Perché nessuno ha disarmato l'eroe di guerra diventato un assassino?

Albert Wong, tiratore scelto, stava male, ma gli è stato consentito di avere armi da fuoco letali. L'Nra chiede il rispetto di una Costituzione vecchia di oltre due secoli e promuove 'l'armiamoci tutti'

Il centro per veterani di Yountville

Il centro per veterani di Yountville

Diego Minuti 10 marzo 2018

Un uomo che esce di casa ammantato dall'aura di eroe di guerra ed entra nel centro di assistenza di veterani come lui, che soffrono i traumi post-guerra, per trasformarsi in un assassino, insensato, folle, inspiegabile.
Albert Wong aveva 36 anni e, dopo una infanzia difficile (era rimasto orfano da bambino, affidato ad una famiglia di San Francisco, che gli è stata vicina sino alla fine), aveva deciso che la sua strada era quella delle armi.
Per questo era entrato nell'Esercito, in fanteria, acquisendo anche il brevetto di tiratore scelto. Tre anni in Afghanistan, conquistando la stima dei superiori e l'ammirazione dei commilitoni. Tanto da essere insignito di quattro medaglie per gli atti di valore di cui si era reso protagonista. Poi, nel 2013, il congedo ed il ritorno ad una vita civile che non gli apparteneva, ma che doveva affrontare. In agguato, come i nemici che aveva imparato a combattere, poi è arrivata la depressione, conseguenza delle difficoltà a riabituarsi ad un routine quotidiana non dettata dai tempi della guerra. Wong stava male e ha cercato di farsi aiutare. Il centro per veterani di Yountville è il più grande e il più attrezzato degli Stati Uniti e aiuta, veramente, i veterani, feriti nella voglia di vivere, caduti in un senso di straniamento dopo essersi messi, per anni, a disposizione del loro Paese.
Ma Albert Wong non ce la faceva a sopportare le nuove regole e, alla fine, ha costretto gli operatori a mandarlo via. Chissà cos'è scattato nella sua testa, ma quale che sia stata la molla, ha deciso di armarsi e tornare nel centro per i veterani, per chiedere, pietire, pretendere o solo per farla finita. Cosa che ha fatto portando con sè tre altre vite.
L'impatto di questa vicenda sull'opinione pubblica americana rischia di essere, semmai possibile, ancora più lacerante di quelle che riguardano le sparatorie nelle scuole, come quella di Parkland, che ha dato il via ad una mobilitazione generale. Questa volta ad uccidere non è stato ''uno qualunque'', uno studente frustrato o con la testa bacata da filosofie suprematiste. Non è stato il ''pazzo'' della porta accanto, il bravo ragazzo che si arma e fa una strage ''per vedere l'effetto che fa''. Albert Wong era un eroe, solo e semplicemente un eroe che, dopo i giorni esaltanti della guerra, non è riuscito a tornare alla vita di tutti i giorni, a vedersi circondato da persone in abiti civili e non in divisa, ad avere la rassicurante quotidianità di sapere che la sera sarebbe tornato vivo a casa e non in una 'body bag', i sacchi neri con quattro anelli di gomma in cui vengono riportati in patria i soldati morti all'estero.
Wong ha capito che da solo non poteva farcela ed ha chiesto aiuto, mettendosi alle spalle l'orgoglio, ma nella consapevolezza che qualcosa doveva cambiare. Non è stato così e qualche giorno fa i responsabili del programma di assistenza ai veterani lo hanno messo alla porta, con cortesia e fermezza. Evidentemente il ritorno alla vita civile era stato per lui un ostacolo insormontabile e di questo si sono resi conto gli operatori, che hanno visto in lui una ritrosia insuperabile ad accettare le regole del vivere civile. Lui ha deciso di rispondere con il solo linguaggio che conosceva, perché era stato cresciuto con esso, le armi. Ha ucciso e forse si è ucciso, non è chiaro. Ed ha ucciso tre operatrici che forse lo conoscevano, ma che per lui incarnavano il muro contro cui era andata a sbattere la sua voglia di riconquistare una vita normale.
Ma è ora arrivato il momento di cercare di capire, semmai sarà possibile, come negli Stati Uniti possano accadere cose del genere e che purtroppo rieccheggiano eventi drammatici accaduti anche in Italia.
Albert Wong è stato allontanato dal centro per i veterani perché aveva mostrato segni di preoccupante insofferenza al programma di recupero, aveva evidenziato chiari sintomi di intolleranza ed instabilità tali da farlo passare dal ruolo di ''assistito'' a quello di ''espulso''. Tutti gli operatori che si occupavano di lui conoscevano la sua storia personale, sapevano dei suoi trascorsi di guerra, delle sue qualità di tiratore e di spietato esecutore di ordini. Possibile che nessuno, sapendo che a casa aveva ancora della armi letali, non abbia pensato ad avvertire la polizia? Possibile che nessuno abbia pensato di disinnescare la ''macchina per la guerra'' che Albert era stato addestrato ad essere e che avrebbe potuto rivolgersi verso bersagli che non erano più i nemici? Forse, dirà qualcuno, appunto perché eroe di guerra, Wong era al di sospa di ogni sospetto o timore. Ma i fatti hanno dimostrato che qualcuno ha sbagliato, che ci doveva pure essere un soggetto qualsiasi che, intuendo o temendo, mettesse in movimento la macchina della prevenzione. Ma in America il diritto a detenere armi per garantirsi la sicurezza è sancito dalla Costituzione, quella stessa cui oggi l'Nra fa appello contestando l'ipotesi di innalzare a 21 anni l'età minima per acquistare un arma da fuoco. Schermaglie di infimo valore, perché ci si ostina a non vedere che quello delle armi non è un problema che può essere regolato alla luce di una Costituzione scritta 230 anni fa, quando le armi da fuoco erano a pietra focaia e alle porte potevano spuntare le giubbe rosse inglesi o i nativi, entrambi, sia pure per motivi diversi, potenzialmente pericolosi.
Ora che Albert Wong è morto, con l'etichetta di stragista, c'è da chiedersi cosa ne sarà del suo ricordo. Se cioè resterà solo uno che ha ucciso, senza motivo, delle persone che volevano aiutarlo oppure, quando si parlerà di lui, si penserà, come attenuante, a quel che ha fatto per il suo Paese, vestendo una divisa.
Per quel che mi riguarda, leggendo quel che oggi scrivono i siti americani, la storia di Albert Wong mi ricorda quella di Travis Bickle, il protagonista di ''Taxi driver'' il film che, già nel 1976, raccontava l'odissea di un veterano che non riusciva a reinserirsi nella vita quotidiana. Anche Travis (interpretato da un immenso Robert De Niro) non riusciva ad adattarsi alla vita civile. Solo che, per vendicarsi contro la società che non lo accettava - lui, reduce dal Vietnam -, decise di uccidere, ma puntando alla feccia, papponi e clienti di baby prostitute. Travis Bickle, nel film diventa un eroe metropolitanoper avere fatto pulizia; Albert Wong sarà solo l'ennesimo pazzo da incasellare in una statistica.