa da ricondurre ad un fatto di cronaca, seppure di guerra. Così non fu perché, sebbene con un solo condannato (all'ergastolo, ma scontò solo tre anni e mezzo), poi pentitosi, quel processo svelò i crimini di guerra di un esercito che era volato in Vietnam per difendere la democrazia e che invece si macchiò di gravissimi crimini. Ma sarebbe un errore, guardando a quel processo, pensare che il male sedesse accanto solo agli americani. I vietcong firmarono la loro parte di atrocità di cui però nessuno ha sentito la necessità di condannare i resposabili. In fondo è questa la differenza.