Niente riconoscenza a chi ha servito l'America in armi: molti veterani espulsi in Messico

Nella maggioranza dei casi - reduci da Iraq, Afghanistan persino Vietnam - sono deportati, per effetto della dottrina di Trump, per reati lievi legati ai traumi post-guerra

Miguel Hernandez

Miguel Hernandez

Diego Minuti 11 marzo 2018

Si è tanto parlato, negli ultimi mesi, dei 'dreamers', di quegli immigrati illegali giunti negli Stati Uniti da bambini che poco o nulla sanno o conoscono del Paese d'origine, quello dei genitori, e che ora, dopo avere studiato e lavorato per anni in America, si trovano sotto la spada di Damocle dell'espulsione, brandita da una amministrazione e da un presidente ostaggi di promesse elettorali fatte solo per saziare la sete giustizialista dell'elettorato bianco e di destra.
Contro le minacciate espulsioni in molti si sono schierati, a partire dai democratici che difendono il programma di Obama, il Daca, che assicurava a questi ''americani-non americani'' tutele e garanzie.
Ma poche voci si sono levate in difesa di altri che sono stati e vengono anche oggi espulsi dagli Stati Uniti, perché ''irregolari''. Sono in maggioranza centroamericani, su cui pendono accuse e condanne. Ma non tutti sono uguali, perché tra essi ve ne sono che quelle accuse e condanne le hanno patite per gli effetti devastanti nella loro psiche per avere partecipato ad una guerra. Perchè i vari Ramon, Miguel, Abel riaccompagnati alla frontiera americana hanno combatutto, sotto la bandiera a stelle e strisce, in Iraq, in Afghanistan e persino in Vietnam. Niente. Per loro non c'è stato nulla da fare, nemmeno mostrare le medaglie conquistate sul campo. La mannaia dell'espulsione è caduta sul loro collo, senza un briciolo di compassione o, meglio, di riconoscenza.
I nomi di Miguel Hernández, Alex Murillo o Enrique Salas, che figurano negli elenchi di coloro che hanno servito sotto l'America, ora si trovano anche in quelli che ufficializzano quelli  che sono stati deportati dalla California a Tijuana. Le loro condizioni mentali, al di là dello stress della deportazione, sono precarie. Come racconta Roberto Vivar, che gestisce una struttura di supporto ai veterani deportati nella città di confine di Tijuana della Baja California (Messico).
"Stiamo lavorando con dozzine di veterani a Tijuana che sono stati espulsi per crimini che, in quasi tutti i casi, sono legati ai disordini psichici subiti in combattimento. Stiamo parlando di giovani messicani che erano piuttosto ingenui quando si sono uniti alle forze armate statunitensi"
La campagna del partito democratico in difesa dei 'dreamers' e dei loro diritti si basa essenzialmente sul fatto che sono giovani, che hanno studiato e che lavorano. Insomma che nulla differenza rispetto ai loro coetanei ''americani'' a tutti gli effetti. Hanno le stesse speranze, le stesse aspirazioni e si sentono talmente americani da essersi innamorati di elementi che caratterizzano la cultura e la società a stelle a strisce, dalla parata del 4 luglio al giorno del Ringraziamento. Bravi ragazzi messi sull'altro piatto della bilancia rispetto agli ''hombre malos'' tanto cari a Donald Trump che li demonizza nei suoi tweet al curaro.
Vivar ricorda le vicende di chi, ragazzo, si arruolò nelle forze armate americane, che non fanno distizione di nazionalità. "Stiamo parlando di giovani messicani che erano piuttosto ingenui, senza esperienza di vita. Ma nell'esercito ti addestrano a uccidere e difenderti; ti mandano a combattere, ad uccidere la gente ed a vedere uccidere i tuoi compagni. E poi torni a casa senza alcun trattamento per evitare gli incubi che ti assalgono quando cerchi di reinserti nella tua comunità''.
E quando questi problemi hanno la meglio, cadi nella droga, nell'alcool, in altri crimini, ''E improvvisamente - dice con parole amare Vivar - , ti ritrovi in ​​un processo di deportazione. Invece di aiutarli a essere persone produttive, è più facile deportarli e ritirare tutti i benefici che hanno diritto a ricevere per il loro servizio militare. Ed eccoli qui, a Tijuana".
Hector Barajas, uno dei fondatori con Vivar di El Búnker, il centro di supporto per i veterani deportati da Tijuana, poco dopo avere lasciato l'esercito, in preda ai suoi demoni, sparò con una pistola. Due anni dopo fu espulso. Ora, da più di cinque ani, si dedica ad ex suoi commilitoni, aiutandoli, nella struttura che ha creato, a prendere coscienza di cosa sono e quindi uscire dalla spirale della depressione e delle dipendenze. Hecor Barajas è oggi un esempio e pensando alla sua parabola sette deputati del Congresso americano cercheranno di ottenere il sostegno necessario per il varo di una legge che faciliti il riconoscimento della cittadinanza per i veterani senza permesso di soggiorno, soprattutto se si sono macchiati di reati lievi. .
Il caso più recente che ha coinvolto la struttura di Vivar e Barajas è quello del primo veterano messicano deportato ai tempi di Donald Trump. Il suo nome è Miguel Hernández, ha 72 anni ed ha combattuto in Vietnam. Abitava nella Central Valley della California dove era arrivato con i suoi genitori, quando aveva sei anni, all'inizio degli anni Cinquanta. L'espulsione è scattata nel giugno dello scorso anno, dopo un arresto per guida in stato di ubriachezza. "Ha problemi con l'alcol che probabilmente hanno a che fare con le sue esperienze in Vietnam", dice Vivar. E da quel momento è cominciato per Hernández l'incubo. Lasciato al confine messicano dagli agenti del servizio immigrazione statunitense, Hernández, che non parla spagnolo, è stato ospitato in un centro di accoglienza umanitaria grazie all'intervento del gruppo di supporto veterani. Lui, che in America faceva il parrucchiere, ha trovato lavoro a Tijuana, ma è stato vittima di una rapina nell'autunno dell'anno scorso, durante la quale si è rotto l'anca. "È difficile ottenere protesi per l'operazione dell'anca a Tijuana", afferma Vivar.
Un altro caso che El Búnker sta gestendo è quello di Alex Murillo, 34 anni, pure lui,  come tanti messicani giunti illegalmente in America, cresciuto in California. A 17 anni si arruolò e fu mandato in Iraq, dove rimase ferito non in combattimento, ma in un incidente. Per combattere il dolore gli furono prescritti farmaci derivati dall'oppio che, in breve, lo hanno portato a problemi di dipendenza. Un arresto per possesso di marijuana gli ha spalancato le porte del Messico, ma da deportato. "Ora Alex sta bene a Rosarito (Tijuana) ma vuole tornare; la sua famiglia è lì in California ", dice Vivar.
Sia Hernandez che Murillo sono caduti nell'errore di pensare che, arruolandosi, avrebbero ottenuto la cittadinanza americana. Ma non è così, è, come lo definisce Vivar, un ''totale ingannno''. Ci sono oltre settantamila ex combattenti, provenienti da più di 50 paesi, che non hanno la cittadinanza statunitense.
Enrique Salas, trasferitosi a Los Angeles nel 1977 quando aveva cinque anni, si arruolò insieme al fratello minore nei marines e partecipò alla prima guerra del Golfo. Ma il fratello morì in Iraq in un incidente e la cosa ha comportato per Enrinque un trauma profondo. Cadde in una dipendenza dai farmaci e nel 2001 fu deportato dopo essere stato trovato in possesso di metanfetamine. Separato dalla sua famiglia, ha attraversato illegalmente il confine due volte. È stato deportato per l'ultima volta nel 2014 e da allora vive a Tijuana. Lui è convinto di soffrire di traumi causati dai suoi anni nell'esercito e che gli rendono impossibile controllare i suoi scatti di rabbia.
Questi sono i veterani, ma ci sono 800 dreamers che vestono ancora la divisa. Se entro marzo non sarò raggiunto un accordo nel Congresso, saranno deportati per effetto delle scelte di Trump.